Honoré de Balzac
UN TENEBROSO AFFARE
Al Signor di Margonne il suo ospite del castello di Saché riconoscente.
CAPITOLO 1
I DISPIACERI DELLA POLIZIA
L'autunno dell'anno 1803 fu uno dei più belli del primo periodo di questo secolo, periodo a cui diamo il nome d'Impero. In ottobre, le piogge avevano rinfrescato i prati, e a metà novembre, gli alberi erano ancora verdi e ricchi di foglie. Così il popolo cominciava a persuadersi che tra il cielo e Bonaparte, allora proclamato console a vita, esisteva un'intesa, e a tale persuasione egli dovette parte del suo prestigio: cosa strana! il giorno in cui, nel 1812, il sole gli mancò, cessarono le sue prosperità. Il quindici novembre del 1803, verso le quattro del pomeriggio, il sole gettava come una polvere rossa sulle cime centenarie di quattro filari d'olmi d'un lungo viale signorile; faceva brillare la sabbia e i ciuffi d'erba d'uno di quegli immensi crocicchi circolari che si trovano nelle campagne in cui la terra fu, un tempo, abbastanza a buon mercato da poter essere sacrificata all'ornamento. Il cielo era così puro, l'atmosfera così mite, che una famiglia stava a prendere il fresco come d'estate. Un uomo vestito d'una giacca da caccia di traliccio verde coi bottoni verdi, calzoni della stessa stoffa, scarpe dalla suola sottile, e con uose di traliccio che gli arrivavano al ginocchio, puliva una carabina con l'attenzione che mettono in tale operazione i cacciatori esperti, nei loro momenti d'ozio.
L'uomo non aveva carniere, né selvaggina, insomma nessuno degli arnesi che annunciano la partenza o il ritorno dalla caccia, e due donne, sedute accanto a lui, lo stavano a guardare in preda, pareva, a un mal celato terrore. Chiunque, nascosto in un cespuglio, avesse potuto contemplare quella scena, avrebbe certo rabbrividito come rabbrividivano la vecchia suocera e la moglie di quell'uomo. Evidentemente un cacciatore non prende così minute precauzioni per uccidere selvaggina, e non adopera, nel dipartimento dell'Aube, una pesante carabina rigata.
- Vuoi andare a caccia di caprioli, Michu? - gli disse la sua bella e giovane moglie sforzandosi di sorridere.
Prima di rispondere, Michu osservò il suo cane che, sdraiato al sole, colle zampe stese innanzi e il muso sulle zampe, nella graziosa positura dei cani da caccia, aveva alzato la testa e fiutava innanzi a sé nel viale lungo un quarto di lega e verso un sentiero trasversale che metteva capo a sinistra in direzione della rotonda.
- No - disse Michu - ma di un mostro che voglio colpire senza fallo, un lupo cerviero. - Il cane, un magnifico spagnolo, dal pelo bianco macchiato di bruno, ringhiò. " Bene ", disse Michu parlando con se stesso, " spie! il paese ne formicola ".
La signora Michu alzò dolorosamente gli occhi al cielo. Bella bionda dagli occhi azzurri, fatta come una statua antica, pensosa e raccolta in sé, pareva divorata da un dolore aspro e amaro.
L'aspetto del marito poteva, fino a un certo punto, spiegare il terrore delle due donne. Le leggi fisionomiche sono esatte, non solo nella loro applicazione al carattere, ma anche in relazione alla fatalità dell'esistenza. Ci sono fisionomie profetiche. Se fosse possibile, e questa statistica vivente è molto importante per la Società, avere un disegno esatto di quelli che muoiono sul patibolo, la scienza di Lavater e quella di Gall proverebbero invincibilmente che nella testa di tutti coloro, anche in quella degli innocenti, c'erano strani segni. Sì, la Fatalità mette la sua impronta sulla faccia di quelli che devono morire d'una morte violenta qualsiasi! Ora, questo suggello, visibile all'occhio dell'osservatore, era stampato sul volto espressivo dell'uomo dalla carabina. Basso e grosso, brusco e lesto come una scimmia benché di carattere calmo, Michu aveva un volto bianco, iniettato di sangue, tozzo come quello d'un Calmucco e a cui i capelli rossi e crespi davano un'espressione sinistra. Gli occhi giallastri e chiari offrivano, come quelli delle tigri, una profondità interiore in cui lo sguardo che l'esaminava si perdeva, senza incontrarvi né movimento né calore. Fissi, luminosi e vitrei, quegli occhi finivano per far paura. Il contrasto costante della immobilità degli occhi colla vivacità del corpo accresceva ancora l'impressione glaciale che Michu faceva alle prime. In quell'uomo un'azione pronta doveva essere al servizio di un pensiero unico; allo stesso modo che, negli animali, la vita è automaticamente al servizio dell'istinto. Dal 1793, portava la sua barba rossa a ventaglio. Se anche, durante il Terrore, non fosse stato presidente d'un club di Giacobini, quella particolarità della sua figura lo avrebbe da sola reso terribile a vedere. Quella faccia socratica dal naso camuso era sormontata da una fronte molto bella, ma così convessa che pareva strapiombasse sul volto. Le orecchie ben staccate possedevano una specie di mobilità come quella degli animali selvatici, che sono sempre sul chi vive. La bocca, socchiusa per un'abitudine molto comune nei campagnoli, lasciava vedere denti forti e bianchi come mandorle ma irregolarmente disposti. Favoriti folti e lucenti inquadravano quella faccia bianca e qua e là violacea. I capelli tagliati corti davanti, lunghi sulle gote e dietro la testa, facevano col loro rosso fulvo risaltare tutto quello che la sua fisionomia aveva di strano e di fatale. Il collo corto e grosso, provocava il coltello della Legge. In quel momento, il sole, investendo obliquamente il gruppo, illuminava in pieno le tre teste che il cane guardava di tanto in tanto. La scena si svolgeva del resto su un teatro magnifico. La rotonda è all'estremità del parco di Gondreville, una delle più ricche terre di Francia, e, senza dubbio, la più bella del dipartimento dell'Aube: magnifici viali d'olmi, castello costruito su disegno del Mansard, parco di mille e cinquecento arpenti recinto di mura, nove grandi fattorie, una foresta, mulini e praterie. Quella terra quasi regale apparteneva prima della Rivoluzione alla famiglia de Simeuse. Ximeuse è un feudo situato in Lorena. Il nome si pronuncia Simeuse, e si era finito per scriverlo come si pronunciava.
La grande fortuna dei Simeuse, gentiluomini attaccati alla casa di Borgogna, risale al tempo in cui i Guisa minacciarono i Valois.
Richelieu prima e poi Luigi Quattordicesimo si ricordarono della devozione dei Simeuse alla faziosa casa di Lorena e li tennero lontani. Il marchese di Simeuse del tempo, vecchio Borgognone, vecchio partigiano dei Guisa, che aveva fatto parte della lega e della fronda (aveva ereditato i quattro rancori della nobiltà contro la corte), venne a vivere a Cinq Cygne. Il cortigiano, respinto dal Louvre, aveva sposato la vedova del conte di Cinq- Cygne, ramo cadetto della famosa casa di Chargeboeuf, una delle più illustri della vecchia contea di Champagne, ma che divenne egualmente celebre e più opulenta del ramo primogenito. Il marchese, uno degli uomini più ricchi del tempo, invece di rovinarsi a Corte, costruì Gondreville, ne costituì le tenute, e aggiunse a esse altre terre, unicamente per farsi un bel luogo di caccia. Costruì anche a Troyes il palazzo di Simeuse, a poca distanza dal palazzo di Cinq-Cygne. Le due vecchie case e il Vescovado furono per molto tempo a Troyes le sole costruite in pietra. Il marchese vendette Simeuse al duca di Lorena. Suo figlio, sotto Luigi Quindicesimo, dissipò le economie e intaccò alquanto il ricco patrimonio; ma, diventato prima capo squadra e poi vice ammiraglio, riparò le pazzie di gioventù rendendo segnalati servigi. Il marchese di Simeuse, figlio di questo marinaio, era morto sul patibolo, a Troyes, lasciando due gemelli che emigrarono, e che in quel momento si trovavano all'estero, seguendo la sorte della casa di Condé. La vasta rotonda era un tempo il raduno di caccia del Gran Marchese. Si chiamava così nella famiglia il Simeuse che aveva creato Gondreville. Fin dal 1789, Michu abitava il padiglione del raduno di caccia, situato nell'interno del parco, costruito al tempo di Luigi Quattordicesimo, e detto il padiglione di Cinq-Cygne. Il villaggio di Cinq-Cygne si trova alla fine della foresta di Nodesme (corruzione di Notre-Dame), a cui conduce il viale a quattro filari d'olmi dove Couraut fiutava spie. Dalla morte del Grande Marchese il padiglione era stato lasciato nel più completo abbandono. Il vice-ammiraglio era vissuto più sul mare e a Corte che nella Champagne, e suo figlio aveva dato il padiglione in rovina per dimora a Michu.
Questa nobile costruzione è in mattoni, con porte e finestre inquadrate di pietra vermicolata. Dai due lati di esso s'apre un cancello, bell'opera di fabbro, ma roso dalla ruggine. Dopo il cancello si stende un largo, un profondo fossato da cui si slanciano alberi vigorosi, e i cui parapetti sono irti d'arabeschi in ferro che oppongono ai male intenzionati le loro innumerevoli punte.
Le mura del parco cominciano solo al di là della circonferenza formata dal crocicchio. Esternamente, la magnifica mezza luna è disegnata da rialzi di terreno piantati d'olmi, allo stesso modo in cui quella che le corrisponde nell'interno del parco è formata da boschetti d'alberi esotici. Così il padiglione occupa il centro del crocicchio circondato da questi due ferri di cavallo. Delle antiche sale del pianterreno Michu aveva fatto una scuderia, una stalla, una cucina e una legnaia. La sola traccia che resta dell'antico splendore è un'anticamera pavimentata in marmo nero e bianco, in cui si entra dalla parte del parco, per una di quelle porte-finestra a piccoli vetri, come ce n'erano ancora a Versailles prima che Luigi-Filippo ne facesse l'ospedale delle glorie della Francia. Nell'interno, il padiglione è diviso da una vecchia scala in legno tarlato, ma piena di carattere, che porta al primo piano, dove si trovano cinque camere, un po' basse di soffitto. Sopra si stende un'immensa soffitta. Questo venerabile edificio è sormontato da uno di quei vasti tetti a quattro versanti di cui la cresta è ornata da due mazzi di fiori di piombo, e ha quattro di quegli abbaini a occhio di bove che Mansard giustamente prediligeva; perché in Francia l'attico e i tetti piani all'italiana sono un non senso contro cui il clima protesta. Michu ci riponeva il fieno. Tutta la parte del parco che è intorno al vecchio padiglione è all'inglese. A cento passi, un ex lago, divenuto un semplice stagno molto pestilenziale, attesta la sua presenza sia con una leggera nebbia che si libra sopra gli alberi sia col gracidare di mille rane, rospi e altri anfibi ciarlieri al tramonto del sole. La vetustà delle cose, il profondo silenzio dei boschi, la prospettiva del viale, la foresta in lontananza, mille particolari, i cancelli rosi dalla ruggine, le masse in pietra vellutata di muschi, tutto rende poetica quella costruzione che esiste ancora.
Nel momento in cui comincia questa storia, Michu stava appoggiato a uno dei parapetti muscosi, sul quale si vedevano la sua fiaschetta da polvere, il suo berretto, il fazzoletto, un giravite, degli stracci, insomma tutto il necessario per la sua sospetta operazione. La sedia della moglie stava addossata a fianco della porta esterna del padiglione, sopra la quale si vedevano ancora, riccamente scolpite, le armi di Simeuse, con la bella divisa: "Si meurs"! La madre, vestita da contadina, aveva messa la sua sedia di fronte alla signora Michu, perché vi appoggiasse i piedi e non prendesse umido.
- Il piccolo è in casa? - chiese Michu alla moglie.
- Gironzola intorno allo stagno, va pazzo per le rane e gli insetti - disse la madre.
Michu fece un fischio da far tremare. La prontezza con cui il figlio accorse dimostrava il dispotismo dell'amministratore di Gondreville. Michu, dal 1789 in poi, ma soprattutto dopo il 1793, era press'a poco il padrone di quella terra. Il terrore che ispirava a sua moglie, alla suocera, a un giovanissimo servo di nome Gaucher, e a una serva chiamata Marianna, era lo stesso che incuteva nel paese per dieci leghe di raggio. E' forse il momento di darne le ragioni, che serviranno del resto a compiere il ritratto morale di Michu.
Il vecchio marchese di Simeuse s'era disfatto dei suoi beni nel 1790; ma il precipitare degli avvenimenti gli aveva impedito di mettere in mani sicure la sua bella terra di Gondreville. Accusato di essere in corrispondenza col duca di Brunswick e col principe di Cobourg, il marchese di Simeuse e la moglie furono messi in prigione e condannati a morte dal tribunale rivoluzionario di Troyes, che era presieduto dal padre di Marta. La bella tenuta fu dunque venduta come bene nazionale.
Al momento dell'esecuzione del marchese e della marchesa, fu notata, non senza una specie d'orrore, la presenza del guardiano generale della terra di Gondreville, che, divenuto presidente del club dei Giacobini di Arcis, era venuto a Troyes per assistervi.
Figlio d'un semplice contadino e orfano, Michu, largamente beneficato dalla marchesa che gli aveva dato il posto di guardiano generale, dopo averlo fatto allevare al castello, fu dagli esaltati considerato un nuovo Bruto; ma in paese tutti cessarono di aver relazioni con lui dopo un tale tratto d'ingratitudine. Il compratore fu uno d'Arcis di nome Marion, nipote d'un intendente della casa di Simeuse. Questi, avvocato prima e dopo la Rivoluzione, ebbe paura del guardiano, ne fece il suo amministratore con tremila lire di stipendio e una percentuale sulle vendite. Michu, che passava per avere già un diecimila scudi, sposò, raccomandato dalla sua fama di patriota, la figlia d'un conciatore di Troyes, apostolo della Rivoluzione in tale città dove presiedette il tribunale rivoluzionario. Il conciatore, uomo di ferma convinzione, che, per il carattere, somigliava a Saint-Just, si trovò più tardi implicato nella congiura di Babeuf, e si uccise, per sfuggire alla condanna. Marta era la più bella ragazza di Troyes. Perciò era stata costretta dal suo terribile padre, a fare, nonostante la sua modestia, da dea della Libertà in una cerimonia repubblicana. Il nuovo padrone non venne a Gondreville più di tre volte in sette anni. Suo nonno era stato l'intendente dei Simeuse, e tutta Arcis credette allora che il cittadino Marion fosse un presta-nome dei signori di Simeuse.
Finché durò il Terrore, l'amministratore di Gondreville, patriota sfegatato, genero del presidente del tribunale rivoluzionario di Troyes, accarezzato da Malin (dell'Aube), uno dei rappresentanti del Dipartimento, si vide oggetto d'un certo rispetto. Ma, quando la Montagna fu vinta, quando il suocero si fu ucciso, Michu divenne un capro espiatorio; tutti s'affrettarono ad attribuire a lui, come al suocero, degli atti a cui era, quanto a lui, perfettamente estraneo. L'amministratore s'irrigidì contro l'ingiustizia della folla e prese un atteggiamento ostile. I suoi discorsi si fecero audaci. Pure, dopo il 18 brumaio, osservava il profondo silenzio che è la filosofia delle persone forti: non lottava più contro l'opinione generale, si contentava di agire; questa sua saggia condotta lo fece considerare un sornione, perché possedeva in terreni un patrimonio di circa centomila franchi.
Prima di tutto non spendeva niente; poi quella fortuna gli veniva legittimamente, sia dalla successione del suocero che dai seimila franchi all'anno che, tra stipendio e profitti, gli fruttava il suo posto. Amministratore da dodici anni, ognuno avrebbe potuto fare il conto delle sue economie; ma, quando al principio del Consolato, comprò per cinquantamila franchi una fattoria, sorsero accuse contro l'antico membro della Montagna; gli abitanti di Arcis gli attribuivano l'intenzione di riabilitarsi con la ricchezza. Disgraziatamente, proprio quando ciascuno lo veniva dimenticando, una stupida storia, invelenita dal pettegolezzo campagnolo, ravvivò l'opinione generale sulla ferocia del suo carattere.
Una sera, uscendo da Troyes in compagnia di alcuni contadini tra cui si trovava il fattore di Cinq-Cygne, gli cadde una carta sulla strada maestra; il fattore che veniva ultimo, si china e la raccoglie, Michu si volta, vede la carta nelle mani di lui, prende subito la pistola dalla cintola, la carica e minaccia il fattore, che sapeva leggere, di bruciargli il cervello se l'apriva.
L'azione di Michu fu così rapida, così violenta, la sua voce così terribile, i suoi occhi così fiammeggianti, che tutti agghiacciarono di paura. Il fattore di Cinq-Cygne divenne naturalmente un nemico di Michu. La signorina di Cinq-Cygne, cugina dei Simeuse, non possedeva più per tutto patrimonio che una sola fattoria e abitava il castello avito di Cinq-Cygne. Viveva solo per i due gemelli suoi cugini, coi quali aveva giocato bambina a Troyes e a Gondreville. Il suo unico fratello, Giulio di Cinq-Cygne, emigrato prima dei Simeuse, era morto innanzi a Magonza; ma, per un privilegio alquanto raro e di cui parleremo, il nome di Cinq-Cygne non si spegneva per mancanza di maschi. La storia tra Michu e il fattore di Cinq-Cygne fece un gran chiasso nel Circondario, e rese ancora più foschi i colori misteriosi che avvolgevano Michu come in una nuvola; non fu però la sola cosa che lo rendesse temibile. Qualche mese dopo tale scena, il cittadino Marion venne col cittadino Malin a Gondreville. Corse allora voce che Marion stava per vendere la terra a Malin che era stato favorito dagli avvenimenti politici, e che il Primo Console aveva da poco fatto Consigliere di Stato per ricompensarlo dei servigi resigli il 18 brumaio. I politici della piccola città di Arcis indovinarono allora che Marion era stato il presta-nome del cittadino Malin invece che dei signori di Simeuse. L'onnipotente Consigliere di Stato era il personaggio più importante di Arcis.
Aveva fatto andare alla Prefettura di Troyes uno dei suoi amici politici, aveva fatto esentare dal servizio militare il figlio d'uno dei fittavoli di Gondreville, che si chiamava Beauvisage, faceva piaceri a tutti. La cosa non doveva dunque trovare opposizione in paese, dove Malin regnava e regna ancora. Si era all'aurora dell'Impero. Quelli che leggono oggi le storie della Rivoluzione francese non sapranno mai quali immensi intervalli mettesse allora il pensiero pubblico tra gli avvenimenti di quel tempo così vicini tra loro. Il bisogno di pace e di tranquillità che ciascuno sentiva dopo così violenti turbamenti produceva una dimenticanza completa dei fatti anteriori più gravi. La Storia invecchiava alla svelta, continuamente maturata da interessi nuovi e ardenti. Così nessuno, eccettuato Michu, andò a cercare i precedenti della cosa, che parve semplicissima. Marion che, a suo tempo, aveva comprato Gondreville per seicentomila franchi in assegnati, lo rivendette per un milione di scudi; ma la sola somma sborsata da Malin fu quella per il diritto di Registro. Grévin, un compagno di Malin nello studio di un avvocato, favoriva naturalmente questo maneggio, e il Consigliere di Stato lo ricompensò col farlo nominare notaio ad Arcis. Quando questa notizia giunse al padiglione, portata da un fittavolo d'una fattoria situata tra la foresta e il parco, a sinistra del bel viale, e detta Grouage, Michu si fece pallido e uscì; andò a spiare Marion e finì per incontrarlo solo in un viale del parco. " - Il Signore vende Gondreville? - Sì, Michu, sì. Avrete una persona potente per padrone. Il Consigliere di Stato è amico del Primo Console, è legato intimamente con tutti i ministri, vi proteggerà. - Conservavate dunque la terra per lui? - Non dico questo - riprese Marion. - Non sapevo allora come investire il mio denaro, e per mia sicurezza, l'ho investito in beni nazionali; ma non mi conviene conservare la terra che apparteneva alla casa dove mio padre... - E' stato impiegato, intendente - disse violentemente Michu. - Ma voi non la venderete, vero? La voglio io, e posso pagarvela. - Tu? - Sì, io, seriamente e in oro di zecca, ottocentomila franchi... Ottocentomila franchi? dove li hai presi ? - disse Marion. Questo non vi riguarda - rispose Michu.
Poi, raddolcendo il tono, aggiunse sottovoce: - Mio suocero ha salvato molte persone! - Arrivi troppo tardi, Michu, l'affare è concluso. - Lo sconchiuderete, signore! - gridò l'amministratore prendendo la mano del padrone e serrandogliela come in una morsa.
- Io sono odiato, e voglio diventare ricco e potente; mi occorre Gondreville! Sappiatelo, non tengo alla vita, e voi mi venderete la terra o io vi brucerò il cervello... - Ma mi ci vuole almeno il tempo di rigirarmi con Malin, che non è una persona facile...- Vi dò ventiquattro ore. Se dite una parola di tutto questo, per me tagliarvi la testa è lo stesso che tagliare una rapa... ¯. Marion e Malin lasciarono il castello nella notte. Marion ebbe paura, e informò il Consigliere di Stato dell'incontro fatto, dicendogli di tener d'occhio l'amministratore. Era impossibile per Marion sottrarsi all'obbligo di restituire la terra a colui che l'aveva realmente pagata, e Michu non pareva uomo né da comprendere né da ammettere una simile ragione. D'altra parte, il servizio reso da Marion a Malin doveva essere e fu l'origine della sua fortuna politica e di quella di suo fratello. Malin fece nominare, nel 1806, l'avvocato Marion Primo Presidente d'una Corte Imperiale, procuròla Ricevitoria generale dell'Aube al fratello dell'avvocato. Il Consigliere di Stato disse a Marion di restarsene a Parigi, e avvertì il ministro di Polizia che mise sotto vigilanza il guardiano. Ma, per non spingerlo ad atti estremi, e forse per meglio sorvegliarlo, Malin lasciò Michu amministratore, sotto la ferula del notaio di Arcis. Da quel momento, Michu che si fece via via più taciturno e pensieroso, ebbe la reputazione di un uomo capace di tutto. Malin, Consigliere di Stato, funzione che il Primo Console parificò a quella di ministro, e uno dei redattori del Codice, era un personaggio importante a Parigi, dove aveva comprato uno dei più bei palazzi del sobborgo San Germano, dopo avere sposato la figlia unica di Sibuelle, un ricco fornitore quasi squalificato, che associò per la ricevitoria generale dell'Aube a Marion. Perciò era venuto una sola volta a Gondreville, fidandosi del resto completamente di Grévin per tutto quello che riguardava i suoi interessi. Alla fine, che aveva da temere lui, antico rappresentante dell'Aube, da un antico presidente del club dei Giacobini di Arcis? Pure, l'opinione già così sfavorevole a Michu nelle classi basse, divenne quella della borghesia; e Marion, Grévin, Malin, senza spiegarsi né compromettersi, lo segnalarono come un individuo molto pericoloso. Obbligate dal ministro della Polizia generale a sorvegliarlo, le autorità non fecero nulla per distruggere tale opinione. Si era finito col meravigliarsi in paese che Michu conservasse il suo posto; ma tale concessione fu attribuita al terrore che egli ispirava. Chi non è in grado di capire ora la profonda malinconia che si leggeva sul volto della moglie di Michu?
In primo luogo, Marta era stata piamente allevata dalla madre.
Tutte e due, buone cattoliche, avevano sofferto delle opinioni e della condotta del conciatore. Marta non si ricordava mai senza arrossire d'essere stata portata in giro per le vie di Troyes in costume di dea. Il padre l'aveva costretta a sposare Michu, la cui cattiva reputazione andava crescendo, e che essa temeva troppo per poterlo giudicare. Pure, la donna si sentiva amata; e in fondo al cuore le si agitava per quell'uomo l'affezione più vera; non gli aveva mai visto fare qualcosa che non fosse giusto, mai le sue parole erano brutali, per lei almeno; e poi egli si sforzava d'indovinare tutti i suoi desideri. Il povero paria, credendo d'essere sgradito a sua moglie, restava quasi sempre fuori casa.
Marta e Michu, diffidando l'uno dell'altra, vivevano in quella che ora si dice "una pace armata". Marta, che non vedeva nessuno, soffriva vivamente della riprovazione che, da sette anni, la colpiva come figlia d'un taglia-teste, e di quella che colpiva suo marito come traditore. Più d'una volta aveva sentito la gente della fattoria che si trovava nel piano a destra del viale, fattoria che si chiamava Bellache ed era tenuta da Beauvisage, uomo attaccato ai Simeuse, dire passando innanzi al padiglione:
"Ecco la casa dei Giuda!". La singolare somiglianza della testa dell'amministratore con quella del tredicesimo apostolo, somiglianza che pareva che egli avesse voluto perfezionare, gli aveva fruttato in tutto il paese quell'odioso soprannome. Perciò questa ostilità e vaghe, costanti apprensioni per il futuro, rendevano Marta pensierosa e raccolta. Niente rende più tristi che una degradazione immeritata e da cui è impossibile risollevarsi.
Un pittore non avrebbe fatto un bel quadro di questa famiglia di paria in seno a uno dei più bei luoghi della Champagne, in cui il paesaggio è generalmente triste?
- Francesco - gridò l'amministratore sollecitando il figlio.
Francesco Michu, ragazzetto di dieci anni, godeva del parco, della foresta e ne prelevava da padrone minuscoli tributi: mangiava i frutti, andava a caccia, e non aveva un pensiero al mondo; era la sola persona felice della famiglia, isolata nel paese tra parco e foresta così com'era tenuta moralmente isolata dalla repulsione generale.
- Raccoglimi tutto quello che è lì - disse il padre al figlio, mostrandogli il parapetto - e chiudimi tutto. Guardami! tu vuoi bene a tuo padre e a tua madre, non è vero? Il fanciullo si gettò verso il padre per abbracciarlo; ma Michu fece un movimento per spostare la carabina e lo respinse. Bene! Tu qualche volta hai ciarlato su quello che si fa qui disse fissando su di lui i suoi occhi terribili come quelli d'un gatto selvatico. - Ricordati bene questo: rivelare la cosa più indifferente che si fa qui, a Gauche, a quelli di Gouache o di Bellache, e anche a Marianna che ci vuol bene, sarebbe uccidere tuo padre. Che non ti succeda mai più, e io ti perdono le tue indiscrezioni di ieri. - Il fanciullo si mise a piangere. - Non piangere, ma a qualunque domanda ti facciano, rispondi come i contadini: "Non lo so!". C'è gente che gironzola in paese, e che non mi piace. Va' pure! Avete sentito voi due? - disse Michu alle donne - anche voi acqua in bocca.
- Amico mio, cosa vuoi fare?
Michu, che stava misurando attentamente una carica di polvere e la versava nella canna della carabina, appoggiò l'arma contro il parapetto e disse a Marta:
- Nessuno sa che io ho questa carabina, mettiti davanti.
Couraut, rizzatosi sulle gambe, abbaiava furiosamente.
- Bella e intelligente bestia! - esclamò Michu sono sicuro che ci sono delle spie...
Si ha la sensazione d'essere spiati. Couraut e Michu, che sembravano avere una sola anima, vivevano insieme come l'Arabo e il suo cavallo vivono nel deserto. L'amministratore conosceva le modulazioni di voce di Couraut e le idee che esprimevano, allo stesso modo che il cane leggeva al padrone i pensieri negli occhi e li sentiva diffusi su tutto il suo corpo.
- Che ne dici? - esclamò a voce bassa Michu mostrando alla moglie due sinistri personaggi che apparvero in un contro-viale dirigendosi verso il piazzale.
- Che succede in paese? Sono Parigini? - disse la vecchia.
- Ah! Eccoci! - esclamò Michu. - Nascondi la carabina- disse all'orecchio della moglie - vengono verso di noi.
I due Parigini che attraversarono il piazzale erano figure che, certo, sarebbero state tipiche per un pittore. Uno di essi, quello che pareva un subalterno, aveva stivali col risvolto, che ricadendo lasciava vedere polpacci miserini e calze di seta a disegni non troppo pulite. I calzoni, di panno a costole di color albicocca con bottoni di metallo, erano un po' troppo larghi; il corpo ci stava comodo, e le pieghe logore indicavano colla loro disposizione un impiegato da tavolino. Il panciotto di picché, carico di ricami in rilievo, aperto, con un solo bottone sull'alto ventre, dava al personaggio un'aria tanto più disordinata in quanto i capelli neri, arricciati a boccoli, gli nascondevano la fronte e scendevano lungo le gote. Due catene da orologio in acciaio pendevano sui calzoni. La camicia si ornava d'uno spillo a cammeo bianco e azzurro. Il soprabito color cannella, si raccomandava al caricaturista per una lunga falda che, vista di dietro, aveva una così perfetta somiglianza con un merluzzo che gliene fu dato il nome. La moda degli abiti a coda di merluzzo è durata dieci anni, quasi quanto l'impero di Napoleone. La cravatta, larga e a grandi e numerose pieghe, permetteva all'individuo di sprofondarvi la faccia fino al naso. La faccia a bitorzoli, il naso lungo color mattone, i pomelli coloriti, la bocca sdentata, ma minacciosa e ingorda, le orecchie ornate di grossi orecchini d'oro, la fronte bassa, tutti questi particolari che sembrano grotteschi, erano resi terribili da due occhietti situati e tagliati come quelli dei maiali e d'una implacabile avidità, d'una crudeltà beffarda e quasi gioiosa. Quei due occhi investigatori e perspicaci, d'un azzurro glaciale e ghiacciato, potevano esser presi per il modello del famoso occhio, il temibile emblema della polizia, inventato durante la Rivoluzione. Aveva guanti di seta nera e un bastoncino in mano. Doveva essere un personaggio ufficiale, perché aveva nel contegno, nel modo di prender tabacco e di ficcarselo nel naso, l'importanza burocratica d'un uomo di secondo piano, ma che emargina ostensibilmente, e che ordini venuti dall'alto rendono momentaneamente onnipotente.
L'altro, il cui costume era dello stesso gusto, ma elegante ed elegantissimamente portato, curato nei minimi particolari, che camminando faceva scricchiolare gli stivali alla Suwaroff, infilati sopra un pantalone aderente, portava sul soprabito uno spencer, moda aristocratica adottata da quelli del partito di Clichy, dalla "gioventù dorata" e che sopravviveva a Clichy e alla "gioventù dorata". In quel tempo vi furono mode che durarono più dei partiti, sintomo d'anarchia che il 1830 ci ha già presentato.
Quel perfetto "moscardino" mostrava l'età di trent'anni. I suoi modi risentivano della buona compagnia, portava gioielli di prezzo. Il collo della camicia gli arrivava agli orecchi. La sua aria fatua e quasi impertinente rivelava una specie di superiorità segreta. La faccia pallida sembrava non avesse una goccia di sangue, il naso rincagnato e fine aveva la forma sardonica d'una testa di morto, e gli occhi verdi erano impenetrabili; il loro sguardo era così discreto come doveva essere la bocca sottile e serrata. Il primo faceva l'impressione d'un buon ragazzo paragonato a quel giovane asciutto e magro che frustava l'aria con una mazzetta di giunco il cui pomo d'oro brillava al sole. Il primo poteva tagliare lui stesso una testa, ma il secondo era capace di avvolgere, nelle reti della calunnia e dell'intrigo, la bellezza, l'innocenza, la virtù, di annegarle o avvelenarle freddamente. L'uomo rubicondo avrebbe consolato la sua vittima con dei lazzi, l'altro non avrebbe neppure sorriso. Il primo aveva quarantacinque anni, doveva amare la buona tavola e le donne.
Quella specie d'uomini hanno tutti delle passioni che li rendono schiavi del loro mestiere. Ma il giovanotto non aveva passioni né vizi. Se faceva la spia, apparteneva alla diplomazia, e lavorava per l'arte pura. Concepiva, l'altro eseguiva; era l'idea, l'altro era la forma.
- Dobbiamo essere a Gondreville, buona donna? disse il giovane.
- Non si dice "buona donna" qui - rispose Michu. Abbiamo ancora la dabbenaggine di chiamarci "cittadina" e "cittadino", noialtri!
- Ah! - fece il giovane con l'aria più naturale senza parer seccato.
I giocatori hanno spesso, in società, soprattutto al gioco dell'"écarté", provato come il senso d'una disfatta interna al veder sedersi innanzi a loro al tavolo da gioco, in un momento di fortuna, un giocatore, i cui modi, lo sguardo, la voce, il modo di mescolare le carte predicevano loro un disastro. All'aspetto del giovane, Michu sentì una prostrazione profetica del genere. Fu colto da un presentimento di morte, intravvide confusamente il patibolo; una voce gli gridò che quello zerbinotto gli sarebbe stato fatale, benché fino a quel momento non avessero niente in comune. Perciò la sua parola era stata rude, voleva essere e fu grossolano.
- Non appartenete al Consigliere di Stato Malin? chiese il secondo Parigino.
- Appartengo a me stesso - rispose Michu.
- Insomma, signore mie - disse il giovanotto assumendo i modi più cortesi - siamo o no a Gondreville? Vi siamo aspettati dal signor Malin.
- Quello è il parco - disse Michu indicando il cancello aperto.
- E perché, bella ragazza, nascondete quella carabina? - disse il gioviale compagno del giovanotto che passando il cancello ne scorse la canna.
- Tu "lavori" sempre, anche in campagna - esclamò sorridendo il giovane.
Tutti e due tornarono indietro, presi da un senso di diffidenza che Michu comprese a dispetto dell'impassibilità dei loro visi; Marta lasciò che guardassero la carabina, in mezzo all'abbaiare di Couraut perché aveva la convinzione che Michu meditasse qualche brutto tiro e fu quasi contenta della perspicacia degli sconosciuti. Michu diede alla moglie un'occhiata che la fece rabbrividire, prese poi la carabina e si mise a introdurvi una palla, accettando le fatali possibilità di quella scoperta e di quell'incontro; parve non tenere più alla vita, e la moglie ne comprese la funesta decisione.
- Avete dunque dei lupi qui ? - disse il giovanotto a Michu.
- Ci son sempre lupi dove ci sono pecore. Voi siete nella Champagne e quella è una foresta; ma abbiamo anche cinghiali, abbiamo animali grandi e piccini, abbiamo un po' di tutto - disse Michu con aria beffarda.
- Scommetto, Corentin - disse il più anziano dei due dopo aver scambiato un'occhiata con l'altro - che quest'uomo è il mio Michu...
- Non abbiamo mica pasciuto insieme le pecore disse l'amministratore.
- No, ma abbiamo presieduto un club di Giacobini, cittadino - ribatté il vecchio - voi ad Arcis, io in un altro posto. Tu hai conservato la cortesia della Carmagnola; ma non è più di moda, giovanotto.
- Il parco mi pare molto grande, potremmo smarrirci; se voi siete l'amministratore, fateci condurre al castello - disse Corentin con tono perentorio.
Michu fischiò per chiamare il figlio e continuò a introdurre la palla. Corentin contemplava Marta con occhio indifferente, mentre il suo compagno sembrava incantato; ma notava in lei le tracce di un'angoscia che sfuggiva al vecchio libertino, lui che s'era allarmato della carabina. Quelle due nature si dipingevano intere in quella piccolezza così grande.
- Ho un appuntamento di là dalla foresta, non posso rendervi io stesso questo servizio; vi condurrà mio figlio al castello. Per dove siete venuti a Gondreville? Avete preso per Cinq-Cygne?
- Avevamo, come voi, qualcosa da fare nella foresta- disse Corentin senza ironia apparente.
- Francesco - gridò Michu - conduci questi signori al castello per i sentieri, perché nessuno li veda, non prendono le vie battute.
Vieni qui prima - disse vedendo che i due forestieri avevano voltato le spalle e camminavano parlando tra loro a voce bassa.
Michu prese il figlio, lo baciò quasi santamente e con un'espressione che confermò i timori della moglie, che sentì un freddo alle reni, e guardò la madre con gli occhi asciutti, perché non poteva piangere. - Va' - disse. E lo guardò finché non lo ebbe interamente perso di vista. Couraut abbaiò dalla parte della fattoria di Grouage. - Oh! è Violetta!- riprese. - Ecco la terza volta che passa da questa mattina. Che c'è dunque in aria? Basta, Couraut!
Qualche momento dopo, si sentì il trotterello d'un cavallo.
Violetta, montato sopra un cavalluccio di quelli di cui si servono i fittavoli dei dintorni di Parigi, mostrò, sotto un cappello di forma rotonda e a larghe tese, la sua faccia color legno e fortemente grinzosa, la quale pareva ancora più scura. Gli occhi grigi, maliziosi e brillanti ne dissimulavano la falsità del carattere. Le gambe asciutte, coperte di uose di tela bianca che arrivavano al ginocchio, pendevano senza appoggiarsi alle staffe, e sembravano tirate giù dal peso delle grosse scarpe ferrate.
Sopra la giacca di panno turchino, portava un mantello a righe bianche e nere. I capelli grigi gli ricadevano in riccioli dietro la testa. Quel costume, il cavallo grigio basso di gambe, il modo come Violetta ci stava su col ventre sporgente e la parte alta del corpo all'indietro, la grossa mano screpolata e color terra che sosteneva una logora briglia tarlata e dentellata, tutto dipingeva in lui un contadino avaro, ambizioso, che vuol possedere terre e che ne compra a qualunque prezzo. La bocca dalle labbra bluastre, tagliata come se un chirurgo l'avesse aperta con un bisturi, le innumerevoli rughe della faccia e della fronte impedivano la mobilità della fisionomia di cui solo i lineamenti parlavano.
Quelle linee dure, decise, parevano esprimere minaccia, a dispetto dell'aria umile che prendono tutti i campagnoli, e sotto cui nascondono le loro emozioni e i loro calcoli, come gli Orientali e i Selvaggi ravvolgono i loro sotto una imperturbabile gravità. Da semplice contadino che andava a giornata, diventato fattore di Grouage con un sistema di cattiveria progressiva, lo usava ancora dopo aver raggiunto una posizione che superava i suoi antichi desideri. Voleva il male del prossimo e lo desiderava con ardore.
Violetta era invidioso senza dissimularlo; ma in tutti i suoi rigiri, restava nei limiti della legalità, né più né meno di un'Opposizione parlamentare. Credeva che la sua fortuna dipendesse dalla rovina degli altri, e tutti quelli che erano al di sopra di lui erano per lui nemici contro cui tutti i mezzi erano buoni. E' un carattere molto comune tra i contadini. Il suo grande affare del momento era di ottenere da Malin una proroga dell'affitto della sua fattoria che sarebbe spirato tra sei anni. Geloso della fortuna dell'amministratore, lo sorvegliava da vicino; la gente del paese gli ascriveva a colpa le sue relazioni coi Michu; ma, con la speranza di far prorogare il suo affitto per altri dodici anni, l'astuto fattore spiava un'occasione di render servizio al Governo o a Malin che diffidava di Michu. Violetta, con l'aiuto del guardiano particolare di Gondreville, della guardia campestre e di qualche fascinaio, teneva al corrente il commissario di polizia di Arcis delle minime azioni di Michu. Questo funzionario aveva tentato, ma inutilmente, di mettere Marianna, la serva di Michu, negli interessi del Governo; ma Violetta e i suoi fidi sapevano tutto da Gaucher, il servetto, sulla fedeltà del quale Michu contava, e che lo tradiva per delle inezie, panciotti, orecchini, calze di cotone, ghiottonerie. Il ragazzo non supponeva del resto l'importanza delle sue ciarle. Violetta aggravava tutte le azioni di Michu, le rendeva criminali con le più assurde supposizioni all'insaputa dell'amministratore, che sapeva tuttavia la parte ignobile che il fattore rappresentava in casa sua, e si divertiva a mistificarlo.
- Quanti affari dovete avere a Bellache, siete un'altra volta qui!
- disse Michu.
- Un'altra volta! è una parola di rimprovero, signor Michu. Non credo che vogliate fischiare ai passeri col vostro clarinetto! Non sapevo che aveste quella carabina...
- E' nata in uno dei miei campi dove nascono le carabine - rispose Michu. - Guardate, ecco come le semino.
L'amministratore prese di mira una viperina a trenta passi da lui e la troncò nettamente.
- E' per far la guardia al vostro padrone che avete quest'arma da bandito? ve l'avrà forse regalata lui.
- E' venuto apposta da Parigi per portarmela rispose Michu.
- Fatto sta che si parla molto, in tutto il paese, del suo viaggio; c'è chi dice che sia in disgrazia e che si ritira dagli affari; gli altri dicono che vuole vedere chiaro qui; infatti, perché arriva senza dir niente, proprio come il Primo Console? Lo sapevate voi che veniva?
- Non sono abbastanza in buoni termini con lui per esserne avvertito.
- Non l'avete ancora visto dunque?
- Ho saputo del suo arrivo solo al mio ritorno dalla ronda nella foresta - rispose Michu che ricaricava la carabina.
- Ha mandato a chiamare il signor Grévin ad Arcis, "tribuneranno" qualcosa?
Malin era stato tribuno.
- Se andate dalla parte di Cinq-Cygne - disse l'amministratore a Violetta - prendetemi in groppa, vengo anch'io.
Violetta, troppo pauroso per portare in groppa un uomo della forza di Michu, spronò il cavallo. Il Giuda si mise la carabina in spalla e si slanciò nel viale.
- Con chi ce l'ha Michu? - disse Marta alla madre.
- Da quando ha saputo l'arrivo del signor Malin s'è fatto scuro - rispose quella. - Ma è umido fuori, rientriamo.
Quando le due donne furono sedute sotto la cappa del camino, sentirono Couraut.
- Ecco mio marito! - esclamò Marta.
Infatti, Michu saliva la scala; la moglie inquieta lo raggiunse nella loro camera.
- Guarda se c'è nessuno - disse a Marta con voce turbata.
- Nessuno - rispose lei - Marianna è nei campi colla mucca, e Gaucher...
- Dov'è Gaucher? - riprese Michu.
- Non lo so.
- Non mi fido di quel bricconcello; sali in soffitta, fruga dappertutto, e cercalo in tutti gli angoli del padiglione.
Marta uscì; quando tornò, trovò Michu che con un ginocchio a terra pregava.
- Ma che hai insomma? - disse spaventata.
L'amministratore prese la moglie per la vita, l'attirò a sé, la baciò in fronte e le rispose con voce commossa: - Se non ci rivediamo più, sappi, povera moglie mia, che ti amavo molto. Segui esattamente le istruzioni che troverai scritte in una lettera sotterrata ai piedi del larice di questa macchia - disse dopo una pausa indicandole un albero - si trova in un tubo di latta. Non toccarla che dopo la mia morte. Insomma, qualunque cosa mi succeda, pensa, nonostante l'ingiustizia degli uomini, che il mio braccio ha servito la causa di Dio.
Marta, che via via impallidiva, si fece bianca come un cencio, guardò il marito con l'occhio fisso e ingrandito dallo spavento, volle parlare, e si trovò la gola asciutta. Michu scomparve come un'ombra, aveva attaccato a un piede del letto Couraut, che si mise a ululare come ululano i cani disperati.
La collera di Michu contro il signor Marion aveva avuto seri motivi, ma s'era appuntata contro un uomo molto più colpevole ai suoi occhi, su Malin, i cui segreti s'erano rivelati agli occhi dell'amministratore, più in grado di ogni altro d'apprezzare la condotta del Consigliere di Stato. Il suocero di Michu aveva posseduto, politicamente parlando, la fiducia di Malin, nominato Rappresentante dell'Aube alla Convenzione per l'interessamento di Grévin.
Non è forse inutile raccontare le circostanze che misero i Simeuse e i Cinq-Cygne in lotta con Malin, e che pesarono sul destino dei due gemelli e della signorina di Cinq-Cygne, ma più ancora su quello di Marta e di Michu. A Troyes, il palazzo di Cinq-Cygne è di fronte a quello di Simeuse. Quando la plebaglia, scatenata da mani sapienti quanto prudenti, ebbe saccheggiato il palazzo di Simeuse, scoperti il marchese e la marchesa accusati di essere in corrispondenza coi nemici e li ebbe consegnati alla guardia nazionale che li condusse in prigione, la folla coerente coi suoi principi gridò: "Dai Cinq-Cygne!". Non capiva che i Cinq-Cygne potessero essere innocenti del delitto dei Simeuse. Il degno e coraggioso marchese di Simeuse, per salvare i suoi due figli, diciottenni, che il loro coraggio poteva compromettere, li aveva affidati, qualche momento prima della tempesta, alla zia, la contessa di Cinq-Cygne. Due domestici appartenenti alla casa di Simeuse tenevano rinchiusi i due giovani. Il vecchio, che non voleva veder finire il suo nome, aveva raccomandato di tener tutto nascosto ai figli, in caso di sventure estreme. Lorenza, allora dodicenne, era amata egualmente dai due fratelli, e li amava anche lei egualmente. Come la maggior parte dei gemelli, i due Simeuse si rassomigliavano tanto, che per molto tempo la madre li vestì di colori differenti per riconoscerli. Il primo nato, il maggiore, si chiamava Paolo-Maria, l'altro Maria-Paolo. Lorenza di Cinq-Cygne, a cui il segreto della situazione era stato confidato, fece molto bene la sua parte di donna; supplicò i cugini, li blandì, li trattenne fino al momento in cui la plebaglia circondò il palazzo Cinq-Cygne. I due fratelli compresero allora nello stesso momento il pericolo e se lo dissero con una stessa occhiata. La loro risoluzione fu presto presa, armarono i due domestici, quelli della contessa di Cinq-Cygne, barricarono la porta, si misero alle finestre, dopo averne chiuse le persiane, con cinque domestici e l'abate d'Hauteserre, un parente dei Cinq-Cygne. Gli otto coraggiosi campioni fecero un fuoco terribile sulla folla. Ogni colpo uccideva o feriva uno degli assalitori. Lorenza, invece di desolarsi, caricava i fucili con un sangue freddo straordinario, passava le palle e la polvere a quelli che ne mancavano. La contessa di Cinq-Cygne era caduta in ginocchio.
- Che fate, mamma? - le disse Lorenza.
- Prego - rispose - per loro e per voi! - Frase sublime, che fu detta anche dalla madre del principe della Pace in un'occasione simile.
In un istante undici persone furono uccise e lasciate a terra tra i feriti. Simili avvenimenti raffreddano o esaltano la plebaglia che si accanisce alla sua opera o la interrompe. Quelli che si trovavano più innanzi indietreggiarono spaventati; ma la massa intera, che veniva per uccidere, rubare, assassinare, vedendo dei morti, si mise a gridare: "Assassini! omicidio!". I più prudenti andarono a chiamare il Rappresentante del popolo. I due fratelli, istruiti allora dei funesti avvenimenti della giornata, sospettarono che il Convenzionale volesse la rovina della loro casa, e il loro sospetto divenne presto una convinzione. Animati dalla vendetta, si recarono sotto il portone e caricarono i fucili per uccidere Malin nel momento in cui si sarebbe presentato. La contessa aveva perduto la testa, vedeva già la sua casa in cenere e sua figlia assassinata, e biasimava i suoi parenti dell'eroica difesa di cui tutta la Francia parlò per otto giorni. Lorenza aprì la porta all'ingiunzione fatta da Malin; vedendola, il Rappresentante si fidò della sua qualità temuta, della debolezza della ragazzetta, ed entrò.
- Come, signore - rispose Lorenza alla prima parola che egli disse per chieder ragione di quella resistenza - volete dare la libertà alla Francia, e non proteggete la gente in casa propria! Vogliono demolire il nostro palazzo, assassinarci, e non dovremmo avere il diritto di respingere la forza con la forza!
Malin restò pietrificato.
- Voi, il nipote d'un muratore impiegato dal Gran Marchese alle costruzioni del suo castello - gli disse Maria-Paolo - voi avete un momento fa lasciato trascinare in prigione nostro padre, dando retta a una calunnia!
- Sarà messo in libertà - disse Malin che si credette perduto vedendo i due giovani maneggiare convulsamente il fucile.
- Voi dovete la vita a questa promessa - disse solennemente Maria- Paolo.
- Ma se entro questa sera non verrà mantenuta, sapremo ritrovarvi!
- Quanto a quella gente che urla - disse Lorenza se non la fate allontanare, il primo colpo sarà per voi. E ora, signor Malin, uscite!
Il Convenzionale uscì e arringò la moltitudine, parlando dei sacri diritti del focolare, dell'"habeas corpus" e del domicilio inglese. Disse che la Legge e il Popolo erano sovrani, che la Legge era il popolo, che il popolo doveva agir solo colla Legge, e che la forza sarebbe restata alla Legge. La legge della necessità lo rese eloquente, e riuscì a disperdere l'assembramento. Ma non dimenticò mai né l'espressione di disprezzo dei due fratelli, né 1'"uscite!" della signorina di Cinq-Cygne. Perciò, quando si trattò di vendere come beni nazionali la proprietà del conte di Cinq-Cygne, fratello di Lorenza, la distribuzione ne fu rigorosamente eseguita. Gli agenti del Distretto lasciarono a Lorenza solo il castello, il parco, i giardini e la fattoria detta di Cinq-Cygne. Secondo le istruzioni ricevute da Malin, Lorenza non aveva diritto che alla legittima, perché la Nazione subentrava nei diritti all'emigrato, soprattutto quando questi portava le armi contro la Repubblica.
La sera di quella furiosa tempesta, Lorenza supplicò tanto i suoi due cugini perché partissero - temeva per loro un tradimento e le insidie del Rappresentante - che essi salirono a cavallo e guadagnarono i posti avanzati dell'esercito prussiano. Nel momento in cui i due fratelli raggiungevano la foresta di Gondreville, il palazzo fu accerchiato; il Rappresentante veniva di persona e con molte forze ad arrestare gli eredi della casa di Simeuse. Non osò impadronirsi della contessa di Cinq-Cygne allora a letto e in preda a un'orribile febbre nervosa, né di Lorenza, una ragazzetta di dodici anni. I domestici, temendo la severità della Repubblica, erano scomparsi.
La mattina dopo, la notizia della resistenza dei due fratelli e della loro fuga in Prussia, come si diceva, si sparse nei dintorni; si fece un assembramento di tremila persone davanti al palazzo di Cinq-Cygne, che fu demolito con una inesplicabile rapidità. La signora di Cinq-Cygne, trasportata al palazzo di Simeuse, vi morì in un accesso di febbre violenta. Michu era apparso sulla scena politica solo dopo tali avvenimenti, perché il marchese e la marchesa restarono circa cinque mesi in prigione.
Durante quel tempo, il Rappresentante dell'Aube ebbe una missione.
Ma quando il signor Marion vendette Gondreville a Malin, quando tutto il paese ebbe dimenticato gli effetti dell'effervescenza popolare, Michu comprese allora interamente Malin, Michu credette almeno di comprenderlo; perché Malin è, come Fouché, uno di quei personaggi che hanno tanti lati e tanta profondità sotto ciascun lato, che finché dura il gioco restano impenetrabili e non possono essere interpretati se non molto tempo dopo che il gioco è finito.
Nelle circostanze più importanti della sua vita, Malin non mancava mai di consultare il fedele amico Grévin, il notaio d'Arcis, il cui giudizio sulle cose e sugli uomini era, a distanza, netto, chiaro e preciso. Tale abitudine è tutta la sapienza e la forza degli uomini secondari. Ora, nel novembre 1803, le congiunture furono così gravi per il Consigliere di Stato, che una lettera avrebbe compromesso i due amici. Malin, che doveva essere nominato senatore, temette di spiegarsi dentro Parigi; lasciò il suo palazzo e venne a Gondreville, dando al Primo Console una sola delle ragioni che gli facevano desiderare di venirci, e che lo faceva apparire a Bonaparte pieno di zelo, mentre invece che dello Stato si occupava di se stesso. Ora, mentre Michu spiava e cercava nel parco, alla maniera dei Selvaggi, un momento propizio alla sua vendetta, il politico Malin, abituato a sfruttare per proprio conto gli avvenimenti, conduceva il suo amico verso un praticello del giardino inglese, luogo deserto e favorevole a un colloquio misterioso. Così, tenendovisi nel mezzo e parlando a voce bassa, i due amici erano a una distanza troppo grande per poter essere intesi, se qualcuno si fosse nascosto per ascoltarli, e potevano cambiar conversazione se sopravvenissero degli indiscreti.
- Perché non restare in una stanza al castello? disse Grévin.
- Non hai visto i due uomini che mi ha mandato il Prefetto di Polizia?
Benché Fouché sia stato, nell'affare della cospirazione di Pichegru, Georges, Moreau e Polignac, l'anima del gabinetto consolare, non era tuttavia lui che dirigeva il ministero della Polizia e si trovava a essere allora semplice Consigliere di Stato come Malin.
- Quei due uomini sono le due braccia di Fouché. Uno, il giovane zerbinotto la cui faccia somiglia a una boccia di limonata, che ha l'aceto sulle labbra e l'agresto negli occhi, ha liquidato in quindici giorni l'insurrezione dell'Ovest dell'anno Sette. L'altro è un allievo di Lenoir, il solo che possegga le grandi tradizioni della polizia. Avevo chiesto un agente qualunque, e mi mandano questi due compari. Ah! Grévin, Fouché vuole senza dubbio veder chiaro nel mio gioco. Ecco perché ho lasciato quei signori che pranzavano al castello; osservino pure tutto, non ci troveranno né Luigi Diciottesimo, né il minimo indizio.
- Oh! senti! - disse Grévin - ma a quale gioco giochi tu dunque?
- Eh! amico mio, un doppio gioco è già molto pericoloso; ma riguardo a Fouché il mio è un gioco triplo, ed egli ha forse fiutato che io sono nei segreti della casa di Borbone.
- Tu!
- Io - rispose Malin.
- Non ti ricordi dunque di Favras?
Questa domanda fece impressione al Consigliere.
- E da quando? - domandò Grévin dopo una pausa.
- Dopo il Consolato a vita.
- Ma, niente prove?
- Nemmeno tanto! - disse Malin facendo scattare l'unghia del pollice sotto uno degli incisivi.
In poche parole, Malin descrisse nettamente la posizione critica in cui Bonaparte metteva l'Inghilterra minacciata di morte dal campo di Boulogne, spiegando a Grévin la portata sconosciuta in Francia, ma sospettata da Pitt, di quel progetto di sbarco; poi la posizione critica in cui l'Inghilterra stava per mettere Bonaparte. Una coalizione imponente, Prussia, Austria e Russia finanziate dall'oro inglese, doveva mettere sotto le armi settecentomila uomini. Nello stesso tempo una cospirazione formidabile allargava nell'interno la sua rete e riuniva quelli della Montagna, gli Chouans, i Realisti e i loro principi.
- Finché Luigi Diciottesimo ha visto tre consoli, ha creduto che l'anarchia continuava e che grazie a un movimento qualsiasi avrebbe preso la rivincita del 13 vendemmiaio e del 18 fruttidoro - disse Malin; - ma il Consolato a vita ha smascherato i piani di Bonaparte, che sarà presto imperatore. L'antico sottotenente vuol creare una dinastia! Ora, questa volta, si mira alla sua vita, e il colpo è organizzato ancora meglio di quello di via San Nicasio.
Pichegru, Georges, Moreau, il duca d'Enghien, Polignac e Rivière, i due amici del conte d'Artois, ne fanno parte.
- Che miscuglio! - esclamò Grévin.
- La Francia è invasa sordamente, si vuol dare un assalto generale e si fa d'ogni erba un fascio! Cento uomini d'azione, comandati da Georges, debbono attaccare la guardia consolare e il Console corpo a corpo.
- Ebbene, denunciali.
- Sono due mesi che il Console, il suo ministro di Polizia, il Prefetto e Fouché hanno in mano una parte di questa trama immensa; ma non ne conoscono tutta la vastità, e nel momento attuale, lasciano liberi quasi tutti i congiurati per venire a sapere tutto.
- Quanto al diritto - disse il notaio - i Borboni hanno molto più il diritto di ideare, condurre ed eseguire un'impresa contro Bonaparte, che Bonaparte non ne aveva di cospirare il 18 brumaio contro la Repubblica, di cui era figlio; assassinava sua madre, e loro vogliono rientrare in casa loro. Capisco che, vedendo chiudere la lista degli emigrati, moltiplicare le radiazioni, ristabilire il culto cattolico, e accumulare le ordinanze contro- rivoluzionarie, i principi abbiano capito che il loro ritorno diventa difficile, per non dire impossibile. Bonaparte diventa il solo ostacolo al loro ritorno, e vogliono abbattere l'ostacolo, niente di più semplice. I cospiratori, vinti, saranno dei briganti; vittoriosi, saranno eroi, e la tua perplessità mi pare molto naturale.
- Si tratta - disse Malin - di far gettare da Bonaparte ai Borboni la testa del duca d'Enghien, come la Convenzione ha gettato ai re la testa di Luigi Sedicesimo, per coinvolgerlo quanto noi nel corso della Rivoluzione; o di abbattere l'idolo attuale del popolo francese e il suo futuro imperatore, per rialzare il vero trono sulle sue rovine. Io sono alla mercé d'un avvenimento, d'un colpo di pistola fortunato, d'una macchina infernale che riesca. Non m'hanno detto tutto. M'hanno proposto di far aderire, al momento critico, il Consiglio di Stato, di dirigere l'azione legale della restaurazione dei Borboni.
- Aspetta - rispose il notaio.
- Impossibile! Ho soltanto un momento per prendere una decisione.
- E perché?
- I due Simeuse cospirano, sono in paese; debbo, o farli continuare, lasciare che si compromettano e farmene sbarazzare, o proteggerli sordamente. Avevo chiesto dei subalterni, e mi mandano linci di prim'ordine che sono passati per Troyes per avere la gendarmeria dalla parte loro.
- Gondreville è l'Uovo e la Cospirazione la Gallina - disse Grévin. - Né Fouché, né Talleyrand, i tuoi due compagni di gioco, ne fanno parte: sii leale con loro. Tutti quelli che hanno tagliato la testa a Luigi Sedicesimo sono nel Governo, la Francia è piena di compratori di beni nazionali, e tu vorresti far ritornare quelli che ti richiederanno Gondreville? Se non sono degli imbecilli, i Borboni dovranno dimenticare tutto quello che abbiamo fatto. Avverti Bonaparte.
- Un uomo della mia posizione non denuncia - disse Malin con vivacità.
- Della tua posizione? - esclamò Grévin sorridendo.
- Mi offrono il ministero di Grazia e Giustizia.
- Mi rendo conto che sei abbacinato, e tocca a me di vedere chiaro in queste tenebre politiche, di fiutarvi la porta d'uscita. Ora, è impossibile prevedere gli avvenimenti che ricondurranno i Borboni, quando un generale Bonaparte ha ventiquattro navi e quattrocentomila uomini. Quel che è più difficile nella politica attendista, è di sapere quando un potere pencolante cadrà; ma, ragazzo mio, quello di Bonaparte è nel periodo ascendente. Non potrebbe darsi che Fouché abbia voluto sondarti per conoscere la tue idee e sbarazzarsi di te?
- No, dell'ambasciatore sono sicuro. D'altra parte Fouché non m'avrebbe mandato due poliziotti simili, che io conosco troppo per non entrare in sospetto.
- Mi fanno paura - disse Grévin. - Se Fouché non diffida di te, se non vuol metterti alla prova, perché te li ha mandati? Fouché non è uomo da giocare un tale tiro senza una ragione qualsiasi...
- Questo mi decide - esclamò Malin - non sarò mai tranquillo con questi due Simeuse; forse Fouché, che conosce la mia posizione, non vuole che gli sfuggano, e vorrebbe arrivare per mezzo loro fino ai Condé.
- Eh! ragazzo mio, non sarà sotto Bonaparte che daranno noie al possessore di Gondreville.
Alzando gli occhi, Malin scorse tra il folto fogliame d'un grosso tiglio la canna d'un fucile.
- Non m'ero ingannato, avevo sentito il rumore secco d'un fucile che viene caricato - disse a Grévin dopo essersi messo dietro il tronco d'un grosso albero dove fu seguito dal notaio inquieto del brusco movimento del suo amico.
- E' Michu - disse Grévin - vedo la sua barba rossa.
- Non mostriamo d'aver paura - riprese Malin che se ne andò lentamente dicendo a più riprese: - Che vuole quest'uomo dai compratori di questa terra? Non mirava certo a te. Se ci ha sentiti, debbo servirlo io! Avremmo fatto meglio ad andarcene nel piano. Chi diavolo avrebbe pensato a diffidare dell'aria!
- S'impara sempre qualcosa! - disse il notaio - ma era molto lontano e noi parlavamo a voce bassa.
- Ne dirò due parole a Corentin - rispose Malin.
Qualche momento dopo, Michu rientrò in casa pallido e col viso contratto.
- Che hai? - gli disse la moglie spaventata.
- Niente - rispose vedendo Violetta la cui presenza fu per lui un colpo di fulmine.
Michu prese una sedia, si mise davanti al fuoco tranquillamente, e ci gettò una lettera tirandola fuori da uno di quei tubi di latta che hanno i soldati per chiuderci le loro carte. Quell'atto che permise a Marta di respirare come una persona sollevata da un peso enorme, suscitò in Violetta una grande curiosità. L'amministratore posò la carabina sulla cappa del camino con un ammirevole sangue freddo. Marianna e la madre di Marta filavano alla luce d'una lampada.
- Su, Francesco - disse il padre - a letto! Vuoi andare a letto o no?
Prese brutalmente il figlio a mezzo corpo e lo portò via.
- Scendi in cantina - gli disse all'orecchio quando fu nella scala - riempi due bottiglie di vino di Macon dopo averne versato una terza parte, con l'acquavite che è sull'asse delle bottiglie; poi, mescola mezza bottiglia di vino bianco con mezza d'acquavite. Fa' tutto perbenino, e metti le tre bottiglie sulla botte vuota che è all'entrata della cantina. Quando aprirò la finestra, esci dalla cantina, sella il cavallo, montaci su, e va' ad aspettarmi al Palo-dei-Pitocchi. - Quel furfantello non vuol mai andare a letto - disse l'amministratore rientrando vuol fare come i grandi, vuol vedere tutto, ascoltare tutto, sapere tutto. Voi date cattive abitudini ai miei, papà Violetta.
- Dio buono! Dio buono! - esclamò Violetta - chi vi ha sciolto la lingua? Non avete mai parlato tanto.
- Credete che io mi lasci spiare senza accorgermene? Non siete però dalla parte buona, papà Violetta. Se, invece di servire quelli che mi vogliono male, steste dalla parte mia, farei per voi molto più che rinnovarvi l'affitto...
- Che altro ancora? - disse il contadino avido spalancando gli occhi.
- Vi venderei quel che possiedo e a buon mercato.
- Non c'è buon mercato quando si deve pagare disse sentenziosamente Violetta.
- Voglio andarmene da questo paese, e vi darei la mia fattoria di Mousseau, costruzioni, sementi, bestiame, per cinquantamila franchi.
- Sul serio?
- Vi va?
- Diamine, bisogna vedere.
- Parliamone... Ma voglio la caparra.
- Non ho niente.
- Una parola.
- Ancora!
- Ditemi chi vi ha mandato qui.
- Tornavo di dove sono andato poco fa, e ho voluto darvi la buona sera.
- Tornavi senza il cavallo? Per quale imbecille mi prendi? Menti, non avrai la mia fattoria.
- Ebbene! è stato il signor Grévin, che volete? mi ha detto:
Violetta, abbiamo bisogno di Michu, vallo a chiamare. Se non c'è aspettalo... Ho capito che dovevo restare qui questa sera...
- Gli spilungoni di Parigi erano ancora al castello?
- Ah! di certo non lo so; ma c'era gente in salotto.
- Avrai la mia fattoria, mettiamoci d'accordo sui patti! Marta va' a prendere il vino del contratto. Prendi del miglior vino del Roussillon, il vino dell'ex-marchese... Non siamo dei ragazzi. Ne troverai due bottiglie sulla botte vuota dell'entrata, e una bottiglia di vino bianco.
- Benissimo! - disse Violetta che non si ubriacava mai. - Beviamo!
- Voi avete cinquantamila lire sotto i mattoni della vostra camera, per quanto è lungo il letto, me le darete quindici giorni dopo il contratto fatto presso Grévin... Violetta guardò fisso Michu e si fece pallido. - Ah? tu vieni a spiare un giacobino consumato, uno che ha avuto l'onore di presiedere il club di Arcis, e credi che non ti prenderà al laccio? Ho degli occhi, ho visto i tuoi mattoni rimessi da poco, e ho concluso che non li avevi levati per seminare il grano. Beviamo.
Violetta turbato bevve un gran bicchiere di vino senza badare alla qualità, il terrore gli aveva cacciato come un ferro caldo nelle viscere, l'acquavite vi fu bruciata dall'avarizia; avrebbe dato chi sa che per ritrovarsi a casa sua e cambiare di posto al tuo tesoro. Le tre donne sorridevano.
- Va bene dunque? - disse Michu a Violetta riempiendogli ancora il bicchiere.
- Ma sì.
- Sarai un proprietario, vecchio briccone!
Dopo una mezz'ora di discussioni animate sul momento di entrare in possesso della fattoria, sui menomi cavilli che si fanno tra loro i contadini quando concludono un affare, in mezzo alle asserzioni, ai bicchieri di vino vuotati, alle parole piene di promesse, alle negazioni, ai "non è vero? davvero! - parola mia! come dico! - che mi taglino il collo se... - che questo vino mi diventi veleno se quel che dico non è la pura verità...", Violetta cadde, con la testa sulla tavola, non brillo, ma ubriaco morto; e appena aveva visto gli occhi suoi intorbidarsi, Michu s'era affrettato ad aprire la finestra.
- Dov'è quel briccone di Gaucher? - domandò alla moglie.
- A letto.
- Tu, Marianna - disse l'amministratore - va' a metterti innanzi alla sua porta, e tienilo d'occhio. Voi, mamma- disse - restate giù, sorvegliatemi questo spione, state all'erta, e aprite solo alla voce di Francesco. Si tratta di vita e di morte! - aggiunse con voce profonda. - Per tutti quelli che sono sotto il mio tetto, io non l'ho lasciato in tutta la notte, e, con la testa sulla ghigliottina, lo sosterrete ancora. Andiamo - disse alla moglie - andiamo, mammina, mettiti le scarpe, prendi la cuffia, e muoviamoci! Nessuna domanda, ti accompagno io.
Da tre quarti d'ora, quell'uomo aveva nel gesto e nello sguardo un'autorità dispotica, irresistibile, attinta alla fonte comune e sconosciuta a cui attingono il loro ascendente straordinario i grandi generali sul campo di battaglia, i grandi oratori che trascinano le folle, e, diciamolo pure, i grandi criminali nei loro colpi d'audacia! Sembra allora che emani dalla testa e che la parola diffonda un'influenza invincibile, che il gesto inietti la volontà dell'uomo negli altri. Le tre donne sapevano d'essere in una crisi terribile; senza esserne state avvertite, la presentivano per la rapidità degli atti di quell'uomo il cui volto lampeggiava, la cui fronte parlava, i cui occhi brillavano allora come stelle; gli avevano visto gocce di sudore alla radice dei capelli, più d'una volta la sua parola aveva vibrato d'impazienza e di rabbia. Perciò Marta obbedì passivamente. Armato fino ai denti, col fucile in spalla, Michu saltò nel viale, seguito dalla moglie; e raggiunsero presto il crocicchio dove Francesco s'era nascosto tra i cespugli.
- Il piccolo ha buona testa - disse Michu al vederlo.
Fu la sua prima parola. Sua moglie e lui avevano fino allora corso senza scambiare una parola.
- Torna al padiglione, nasconditi nell'albero più folto, osserva la campagna, il parco - disse al figlio. - Noi siamo tutti a letto, non apriamo a nessuno. La nonna vigila, e non si muoverà che quando ti sentirà parlare! Ricordati le mie parole. Si tratta della vita di tuo padre e di quella di tua madre. La giustizia non deve sapere mai che siamo usciti di casa. - Dopo queste frasi dette all'orecchio del figlio, che filò, come un'anguilla nella melma, attraverso i boschi, Michu disse alla moglie: - A cavallo!
Tieniti forte! La bestia può scoppiarne.
Appena furono dette queste parole, il cavallo, nel cui ventre Michu diede due colpi col piede, e che strinse tra le ginocchia possenti, partì colla celerità d'un cavallo da corsa: l'animale parve comprendere il padrone, e in un quarto d'ora la foresta fu attraversata. Michu, senza aver deviato dalla strada più breve, si trovò sopra un punto del margine della foresta di dove le cime del castello di Cinq-Cygne si vedevano illuminate dalla luna. Legò il cavallo a un albero e salì lestamente la montagnola da cui si domina la valle di Cinq-Cygne.
Il castello che Marta e Michu stettero per un momento a guardare, fa un effetto incantevole nel paesaggio. Benché non abbia nessuna importanza per dimensioni o architettura, non manca d'un certo pregio archeologico. Il vecchio edificio del quindicesimo secolo, situato sopra un'altura, circondato da fossati profondi, larghi e ancora pieni d'acqua, è costruito in ciottoli e cemento, ma le sue mura hanno sette piedi di spessore. La sua semplicità ricorda ammirevolmente la vita rude e guerriera dei tempi feudali. Il castello, veramente semplice, consiste in due grandi torri rossastre, separate da un lungo corpo di fabbrica forato da finestre di pietra, la cui croce centrale scolpita rozzamente somiglia a un sarmento di vite. La scala è esterna, situata nel mezzo, dentro una torre pentagonale dalla piccola porta ad ogiva.
Il pianterreno, rimodernato nell'interno sotto Luigi Quattordicesimo, come il primo piano, è sormontato da tetti immensi, con abbaini dai timpani scolpiti. Di fronte al castello un prato vastissimo i cui alberi erano stati recentemente abbattuti. Dai due lati del ponte d'entrata si trovano due casette in cui abitano i giardinieri, separate da un magro cancello, senza carattere, evidentemente moderno. A destra e a sinistra del prato, diviso in due da una stradina selciata, si stendono le scuderie, le stalle, i fienili, la legnaia, il forno, i pollai, le stanze dei domestici, ricavate senza dubbio nei resti delle due ali simili al castello attuale, che anticamente doveva essere quadrato, fortificato ai quattro angoli, difeso da una enorme torre dall'atrio centinato, ai piedi della quale, invece di un cancello, c'era un ponte levatoio. Le due grandi torri di cui non erano state rase le cime coniche, il campaniletto della torre mediana davano una fisionomia al villaggio. La chiesa, vecchia anch'essa, mostrava a qualche passo di distanza il suo campanile aguzzo, che s'armonizzava con la massa del castello. La luna faceva risplendere tutte le cime e i coni intorno a cui la sua luce giocava e sfavillava. Michu guardò la dimora signorile in modo da capovolgere le idee della moglie, perché il suo volto divenuto più calmo esprimeva la speranza e una specie d'orgoglio.
Il suo sguardo abbracciò l'orizzonte con una certa diffidenza; ascoltò la campagna, dovevano essere le nove, la luna gettava i suoi raggi sul margine della foresta, e la montagnola specialmente era fortemente illuminata. La posizione parve pericolosa al guardiano generale, che ne discese come se avesse paura d'esser visto. Pure nessun rumore sospetto turbava la pace della bella vallata recinta da quel lato dalla foresta di Nodesme. Marta, esaurita, tremante, si aspettava una conclusione qualsiasi dopo una tale corsa. A che cosa doveva servire lei? a una buona azione o a un delitto? In quel momento Michu si avvicinò all'orecchio della moglie.
- Devi andare dalla contessa di Cinq-Cygne, chiederai di parlare a lei; quando le sarai davanti, la pregherai di venire da parte. Se nessuno può sentirvi, le dirai: Signorina, la vita dei vostri due cugini è in pericolo, e quello che vi spiegherà il perché e il come, sta ad aspettarvi. Se essa ha paura, se diffida, aggiungi:
Sono della cospirazione contro il Primo Console, e la cospirazione è scoperta. Non dire il tuo nome, diffidano troppo di noi.
Marta Michu alzò la testa verso il marito, e gli disse:
- Tu li servi allora?
- Ebbene! e poi? - disse corrugando le sopracciglia e credendo a un rimprovero.
- Non mi capisci - esclamò Marta prendendo la larga mano di Michu e cadendo ai suoi ginocchi, mentre gli baciava la mano che fu presto bagnata di lacrime.
- Corri, piangerai dopo - disse Michu abbracciandola con una forza brusca.
Quando non sentì più il passo della moglie, a quell'uomo di ferro vennero le lacrime agli occhi. Aveva diffidato di Marta per le opinioni del padre, le aveva nascosto i segreti della sua vita; ma la bellezza del carattere semplice della moglie gli si era rivelata d'un tratto, come la magnanimità del suo aveva lampeggiato per lei. Marta passava dalla profonda umiliazione che produce la degradazione d'un uomo di cui si porta il nome, alla felicità che dà la sua gloria; vi passava senza transizioni, non c'era di che venir meno? In preda alle più vive inquietudini, aveva, come gli disse poi, camminato nel sangue dal padiglione fino a Cinq-Cygne, e s'era in un momento sentita rapire in cielo tra gli angeli. Lui che non si sentiva apprezzato, che prendeva il contegno malinconico della moglie per mancanza d'affetto, che la lasciava a se stessa vivendo fuori, riversando tutta la sua tenerezza sul figlio, aveva compreso in un momento tutto quello che significavano le lacrime di quella donna; essa malediceva la parte che la sua bellezza, che la volontà paterna, l'avevano costretta a rappresentare. La felicità aveva brillato per loro della sua luce più bella, in mezzo alla tempesta, come un lampo. E lampo doveva essere! Ciascuno di loro pensava a dieci anni di disunione e se ne accusava. Michu restò in piedi, immobile, col gomito appoggiato alla carabina e il mento sul gomito, perduto in un trasognamento profondo. Un momento simile fa accettare tutti i dolori del passato più doloroso.
Agitata da mille pensieri simili a quelli del marito, Marta ebbe allora il cuore oppresso dal pericolo dei Simeuse, perché capì tutto, anche le figure dei due Parigini, ma non poteva spiegarsi la carabina. Si slanciò come una cerbiatta e raggiunse il sentiero del castello, fu sorpresa di sentirsi dietro i passi d'un uomo, gettò un grido, la larga mano di Michu le chiuse la bocca.
- Dall'alto della montagnola, ho visto luccicare in lontananza i galloni d'argento dei cappelli! Entra per una breccia del fossato che si trova tra la torre della signorina e le scuderie; i cani non ti abbaieranno dietro. Passa nel giardino, chiama la contessina dalla finestra, fa' sellare il suo cavallo, dille di condurlo per il fossato, io ci sarò, dopo aver studiato il piano dei Parigini e trovato il modo di sfuggir loro.
Quel pericolo che ingrossava come una valanga, e che bisognava prevenire, diede le ali ai piedi di Marta.
Il nome franco, comune ai Cinq-Cygne e agli Chargeboeuf, è Duineff. Cinq-Cygne divenne il nome del ramo cadetto dei Chargeboeuf dopo la difesa d'un castello fatta, nell'assenza del padre, da cinque ragazze di quella famiglia, tutte straordinariamente bianche, e da cui nessuno se lo sarebbe aspettato. Uno dei primi conti di Champagne volle, con questo bel nome, perpetuare il ricordo del fatto finché vivesse la famiglia.
Da quello straordinario fatto d'armi in poi, le ragazze di quella famiglia furono fiere, ma non sempre forse furono bianche.
L'ultima, Lorenza, era, contrariamente alla legge salica, erede del nome, delle armi e dei feudi. Il re di Francia aveva approvato la carta del conte di Champagne in virtù della quale, in quella famiglia, le donne trasmettevano la nobiltà e succedevano. Lorenza era dunque contessa di Cinq-Cygne, suo marito doveva prendere il suo nome e il suo blasone su cui si leggeva per divisa la sublime risposta fatta dalla maggiore delle cinque sorelle all'ingiunzione di consegnare il castello: "Morire cantando"! Degna delle belle eroine, Lorenza possedeva una carnagione d'un bianco che pareva una scommessa del caso. I minimi lineamenti delle sue vene azzurre si vedevano sotto la trama fine e compatta della sua epidermide.
La capigliatura, del più bel biondo, si accordava meravigliosamente ai suoi occhi dell'azzurro più cupo. Tutto in lei apparteneva al genere vezzoso. Nel suo corpo fragile, nonostante la persona esile, a dispetto della sua carnagione di latte, viveva un'anima temprata come quella d'un uomo del più bel carattere, ma che nessuno, nemmeno un osservatore, avrebbe indovinato all'aspetto d'una fisionomia dolce e d'un profilo convesso, che offriva una vaga somiglianza con una testa di pecora. Tale straordinaria dolcezza, benché nobile, pareva arrivare fino alla stupidità dell'agnello. "Sembro una pecora sognante!" diceva di se stessa qualche volta Lorenza con un sorriso. Lorenza, che parlava poco, sembrava non già pensierosa, ma torpida. Se però si manifestava una circostanza seria, la Giuditta nascosta si rivelava subito e diventava sublime, e le circostanze non le erano purtroppo mancate. A tredici anni, Lorenza, dopo gli avvenimenti che sapete, si ritrovò orfana, innanzi al posto dove il giorno prima sorgeva a Troyes una delle case più curiose dell'architettura del sedicesimo secolo, il palazzo di Cinq-Cygne. Il signor d'Hauteserre, uno dei suoi parenti, divenuto suo tutore, condusse immediatamente l'erede in campagna. Il bravo gentiluomo di provincia, spaventato dalla morte dell'abate d'Hauteserre, suo fratello, colpito da una palla sulla piazza, nel momento in cui fuggiva travestito da contadino, non era in grado di difendere gli interessi della pupilla: aveva due figli nell'esercito dei principi, e ogni giorno, al minimo rumore, credeva che i municipali di Arcis venissero ad arrestarlo. Fiera d'aver sostenuto un assedio e di possedere la storica carnagione bianca delle sue antenate, Lorenza disprezzava la savia poltroneria del vecchio curvatosi sotto il vento della tempesta, e non pensava che alla gloria. Perciò mise audacemente nel suo povero salotto di Cinq-Cygne il ritratto di Carlotta Corday, incoronato da ramoscelli di quercia intrecciati. Corrispondeva per mezzo d'un corriere espresso coi gemelli sfidando la legge che l'avrebbe punita di morte. Il messaggero, che anche lui rischiava la vita, le portava le risposte. Lorenza non visse, dopo le catastrofi di Troyes, che per il trionfo della causa monarchica.
Dopo aver sanamente giudicato il signore e la signora d'Hauteserre, e riconosciuto in loro una natura onesta, ma senza energia, li escluse dalle leggi della sfera in cui viveva lei: era troppo intelligente e veramente indulgente per far loro una colpa del loro carattere; buona, amabile, affettuosa con loro, non disse loro uno solo dei suoi segreti. Niente forma meglio l'animo come l'esser costretti a dissimulare continuamente anche in seno alla famiglia. Quando fu maggiorenne, Lorenza lasciò come in passato l'amministrazione dei suoi beni al bravuomo d'Hauteserre. Quando la sua giumenta favorita fosse stata ben governata, la sua domestica Caterina vestita secondo il suo gusto, e il servetto Gothard vestito convenientemente, poco le importava del resto.
Dirigeva i suoi pensieri a un fine troppo elevato per potersi abbassare a occupazioni che, in tempi diversi, le sarebbero senza dubbio piaciute. La toletta fu cosa di poca importanza per lei, e d'altra parte i suoi cugini erano lontani. Lorenza aveva un'amazzone verde bottiglia per le sue passeggiate a cavallo, un vestito di stoffa comune a scollatura rotonda ornata d'una balza di ricamo e con alamari per andare a piedi, e per casa una veste da camera di seta. Gothard, il suo piccolo scudiere, uno svelto e coraggioso ragazzo di quindici anni, la scortava, perché essa era sempre in giro; e cacciava su tutte le terre di Gondreville, senza che né i fittavoli né Michu vi si opponessero. Cavalcava mirabilmente, e la sua valentia nella caccia aveva del miracolo.
Nella contrada, la chiamavano senz'altro la Signorina, anche durante la Rivoluzione.
Chi ha letto il bel romanzo "Bob-Roy" deve ricordare uno dei rari caratteri di donna per la cui concezione Walter Scott sia uscito dalla sua abituale freddezza, di Diana Vernon. Questo ricordo può servire a far comprendere Lorenza, se aggiungete alle qualità della cacciatrice scozzese l'esaltazione repressa di Carlotta Corday, ma sopprimendone l'amabile vivacità che rende così attraente Diana. La contessina aveva visto morire sua madre, cadere l'abate d'Hauteserre, il marchese e la marchesa di Simeuse morire sul patibolo, il suo unico fratello era morto delle sue ferite, i suoi due cugini che servivano nell'esercito dei Condé potevano essere uccisi da un momento all'altro, finalmente il patrimonio dei Simeuse e dei Cinq-Cygne era stato divorato dalla Repubblica, senza che la Repubblica ci avesse guadagnato nulla. La sua gravità, degenerata in apparente stupore, è comprensibile.
Il signor d'Hauteserre si mostrò del resto il tutore più probo e più accorto. Sotto la sua amministrazione, Cinq-Cygne prese l'aspetto d'una fattoria. Il bravuomo, che somigliava molto meno a un paladino che a un proprietario che sa far fruttare i suoi terreni, aveva messo a coltura il parco e i giardini la cui estensione era di circa duecento arpenti, ricavandone il nutrimento per cavalli e domestici, e legna per il riscaldamento.
Grazie alla più severa economia, alla sua maggiore età, la contessina aveva già recuperato, in seguito all'acquisto di titoli di Stato fatto con le rendite, un discreto patrimonio. Nel 1798, l'ereditiera possedeva ventimila franchi di rendita in titoli di Stato di cui, per la verità, gli arretrati erano dovuti, e dodicimila franchi a Cinq-Cygne i cui fitti erano stati rinnovati con considerevoli aumenti. Il signore e la signora d'Hauteserre s'erano ritirati in campagna con tremila lire di rendita vitalizia sulle tontine Lafarge; questo resticciuolo della loro ricchezza non permetteva loro di abitare altrove che a Cinq-Cygne; perciò il primo atto di Lorenza fu di dar loro il godimento a vita del padiglione che vi occupavano. I d'Hauteserre, diventati avari per la loro pupilla come per se stessi, e che, tutti gli anni, mettevano da parte i loro mille scudi pensando ai loro due figli, facevano all'ereditiera un trattamento miserabile. La spesa totale di Cinq-Cygne non oltrepassava cinquemila lire all'anno. Ma Lorenza che non s'abbassava alle minuzie, trovava buono tutto. Il tutore e la moglie, cedendo senza accorgersene all'influenza impercettibile di un tale carattere che si manifestava anche nelle minime cose, avevano finito coll'ammirare - caso raro quella che avevano conosciuta bambina. Ma Lorenza aveva nei suoi modi, nella sua voce gutturale, nel suo sguardo imperioso, quel non so che, quel potere inesplicabile che fa sempre impressione, anche quando è solo forza apparente, perché negli sciocchi il vuoto somiglia alla profondità. Di qui viene forse l'ammirazione del popolo per tutto quello che non capisce. Il signore e la signora d'Hauteserre, colpiti dal silenzio abituale e impressionati dalla misantropia della contessina, erano sempre in attesa di qualcosa di grande. Facendo il bene con discernimento e senza lasciarsi ingannare, Lorenza, benché fosse un'aristocratica, otteneva dai contadini un gran rispetto. Il sesso, il nome, le disgrazie, l'originalità della sua vita, tutto contribuiva a darle autorità sugli abitanti della valle di Cinq-Cygne. Essa partiva qualche volta per uno o due giorni, accompagnata da Gothard; e mai al ritorno, né il signore né la signora d'Hauteserre la interrogavano sul motivo della sua assenza. Lorenza, notate bene, non aveva in sé niente di bizzarro. La virago si nascondeva sotto la forma più femminile e, in apparenza, più debole. Il suo cuore era sensibilissimo, ma nelle idee aveva una risolutezza virile e una fermezza stoica. I suoi occhi chiaroveggenti non sapevano piangere. A vedere il suo polso bianco e delicato sfumato di vene azzurre, nessuno avrebbe immaginato che poteva sfidare quello del cavaliere più consumato. La sua mano, così morbida, così fluida, maneggiava una pistola, un fucile, col vigore d'un cacciatore esercitato. Per fuori, non usava altro cappello che quello che le donne usano per cavalcare, un grazioso cappellino di castoro col velo verde che le cadeva innanzi al volto. Perciò il suo viso così delicato, il collo bianco avvolto in una cravatta nera, non avevano mai sofferto delle sue corse all'aria aperta. Sotto il Direttorio, e al principio del Consolato, Lorenza aveva potuto condursi così senza che nessuno si occupasse di lei; ma, da quando il Governo si veniva regolarizzando, le nuove autorità, il prefetto dell'Aube, gli amici di Malin, e lo stesso Malin, tentavano di screditarla. Lorenza non pensava che alla caduta di Bonaparte, la cui ambizione e trionfo avevano suscitato in lei come una rabbia, ma una rabbia fredda e calcolata. Nemica oscura e sconosciuta dell'uomo coperto di gloria, lo teneva di mira, dal fondo della sua valle e delle sue foreste, con una fissità terribile, pensava a volte di andarlo a uccidere nei dintorni di Saint-Cloud o della Malmaison. L'esecuzione di un tal progetto sarebbe già bastata a spiegare gli esercizi e le abitudini della sua vita; ma, iniziata, dopo la rottura della pace di Amiens, alla cospirazione degli uomini che tentarono di rivolgere il 18 brumaio contro il Primo Console, aveva da allora in poi subordinato la sua forza e il suo odio al piano vastissimo e molto ben organizzato che doveva colpire Bonaparte all'estero con la vasta coalizione della Russia, dell'Austria e della Prussia che l'Imperatore vinse ad Austerlitz, e all'interno con la coalizione degli uomini di tendenze più opposte, ma riuniti da un solo odio comune, e di cui parecchi meditavano, come Lorenza, la morte di lui, senza spaventarsi della parola assassinio. Quella giovinetta, così fragile per chi la vedesse la prima volta, così forte per chi la conosceva bene, era dunque in quel momento la guida fedele e sicura dei gentiluomini che vennero dalla Germania a prender parte a quel serio attacco. Fouché si fondò su questa cooperazione degli emigrati di oltre Reno per coinvolgere nel complotto il duca d'Enghien. La presenza di questo principe nel territorio di Baden, a poca distanza da Strasburgo, diede peso più tardi a tale supposizione. La grande questione di sapere se il principe ebbe veramente conoscenza dell'impresa, se doveva entrare in Francia dopo che fosse riuscita, è uno dei segreti su cui, come su qualche altro, i principi di casa Borbone, hanno conservato il più profondo silenzio. Via via che la storia di quel tempo invecchierà, gli storici imparziali troveranno che il principe fu almeno imprudente a riavvicinarsi alla frontiera nel momento in cui doveva scoppiare un'immensa cospirazione, nel segreto della quale tutta la famiglia reale è certamente stata. La prudenza che Malin aveva poco prima mostrato conferendo con Grévin all'aria aperta, la giovinetta la metteva nelle sue minime relazioni.
Riceveva gli emissari, conferiva con loro, o sui diversi margini della foresta di Nodesme, o di là dalla valle di Cinq-Cygne, tra Sézanne e Brienne. Spesso faceva quindici leghe d'un tratto con Gothard, e tornava a Cinq-Cygne senza che sul suo fresco visino si potesse scorgere la minima traccia di stanchezza né di preoccupazione. Aveva sulle prime sorpreso, negli occhi del piccolo guardiano di mucche, che aveva allora nove anni, I'ingenua ammirazione che i bambini hanno per quello che è straordinario; ne fece il suo palafreniere e gli insegnò a governare i cavalli con la cura e l'attenzione che vi mettono gl'Inglesi. Riconobbe in lui il desiderio di far bene, intelligenza e assenza d'ogni calcolo; mise alla prova la sua devozione, e ne riscontrò in lui non solo lo spirito, ma la nobiltà, non concepiva infatti di poterne ricevere un compenso; coltivò quell'anima così giovane, fu buona con lui, buona con magnanimità, se lo affezionò affezionandosi a lui, dirozzando lei stessa quel carattere semi selvaggio senza togliergli la sua freschezza e la sua semplicità. Quando ebbe sufficientemente provato la fedeltà quasi canina che aveva coltivato, Gothard divenne il suo ingegnoso e ingenuo complice. Il contadinello, che nessuno poteva sospettare, andava da Cinq-Cygne fino a Nancy, e tornava a volte senza che nessuno sapesse che avesse lasciato il paese. Tutte le astuzie usate dalle spie, egli le praticava. L'eccessiva diffidenza inculcatagli dalla sua padrona, non alterava affatto la sua natura. Gothard, che possedeva insieme l'astuzia delle donne, il candore del fanciullo, e l'attenzione perpetua del cospiratore, nascondeva queste ammirevoli qualità sotto la profonda ignoranza e il torpore della gente di campagna. Quell'omino pareva sciocco, debole e maldestro ma, una volta all'opera, era agile come un pesce, sfuggiva come un'anguilla, comprendeva, come i cani, da uno sguardo; annusava il pensiero. Il suo buon faccione tondo e rosso, gli occhi bruni addormentati, i capelli tagliati come quelli dei contadini, il suo costume, il suo sviluppo molto ritardato, gli lasciavano l'apparenza d'un fanciullo di dieci anni. Sotto la protezione della cugina che, da Strasburgo fino a Bar-sur-Aube, vegliò su di loro, i signori d'Hauteserre e di Simeuse, accompagnati da parecchi altri emigrati, vennero attraverso l'Alsazia, la Lorena e la Champagne, mentre altri cospiratori, non meno coraggiosi, entrarono in Francia dalle scogliere di Normandia. Vestiti da operai, i d'Hauteserre e i Simeuse avevano avanzato, di foresta in foresta, guidati di luogo in luogo da persone scelte da Lorenza già da tre mesi in ciascun dipartimento tra le persone più devote ai Borboni e le meno sospettate. Gli emigrati dormivano il giorno e viaggiavano la notte. Ognuno di loro portava con sé due soldati devoti, di cui l'uno andava innanzi e l'altro rimaneva indietro per proteggere la ritirata in caso di disgrazia. Grazie a tali precauzioni militari, il prezioso distaccamento aveva raggiunto senza intoppi la foresta di Nodesme presa per luogo di raduno.
Ventisette altri gentiluomini entrarono anch'essi dalla Svizzera e attraversarono la Borgogna, guidati verso Parigi con precauzioni simili. Il signor de Rivière contava su cinquecento uomini, di cui cento giovani nobili, gli ufficiali di quel battaglione sacro. I signori de Polignac e de Rivière, la cui condotta, come capi, fu molto notevole, serbarono un segreto impenetrabile su tutti i complici che non furono scoperti. Perciò si può dire oggi, e questo concorda con le rivelazioni fatte durante la Restaurazione, che Bonaparte non conobbe la vastità dei pericoli che corse allora, che l'Inghilterra non conosceva il pericolo in cui la metteva il campo di Boulogne; eppure, mai in nessun tempo, la polizia fu meglio e più intelligentemente diretta. Al momento in cui questa storia comincia, un vigliacco, come se ne trovano sempre nelle cospirazioni che non si limitano a un piccolo numero d'uomini egualmente forti, un congiurato messo di fronte alla morte dava indicazioni, per fortuna insufficienti quanto all'estensione, ma abbastanza precise sullo scopo dell'impresa.
Perciò, come aveva detto Malin a Grévin, la polizia lasciava che i cospiratori da essa sorvegliati agissero in libertà, per poter abbracciare tutte le ramificazioni del complotto. Tuttavia il governo ebbe in qualche modo la mano forzata da Giorgio Cadoudal, uomo d'azione, che si regolava a modo suo, e che s'era nascosto in Parigi con venticinque Chouans per assalire il Primo Console.
Lorenza univa nel suo pensiero l'odio e l'amore. Abbattere Bonaparte e restaurare i Borboni, non significava forse riprendere Gondreville e far la fortuna dei suoi cugini? Questi due sentimenti, di cui l'uno è il rovescio della medaglia dell'altro, bastano, soprattutto a vent'anni, a mettere in azione tutte le facoltà dell'animo e tutte le forze della vita. Perciò, da due mesi, Lorenza pareva agli abitanti di Cinq-Cygne più bella di quel che non fosse mai stata. Le gote le erano divenute rosee, la speranza dava in certi momenti un lampo di fierezza alla sua fronte; ma, quando si leggeva la "Gazzetta" della sera, in cui si susseguivano gli atti del Primo Console, abbassava gli occhi per non lasciarvi leggere la minacciosa certezza della prossima caduta del nemico dei Borboni. Nessuno al castello pensava dunque che la contessina avesse rivisto i cugini la notte passata. I due figli del signore e della signora d'Hauteserre avevano passato la notte nella camera della contessina, sotto lo stesso tetto del padre e della madre; perché Lorenza, per non destar sospetti, dopo aver fatto coricare i due d'Hauteserre, tra l'una e le due del mattino, era andata a raggiungere i cugini al luogo convenuto e li aveva guidati nel centro della foresta dove li aveva nascosti nella casetta abbandonata d'un guardaboschi. Sicura com'era sempre stata di rivederli, non mostrò la minima espressione di gioia, niente tradì in lei le ansie dell'attesa; aveva poi saputo cancellare le tracce del piacere di averli rivisti, e restò impassibile. La bella Caterina, figlia della sua nutrice, e Gothard, tutti e due al corrente del segreto, conformarono la loro condotta su quella della loro padroncina. Caterina aveva diciannove anni. A quella età, come a quella di Gothard, una giovinetta è esaltata e si lascia mozzare la testa senza dire una parola. Quanto a Gothard, sentire il profumo che la contessina metteva nei capelli e sugli abiti, gli avrebbe fatto sopportare la tortura senza dire una parola. Nel momento in cui Marta, avvertita dell'imminenza del pericolo, scivolava colla rapidità d'un'ombra verso la breccia indicata da Michu, il salotto del castello di Cinq-Cygne offriva lo spettacolo più pacifico. I suoi abitanti erano così lontani dal sospettare la tempesta che s'addensava su di loro, che il loro atteggiamento avrebbe eccitato la compassione di chiunque avesse conosciuto la loro situazione. Nell'alto camino, ornato d'uno specchio su cui danzavano sul vetro pastorelle in panieri, brillava uno di quei fuochi come se ne fanno solo nei castelli situati sul margine dei boschi. A un angolo del caminetto su una grande poltrona in legno dorato, ricoperta di un magnifico lampasso verde, la contessina stava quasi sdraiata nell'atteggiamento che dà una prostrazione completa. Tornata solo alle sei dai confini della Brie, dopo aver fatto da battistrada per far arrivare sani e salvi i quattro gentiluomini al luogo dove dovevano fare l'ultima tappa prima d'entrare in Parigi, aveva sorpreso il signore e la signora d'Hauteserre alla fine del pranzo. Aveva molta fame e s'era messa a tavola senza togliersi né l'amazzone infangata né gli stivaletti. Pensava di cambiar abito dopo pranzo, ma s'era sentita prostrata di stanchezza, e aveva lasciato cadere la sua bella testa scoperta, dai mille ricciolini biondi, sulla spalliera dell'immensa poltrona, tenendo i piedi su di un panchettino. Il fuoco asciugava gli schizzi di fango della sua amazzone e degli stivaletti. I guanti di pelle di daino, il cappellino di castoro, il velo verde e il frustino erano lì sulla mensola dove li aveva gettati entrando. Essa guardava ora il vecchio orologio di Boule che si trovava sul ripiano del caminetto tra due candelabri a fiori, per vedere dall'ora se i quattro cospiratori erano a letto, ora il tavolino da gioco collocato innanzi al caminetto e occupato dal signor d'Hauteserre e dalla moglie, dal curato di Cinq-Cygne e dalla sorella di quest'ultimo.
Se anche questi personaggi non facessero parte integrante del dramma, le loro teste avrebbero ancora il merito di rappresentare uno degli aspetti che l'aristocrazia prese dopo la sua disfatta del 1793. Da questo punto di vista, la descrizione del salotto di Cinq-Cygne ha il sapore della storia vista nei suoi aspetti familiari e modesti.
Il gentiluomo, che allora aveva cinquantadue anni, alto, asciutto, sanguigno e di robusta salute, sarebbe sembrato capace di vigore senza i suoi grandi occhi d'un azzurro di maiolica il cui sguardo rivelava una grande semplicità. C'era nel suo volto terminato da una bazza tra naso e bocca, uno spazio smisurato secondo le leggi del disegno, che gli dava un aria di sottomissione, con la quale armonizzavano i minimi particolari della sua fisionomia. Per dirne una, la sua capigliatura grigia, schiacciata e resa compatta dal cappello che portava quasi tutto il giorno, formava sulla sua testa come una calotta, disegnandone il contorno a pera. La fronte piena di rughe per la vita di campagna e per le continue inquietudini, era piatta e senza espressione. Il naso aquilino dava un certo carattere alla faccia; il solo indizio di forza si trovava nelle sopracciglia folte che conservavano il loro colore nero e nel colorito vivo del volto; ma questo indizio non era menzognero, il gentiluomo, benché semplice e mite, possedeva la fede monarchica e cattolica, e nessuna considerazione lo avrebbe fatto cambiar partito. Il bravuomo si sarebbe lasciato arrestare, non avrebbe tirato sui municipali, e se ne sarebbe andato buono buono al patibolo. Le sue tremila lire di rendita vitalizia, sua sola risorsa, gli avevano impedito di emigrare. Obbediva dunque al governo di fatto; ma non aveva cessato di amare la famiglia reale e di desiderarne la restaurazione; avrebbe però rifiutato di compromettersi col partecipare a un tentativo in favore dei Borboni. Apparteneva alla schiera di quei realisti che hanno sempre ricordato d'essere stati battuti e derubati; che, da allora in poi, sono rimasti muti, economi, pieni di rancori, senza energia, ma incapaci così di abiurare come di sacrificarsi; pronti a salutare la regalità trionfante, amici della religione e dei preti, ma decisi a sopportare tutte le vessazioni della disgrazia.
Non significa più avere un'opinione, ma essere testardi. L'azione è la cosa essenziale nei partiti. Senza ingegno, ma leale, avaro come un contadino eppure nobile di modi, ardito nei suoi voti ma discreto in parole e azioni, attento a trarre partito da tutto, e pronto a lasciarsi nominare sindaco di Cinq-Cygne, il signor d'Hauteserre rappresentava ammirevolmente quegli onorati gentiluomini a cui Dio ha scritto in fronte la parola "miti", che lasciarono passare sulle loro case gentilizie e sulle loro teste le tempeste della Rivoluzione, che si rialzarono sotto la Restaurazione ricchi delle loro economie nascoste, fieri del loro attaccamento discreto e che tornarono alle loro campagne dopo il 1830. Il suo costume, espressivo involucro del carattere, dipingeva l'uomo e il tempo. Il signor d'Hauteserre portava uno di quei pastrani color nocciola, con un piccolo colletto, che l'ultimo duca d'Orleans aveva resi di moda al suo ritorno dall'Inghilterra, e che furono, durante la Rivoluzione, come una transazione tra gli orribili costumi popolari e gli eleganti soprabiti dell'aristocrazia. Il suo panciotto di velluto, a righe fiorettate, che ricordava quelli di Robespierre e di Saint-Just, lasciava vedere la parte alta d'una lattuga a pieghine che ricadeva sulla camicia. Conservava i calzoni corti, ma i suoi erano di grosso panno turchino con fibbie d'acciaio brunito. Le calze in filaticcio di seta modellavano due gambe di cervo, calzate di grosse scarpe mantenute da uose di panno nero. Aveva conservato il colletto di mussolina pieghettata, chiuso sul collo con un fermaglio d'oro. Il bravuomo non aveva inteso fare dell'eclettismo politico adottando quel costume nello stesso tempo contadinesco, rivoluzionario e aristocratico, aveva con molta innocenza obbedito alle circostanze.
La signora d'Hauteserre, quarantenne, e logorata dalle emozioni, aveva un volto avvizzito che sembrava continuamente in posa per un ritratto; e la sua cuffia di merletto, ornato da fiocchi di raso bianco, contribuiva singolarmente a darle quell'aria solenne.
Usava ancora la cipria a dispetto del fazzoletto da collo bianco, del vestito di seta color pulce a maniche piatte, dalla gonna larghissima, triste e ultimo costume della regina Maria- Antonietta. Aveva il naso sottile, il mento puntuto, la faccia quasi triangolare, occhi che avevano pianto; ma metteva un'ombra di rossetto che ravvivava i suoi occhi grigi. Prendeva tabacco, e ogni volta usava quelle graziose precauzioni di cui abusavano in passato le vanerelle; tutti i particolari della sua presa di tabacco costituivano una cerimonia che si spiega con una sola parola: aveva delle belle mani.
Da due anni, l'antico precettore dei due Simeuse, amico dell'abate d'Hauteserre, si era ritirato nella cura di Cinq-Cygne per l'affetto che portava ai d'Hauteserre e alla contessina. Sua sorella, la signorina Goujet, ricca di settecento franchi di rendita, li riuniva al magro stipendio della cura, e governava la casa del fratello. Né la chiesa né il presbiterio erano stati venduti perché di poco valore. L'abate Goujet abitava dunque a due passi dal castello, giacché il muro del giardino della cura e quello del parco costituivano in qualche punto un muro divisorio comune. Così, due volte la settimana, l'abate Goujet e la sorella pranzavano a Cinq-Cygne, dove tutte le sere venivano a far la partita coi d'Hauteserre. Lorenza non sapeva tenere in mano una carta. L'abate Goujet, vecchio dai capelli bianchi e dal volto bianco come quello d'una vecchia, dotato d'un sorriso amabile, d'una voce dolce e insinuante, correggeva l'inespressività del volto alquanto imbambolato con una fronte intelligente e con degli occhi molto arguti. Di statura media e ben fatto, conservava l'abito nero alla francese, portava fibbie d'argento ai calzoni corti e alle scarpe, calze di seta nera, un panciotto nero su cui ricadeva il collare, cosa che gli dava un'aria signorile e non toglieva niente alla sua dignità. L'abate che, alla Restaurazione, divenne vescovo di Troyes, abituato dalla sua vita passata a giudicare i giovani, aveva indovinato il forte carattere di Lorenza, l'apprezzava in tutto il suo valore, e aveva fin dalle prime volte mostrato per la giovinetta una rispettosa deferenza che contribuì molto a renderla indipendente a Cinq-Cygne e a far sottomettere a lei l'austera vecchia signora e il buon gentiluomo, ai quali, stando alle usanze, essa avrebbe certamente dovuto ubbidire. Da sei mesi, l'abate Goujet osservava Lorenza col genio speciale dei preti, che sono le persone più perspicaci; e, senza sapere che la giovinetta ventenne pensava ad abbattere Bonaparte quando le sue deboli mani attorcigliavano un alamare sciolto della sua amazzone, la supponeva tuttavia agitata da un grande disegno.
La signorina Goujet era una di quelle donne il cui ritratto si fa in due parole che permettono anche ai meno dotati d'immaginazione di raffigurarsele: apparteneva al genere spilungone. Sapeva d'essere brutta, era la prima a ridere della propria bruttezza mettendo in mostra i suoi lunghi denti gialli come la sua carnagione e le sue mani ossute. Era interamente buona e gaia.
Portava il famoso giubbettino dei vecchi tempi, una gonna molto larga dalle tasche sempre piene di chiavi, una cuffia con nastri e una treccia di capelli finti. Aveva avuto molto presto quarant'anni; ma in compenso, diceva lei, ci si era fermata da venti anni. Venerava la nobiltà, e sapeva conservare la sua dignità, pur tributando alle persone nobili i rispetti e gli omaggi dovuti.
La compagnia di queste due persone era venuta molto a proposito a Cinq-Cygne per la signora d'Hauteserre, che non aveva, come suo marito, occupazioni rurali, né, come Lorenza, il tonico d'un odio per sopportare il peso d'una vita solitaria. Del resto tutto era in qualche modo migliorato da sei anni. Il culto cattolico ristabilito permetteva di adempiere i doveri religiosi, che hanno maggior risonanza nella vita di campagna che altrove. Il signore e la signora d'Hauteserre, rassicurati dagli atti conservatori del Primo Console, avevano potuto corrispondere coi loro figli, averne notizie, non tremare più per loro, pregarli di sollecitare la loro radiazione per tornare in Francia. Il Tesoro aveva liquidato gli arretrati di rendita, e pagava regolarmente di semestre in semestre. I d'Hauteserre possedevano allora in più del loro vitalizio ottomila franchi di rendita. Il vecchio si applaudiva della giustezza delle sue previsioni: aveva impiegato insieme colla nipote le sue economie, ventimila franchi a comprare rendita di Stato, prima del 18 brumaio, che fece, come è noto, salire i titoli da dodici a diciotto franchi.
Per molto tempo Cinq-Cygne era restato nudo, vuoto e devastato. A ragion veduta, il prudente tutore non aveva voluto, finché durarono i moti rivoluzionari, cambiarne l'aspetto; ma, alla pace d'Amiens, aveva fatto un viaggio a Troyes, per riportarne qualche resto dei due palazzi saccheggiati, che aveva ricomprato da rigattieri. Il salotto era stato allora ammobiliato da lui. Belle tende di lampasso bianco a fiori verdi provenienti dal palazzo Simeuse adornavano le sei finestre del salotto dove si trovavano allora tali personaggi. L'immensa sala era interamente rivestita di legno diviso in pannelli, inquadrati da bacchette perlate, decorati agli angoli con mascheroni e dipinti in due toni di grigio. I quattro sopra-porte offrivano di quei soggetti a chiaroscuro che furono di moda sotto Luigi Quindicesimo. Il bravuomo aveva trovato a Troyes delle mensole dorate, un divano in lampasso verde, un lampadario di cristallo, una tavola da gioco di legno intarsiato e tutto quello che poteva servire alla restaurazione di Cinq-Cygne. Nel 1792, tutto il mobilio del castello era stato rubato, perché il saccheggio dei palazzi ebbe il suo contraccolpo anche nella vallata. Ogni volta che il vecchio andava a Troyes, ne riportava qualche reliquia dell'antico splendore, ora un bel tappeto come quello che era steso sul pavimento del salotto, ora un servizio di vasellame o di vecchie porcellane di Saxe e di Sèvres. Da cinque mesi, aveva osato disotterrare l'argenteria di Cinq-Cygne che il cuoco aveva sotterrato in una sua casetta in fondo a uno dei lunghi sobborghi di Troyes.
Questo fedele servitore, di nome Durieu, e sua moglie, avevano seguito sempre la fortuna della padroncina. Durieu era il factotum del castello, e sua moglie ne era la governante. Durieu si faceva aiutare in cucina dalla sorella di Caterina, alla quale veniva insegnando la sua arte e che prometteva di diventare una cuoca eccellente. Un vecchio giardiniere, sua moglie, il figlio pagato a giornata e la figlia che faceva da vaccaia, completavano il personale del castello. Da sei mesi, la Durieu aveva fatto fare in segreto una livrea coi colori dei Cinq-Cygne per il figlio del giardiniere e per Gothard. Benché il gentiluomo l'avesse sgridata per tale imprudenza, essa s'era concesso il piacere di vedere servito il pranzo, il giorno di San Lorenzo, per la festa di Lorenza, quasi come una volta. Questa penosa e lenta restaurazione delle cose formava la gioia del signore e della signora d'Hauteserre e dei Durieu. Lorenza sorrideva di queste cose che essa diceva puerilità. Ma il bravo d'Hauteserre pensava anche al solido, riparava gli stabili, rialzava i muri, piantava dappertutto dove ci fosse probabilità di farli venir su degli alberi, e non lasciava un palmo di terreno incolto. Così la vallata di Cinq-Cygne lo considerava un oracolo in fatto d'agricoltura. Aveva saputo riprendersi cento arpenti di terra che gli venivano contestati, ma che non erano stati venduti, né confusi dal Comune nei beni comunali; li aveva convertiti in praterie artificiali che nutrivano il bestiame del castello, e li aveva inquadrati di pioppi che, da sei anni, venivano su d'incanto. Aveva l'intenzione di ricomprare alcune terre, e d'utilizzare le costruzioni del castello per farne una seconda fattoria che si prometteva di dirigere lui stesso.
Da due anni dunque, la vita era diventata quasi felice al castello. Il signor d'Hauteserre usciva al levar del sole, andava a sorvegliare i suoi operai, perché faceva lavorare in tutte le stagioni; tornava per la colazione, saliva poi sopra un cavalluccio di fattore, e faceva il suo giro come un guardiano; poi, di ritorno pel pranzo, finiva la giornata col "boston". Tutti gli abitanti del castello avevano le loro occupazioni, la vita vi era regolata come in un monastero. Solo Lorenza la turbava coi suoi viaggi improvvisi, con le sue assenze, con quelle che la signora d'Hauteserre chiamava le sue fughe. Pure esistevano a Cinq-Cygne due politiche, e qualche causa di dissenso. In primo luogo, Durieu e sua moglie erano gelosi di Gothard e di Caterina che vivevano in maggiore intimità con la loro padroncina, l'idolo della casa. Poi i due d'Hauteserre, appoggiati dalla signorina Goujet e dal curato, volevano che i loro figli, come i gemelli de Simeuse, tornassero in Francia e prendessero parte alla felicità di quella vita pacifica, invece di vivere stentatamente all'estero. Lorenza riprovava questa odiosa transazione e rappresentava la monarchia pura, militante e implacabile. I quattro vecchi, che non volevano più veder compromessa una vita felice, né quell'angolo di terra riconquistato sulle acque furiose del torrente rivoluzionario, cercavano di convertire Lorenza alle loro dottrine veramente sagge, perché sentivano che la resistenza che i loro figli e i due Simeuse opponevano al loro ritorno in Francia dipendeva molto da lei. Il disdegno superbo della loro pupilla spaventava quella povera gente che non s'ingannava se temeva quello che chiamavano "un colpo di testa". Il dissenso s'era manifestato apertamente il giorno dell'esplosione della macchina infernale di via San Nicasio, il primo tentativo realista diretto contro il vincitore di Marengo, dopo il suo rifiuto di trattare colla casa di Borbone. I d'Hauteserre considerarono come una fortuna che Bonaparte fosse sfuggito al pericolo, perché credevano che autori dell'attentato fossero stati i repubblicani.
Lorenza pianse di rabbia a veder salvo il Primo Console. La sua disperazione la vinse sulla sua abituale dissimulazione, accusò Dio di tradire i figli di San Luigi!
- Io sarei riuscita! - gridò; poi, vedendo la profonda stupefazione scritta su tutte le facce a questa sua uscita, si rivolse all'abate Goujet: - Non si ha forse il diritto - disse - di ricorrere a tutti i mezzi contro l'usurpazione?
- Figliola mia - rispose l'abate Goujet - la Chiesa è stata molto attaccata e biasimata dai filosofi perché aveva un tempo sostenuto che si potevano usare contro gli usurpatori le armi che gli usurpatori avevano impiegato per riuscire; ma oggi la Chiesa deve troppo al Primo Console per non proteggerlo e non garantirlo contro questa massima che del resto è dovuta ai Gesuiti.
- E così la Chiesa ci abbandona! - aveva risposto Lorenza con espressione cupa.
Da quel giorno, tutte le volte che i quattro vecchi parlavano di sottomettersi alla Provvidenza, la contessina lasciava il salotto.
Da qualche tempo, il curato, più sagace del tutore, invece di discutere i principi, faceva rilevare i vantaggi materiali del governo consolare, meno per convertire la contessa che per sorprenderle negli occhi espressioni che potessero illuminarlo sui suoi progetti. Le assenze di Gothard, le corse moltiplicate di Lorenza e la preoccupazione che, negli ultimi giorni, apparve alla superficie del suo volto, infine una quantità di piccole cose che non potevano sfuggire nel silenzio e nella tranquillità della vita a Cinq-Cygne, soprattutto agli occhi inquieti dei d'Hauteserre, dell'abate Goujet e dei Durieu, tutto aveva ridestato i timori di quei monarchici sottomessi. Ma siccome non accadeva niente e la più perfetta calma regnava da qualche giorno nella sfera politica, la vita del piccolo castello era tornata pacifica. Ognuno aveva attribuito le corse della contessa alla sua passione per la caccia.
Si può immaginare il profondo silenzio che regnava nel parco, nei cortili, fuori, alle nove di sera, nel castello di Cinq-Cygne, dove in quel momento le cose e le persone erano così armoniosamente colorite, dove regnava la pace più profonda, dove l'abbondanza tornava e il buono e saggio gentiluomo sperava convertire con la continuità dei felici risultati la sua pupilla al suo sistema d'obbedienza. Quei monarchici continuavano a giocare a quel gioco del "boston" che, sotto una forma frivola, diffuse in Francia le idee d'indipendenza, che fu inventato in onore degli insorti d'America, e di cui tutti i termini ricordano la lotta incoraggiata da Luigi Sedicesimo. Continuando a fare indipendenze o miserie, osservavano Lorenza, che, vinta presto dal sonno, s'addormentò con un sorriso ironico sulle labbra: il suo ultimo pensiero aveva abbracciato il pacifico quadro di quel tavolino da gioco dove una parola, che avesse fatto sapere ai d'Hauteserre che i loro figli avevano la notte scorsa dormito sotto il loro tetto, poteva gettare il più vivo terrore. Quale giovinetta di ventitré anni non sarebbe stata, come Lorenza, orgogliosa di rappresentare la parte del Destino, e non avrebbero provato, come lei, un lieve senso di compassione per quelli che vedeva tanto inferiori a lei?
- Dorme - disse l'abate - non l'ho vista mai così stanca.
- Durieu m'ha detto che la sua giumenta è stanchissima - riprese la signora d'Hauteserre - il suo fucile non è servito, il focone era lucido, non è dunque andata a caccia.
- Ah! sacripante! - riprese il curato - questo non dice niente di buono.
- Bah! - esclamò la signorina Goujet - quando avevo ventitré anni e mi vedevo condannata a restar ragazza, correvo e mi stancavo altro che questo. Capisco che la contessina se ne vada in giro senza pensare a uccidere selvaggina. Fra poco saranno dodici anni che non ha visto i cugini, ed essa vuol loro bene; eh! al suo posto, io, se fossi giovane e bella come lei, me ne andrei d'un fiato in Germania! E forse la povera piccina si sente attirata dalla frontiera.
- Siete sconveniente, signorina Goujet - disse il curato sorridendo.
- Ma - riprese questa - vedo che vi inquietate per l'andare e venire d'una ragazza e ve lo spiego.
- I cugini torneranno, essa si troverà ricca e finirà col calmarsi - disse il bravo d'Hauteserre.
- Dio lo voglia! - esclamò la vecchia signora prendendo la sua tabacchiera d'oro che dopo il Consolato a vita aveva rivisto la luce.
- Ci sono novità in paese - disse d'Hauteserre al curato - Malin da ieri sera è a Gondreville.
- Malin! - gridò Lorenza destata da quel nome a dispetto del suo profondo sonno.
- Sì - riprese il curato - ma riparte questa notte e si fanno mille congetture intorno a questo viaggio precipitoso.
- Quell'uomo - disse Lorenza - è il cattivo genio delle nostre due case.
La contessina aveva allora allora pensato ai cugini e ai d'Hauteserre, e li aveva visti minacciati. I suoi begli occhi si fecero fissi e smorti pensando ai pericoli che correvano a Parigi; si alzò bruscamente, e risalì in camera sua senza dir niente. Essa abitava la stanza d'onore, accanto a cui si trovavano un salottino e un oratorio, situati nella torretta che guardava la foresta.
Quand'ebbe lasciato il salotto, i cani abbaiarono, si sentì suonare al cancello piccolo, e Durieu, con una faccia spaventata, venne a dire in salotto:
- Ecco il sindaco! c'è qualcosa di nuovo.
Il sindaco, antico battistrada della casa Simeuse, veniva qualche volta al castello, dove, per politica, i d'Hauteserre gli mostravano una deferenza a cui egli dava gran peso. Quell'uomo, chiamato Goulard, aveva sposato una ricca bottegaia di Troyes i cui possedimenti si trovavano nel comune di Cinq-Cygne, e che egli aveva accresciuto con tutte le terre d'una ricca Badia per acquistare la quale aveva speso tutti i suoi risparmi. La vasta Badia del Val-de-Preux, situata a un quarto di lega dal castello, gli forniva un'abitazione splendida quasi come Gondreville, e dove sua moglie e lui si trovavano come due sorci in una cattedrale.
- Goulard, sei stato goloso! - gli disse ridendo la Signorina la prima volta che lo vide a Cinq-Cygne. Benché molto attaccato alla Rivoluzione e freddamente accolto dalla contessa, il sindaco si sentiva sempre legato dai vincoli del rispetto verso i Cinq-Cygne e i Simeuse. Perciò chiudeva gli occhi su tutto quello che avveniva al castello. Chiudere gli occhi significava per lui non vedere i ritratti di Luigi Sedicesimo, di Maria-Antonietta, dei principi di Francia, del fratello del re, del conte d'Artois, di Cazalès, di Carlotta Corday che adornavano i pannelli del salotto; non scandalizzarsi che si augurasse, in sua presenza la fine della Repubblica, che si ridesse dei cinque direttori, e di tutte le combinazioni di allora. La posizione di quell'uomo che, come molti nuovi ricchi, una volta fattosi un patrimonio, tornava a credere nelle vecchie famiglie e voleva avvicinarsi a esse, era stata allora allora messa a profitto dai due personaggi la cui professione era stata così prontamente indovinata da Michu, e che, prima di andare a Gondreville, avevano esplorato il paese.
L'uomo dalle belle tradizioni dell'antica polizia e Corentin, la fenice delle spie, avevano una missione segreta. Malin non s'ingannava attribuendo un doppio gioco ai due artisti in farse tragiche; perciò, prima forse di vederli all'opera, è necessario mostrar la testa a cui servivano di braccio. Bonaparte, diventando Primo Console, trovò Fouché capo della Polizia generale. La Rivoluzione aveva creato apertamente e con ragione un ministero speciale della Polizia. Ma, al suo ritorno da Marengo, Bonaparte creò la Prefettura di Polizia, vi mise a capo Dubois, e chiamò Fouché al Consiglio di Stato dandogli per successore al ministero della Polizia il Convenzionale Cochon, diventato poi conte di Lapparent. Fouché, che considerava il ministero della Polizia come il più importante in un governo di larghe vedute, con politica decisa, vide in questo cambiamento un atto di sfavore, o per lo meno di diffidenza. Quando ebbe riconosciuto, negli affari della macchina infernale e della cospirazione di cui si tratta qui, la grande superiorità del grande uomo di Stato, Napoleone gli rese il ministero della Polizia. Più tardi, poi, spaventato dell'abilità che Fouché sfoggiò nella sua assenza, al momento dell'affare Walcheren, l'Imperatore diede quel ministero al duca di Rovigo, e mandò il duca d'Otranto a governare le provincie dell'Illiria, un vero esilio.
La singolare genialità che spaventò Napoleone non si rivelò subito in Fouché. L'oscuro Convenzionale, uno degli uomini più straordinari e più mal giudicati di quel tempo, si formò nelle tempeste. S'innalzò, durante il Direttorio, all'altezza da cui gli uomini profondi sanno prevedere l'avvenire giudicando dal passato, poi a un tratto, come certi attori mediocri che diventano eccellenti illuminati da una luce improvvisa, diede prova di abilità durante la rapida rivoluzione del 18 brumaio. L'uomo dal viso pallido, allevato nelle dissimulazioni monastiche, che possedeva i segreti della Montagna a cui aveva appartenuto, aveva lentamente e silenziosamente studiato gli uomini, le cose, gli interessi della scena politica; penetrò i segreti di Bonaparte, gli diede utili consigli e informazioni preziose. Soddisfatto d'aver dimostrato il suo tatto e la sua utilità, Fouché s'era guardato bene dallo scoprirsi interamente, voleva restare alla testa degli affari; ma le oscillazioni di Napoleone a suo riguardo gli resero la sua libertà politica. L'ingratitudine o piuttosto la diffidenza dell'Imperatore dopo l'affare Walcheren spiega l'uomo che, disgraziatamente per lui, non era un gran signore, e la cui condotta si modellò su quella del principe di Talleyrand. In quel momento né i suoi antichi né i suoi nuovi colleghi supponevano l'ampiezza del suo genio puramente ministeriale, essenzialmente governativo, giusto in tutte le sue previsioni e d'una incredibile sagacia. Certo, oggi, per ogni storico dell'Impero, l'amor proprio eccessivo di Napoleone è una delle mille cause della sua caduta che, del resto, è stata la crudele espiazione dei suoi torti. Si trovava nel diffidente sovrano una gelosia del suo giovane potere che influì sui suoi atti quanto il suo odio segreto contro gli uomini abili, preziosa eredità della Rivoluzione, coi quali avrebbe potuto formarsi un gabinetto depositario delle sue idee.
Talleyrand e Fouché non furono i soli che gli diedero ombra. Ora, la disgrazia degli usurpatori è di avere come nemici sia quelli che gli hanno dato la corona, sia quelli ai quali l'hanno tolta.
Napoleone non convinse mai interamente della sua sovranità quelli che aveva avuto per superiori e per eguali, né quelli che parteggiavano per il diritto: nessuno dunque si sentiva legato verso di lui dal giuramento. Malin, uomo mediocre, incapace d'apprezzare il tenebroso genio di Fouché né di diffidare della prontezza del suo colpo d'occhio, si bruciò, come una farfalla alla candela, andandolo a pregare confidenzialmente di mandargli degli agenti a Gondreville dove disse, sperava di ottenere lumi sulla cospirazione. Fouché, senza spaventare il suo amico con domande, si chiese perché Malin andava a Gondreville, perché non dava a Parigi e immediatamente le informazioni che poteva avere.
L'ex-oratoriano, nutrito di frodi e informato del doppio gioco di molti Convenzionali, si disse: "Da chi Malin può aver saputo qualcosa, quando non sappiamo ancora gran cosa noi?". Fouché concluse dunque che c'era qualche complicità latente o aspettante, e si guardò bene dal dirne nulla al Primo Console. Preferiva farsi di Malin uno strumento piuttosto che rovinarlo. Fouché teneva così per sé una gran parte dei segreti che sorprendeva, e si riservava sulle persone un potere superiore a quello di Bonaparte. Tale duplicità fu una delle lagnanze di Napoleone contro il suo ministro. Fouché conosceva le mariolerie a cui Malin doveva la sua terra di Gondreville, e che lo obbligavano a sorvegliare i signori di Simeuse. I Simeuse servivano nell'esercito di Condé, la signorina di Cinq-Cygne era loro cugina, essi potevano dunque trovarsi nei dintorni e prendere parte all'impresa, la loro partecipazione implicava nel complotto la casa di Condé a cui s'erano votati. Il signor di Talleyrand e Fouché tenevano a illuminare quell'angolo oscurissimo della cospirazione del 1803.
Queste considerazioni furono fatte da Fouché rapidamente e con lucidità. Ma tra Malin, Talleyrand e lui esistevano legami che lo costringevano a usare la maggior circospezione, e gli facevano desiderare di conoscere perfettamente l'interno del castello di Gondreville. Corentin era attaccato senza riserve a Fouché, come il signor della Besnardière a Talleyrand, come Gentz a Metternich, come Dundas a Pitt, come Duroc a Napoleone, come Chavigny al cardinale di Richelieu. Corentin fu, non il consigliere di Fouché, ma la sua anima dannata, il Tristano segreto di quel Luigi Undicesimo in miniatura; perciò Fouché lo aveva naturalmente lasciato al ministero della Polizia, per conservarvi dentro un occhio e un braccio. Il giovanotto doveva, si diceva, appartenere a Fouché per una di quelle parentele che non si confessano, perché lo ricompensava con profusione ogni volta che lo faceva agire.
Corentin s'era fatto un amico di Peyrade, il vecchio allievo dell'ultimo Tenente di polizia; pure ebbe dei segreti per Peyrade.
Corentin ricevette da Fouché l'ordine d'esplorare il castello di Gondreville, d'inscriverne la pianta nella sua memoria e di farvi la ricognizione dei minimi nascondigli. Saremo forse obbligati a tornarvi - gli disse l'ex-ministro, proprio come Napoleone disse ai suoi tenenti di esaminare bene il campo di battaglia di Austerlitz, fino al quale contava di indietreggiare. Corentin doveva anche studiare la condotta di Malin, rendersi conto della sua influenza in paese, osservare gli uomini che vi impiegava.
Fouché teneva per certa la presenza dei Simeuse nella contrada.
Spiando abilmente questi due ufficiali cari al principe di Condé, Peyrade e Corentin potevano ricevere lumi preziosi sulle ramificazioni del complotto oltre Reno. In tutti i casi, Corentin ebbe i fondi, gli ordini e gli agenti necessari per accerchiare Cinq-Cygne e spiare il paese dalla foresta di Nodesme fino a Parigi. Fouché raccomandò la maggiore circospezione e non permise la visita domiciliare a Cinq-Cygne che in caso d'informazioni positive date da Malin. Alla fine, come informazione, mise al corrente Corentin del personaggio inesplicabile di Michu, sorvegliato da tre anni. L'idea di Corentin fu la stessa di quella del suo capo: "Malin conosce la cospirazione!" - "Ma chi sa", si disse, "se Fouché non ne fa parte anche lui!".
Corentin, partito per Troyes prima di Malin, s'era messo d'accordo col comandante della gendarmeria, e aveva scelto gli uomini più intelligenti dando loro per capo un abile capitano. Corentin indicò al capitano come luogo di ritrovo il castello di Gondreville, dicendogli di mandare verso notte, su quattro punti differenti della valle di Cinq-Cygne e a distanze abbastanza grandi tra loro per non dare l'allarme, un picchetto di dodici uomini. I quattro picchetti dovevano descrivere un quadrato e stringerlo intorno al castello di Cinq-Cygne. Lasciandolo padrone del castello durante la sua conversazione con Grévin, Malin aveva permesso a Corentin di adempiere a una parte della sua missione.
Tornato dal parco, il Consigliere di Stato aveva così positivamente detto a Corentin che i Simeuse e i d'Hauteserre erano in paes