Giovanni Battista Ramusio



NAVIGAZIONI E VIAGGI


Volume quarto



La lettera che mandò Arriano, filosofo e istorico nobilissimo, all'imperadore Adriano, nella qual racconta ciò che si trova navigando d'intorno al mar Maggiore.


Questo Arriano fu per sangue di Nicomedia, città dell'Asia, e fiorì in Roma ne' tempi d'Adriano, da cui fu sommamente amato e onorato; scrisse la vita d'Epiteto filosofo e l'istoria d'Alessandro Magno.



All'imperador Cesar Traiano Adriano Augusto Arriano manda salute.

Venimmo a Trapezunte, città greca, come dice quel gran Senofonte, posta sopra il mare, populata da quelli di Sinopia, e con piacere guardammo il mare Eusino, di là onde ancora Senofonte e voi il guardaste già. E gli altari per testimonianza vi restano ancora, li quali in verità furon fatti di mal pulita pietra, e perciò le scolpite lettere non vi si scorgono chiaramente, le quali son greche, ma difettose, sí come scritte da gente barbara ignorante. Io ho dunque deliberato di rifar gli altari di pietra bianca, e d'intagliarvi lettere con ben apparenti note. Evvi ancora una vostra imagine in piacevole atto, col dito steso verso il mare, ma il lavoro né vi si simiglia né è per altro molto bello, laonde mandatene una degna d'esser chiamata col vostro nome nel medesimo atto, perciochè il paese è attissimo ad eterna fama. Evvi ancora un tempio di pietre quadre, non biasimevolmente edificato, ma la figura di Mercurio che v'è non è né al tempio né pure al medesimo paese convenevole: or, se vi par ben fatto, mandatemene una di cinque piedi al piú, che cosí fatta stimo io dovere essere massimamente alla misura del tempio conveniente. Un'altra ancora me ne potrete mandare di Filesio, di quattro piedi, perciochè non mi par fuor di ragione ch'esso sia nel medesimo tempio e nel medesimo altare col suo antico. E di coloro che vi verranno alcuno a Mercurio, chi a Filesio, e chi all'uno e all'altro farà sacrificio, e insieme aggraderanno questi e quelli a Mercurio e a Filesio: a Mercurio aggraderanno essi perciochè onoreranno il suo descendente, e a Filesio onorando il suo antico, nella maniera che ancora io in questo luogo ho fatto magnifico sacrificio, non come Senofonte nel porto di Calpe, il quale per difetto di bestie da sacrificare tolse dal carro un bue. Ma que' medesimi della terra han fatto l'apparecchio non iscarsamente, e quivi abbiamo avuta carne a gran dovizia, sopra quella ad onore degl'iddii bevendo larghissimamente. Ora io so ben che non v'è nascoso chi sia colui per la cui felicità prima abbiamo fatte le nostre preghiere, essendo già noto il nostro costume, ed essendo voi consapevole a voi medesimo di meritare che ciascun prieghi per la vostra felicità, ancora coloro che meno di me sono stati beneficiati da voi.
Ora, movendoci da Trapezunte, la prima giornata arrivammo al porto d'Isso, e facemmo esercitar que' pedoni che vi sono, perciochè quivi una schiera di vostra gente a piè, come sapete, dimora; e i venti cavalieri che sono al suo servigio fu mestieri che ancora essi lanciassero le lancie loro. Quindi navigammo da principio aiutati dalle matutine aure che spiravano da' fiumi e da' remi insiememente, perciochè le aure erano fredde, come dice ancora Omero, e non bastanti a chi volesse far tosto; poi sopravenne bonaccia, in maniera che i remi solamente ci aiutavano. Poscia una nube di repente levatasi si squarciò di verso sirocco massimamente, e mandò giú impetuoso vento e a noi sommamente contrario, il qual nondimeno sol ci fece utilità, perciochè dopo poco cominciò il mare ad ondeggiare, in guisa che l'onde non pur per gli remi, ma sopra la parte dinanzi della nave quinci e quindi discorrevano abondevolissimamente. Questa in verità è cosa aspra da raccontare. E dall'una parte gittavamo fuori l'acqua, dall'altra sopramontava, ma l'ondeggiare non era da traverso: e per queste cagioni di forza, a gran pena e fatica ci sospingevamo co' remi, e dopo molto affannare venimmo ad Atene, perciochè nel Ponto Eusino è ancora un paese che vien cosí cognominato. E quivi è un tempio d'Atene, cioè della dea Pallade, fatto alla greca, onde a me par che sia disceso il nome di questa contrada, ed evvi una certa rocca non guardata; e il porto a' suoi tempi capirebbe non molte navi, e le potrebbe coprir dal vento ostro e da sirocco, e parimente i legni che vi si mettessono conservar salvi da greco, ma non da tramontana né da certo altro vento il quale in quel mar vien chiamato traschia, e in Grecia scirone. Ma in su la notte duri tuoni e folgori discesono, e il vento non durava il medesimo, ma si cangiò in ostro e dopo poco in garbino, e alle navi piú non era sicura la stanza. Prima adunque che al tutto il mar s'inasprisse, quante navi poterono capire in quel luogo d'Atene tante là ne tirammo, fuor che la galea, perciochè essa, sospintasi sotto a certo sasso, sicuramente mareggiava. E ci parve di mandarne molte a tirare in terra ne' vicini liti, e le vi tirarono, sí che tutte furono salve da una in fuori, la qual, mentre si vuol movere innanzi al suo tempo, trovandola volta di costa soprapresela il mare, e spingendola in terra la spezzò: ma niente se ne perdé, né pur le vele e gli arnesi della nave e le persone si tolsero via salve, ma i chiovi ancora e la pece, sí che per rifarla non v'era di bisogno se non di legnami da navi, del quale come sapete presso quel mare è copia grande. Questo tempo durò per due giorni, e fu ragionevole, che non si conveniva che cosí trapassassimo Atene, quantunque in Ponto, come si farebbe alcun luogo disabitato e senza nome.
Quindi levati sotto l'aurora tentavamo il mare a traverso, ma, fatto dí grande, spirando un poco di greco compose il mare e acquetollo, e facemmo avanti mezogiorno piú di cinquecento stadii, pervenendo ad Absaro, dove stanno al continuo cinque coorti: e pagai il loro soldo, e viddi l'armi e il muro e la fossa e la vittoaglia che v'era. Ma qual fosse il parer mio d'intorno a quelle cose vi s'è scritto nelle lettere latine. Or dicono che la contrada d'Absaro alcuna volta già si chiamava Absirto, per avere in questo luogo Medea ammazzato Absirto, e la sua sepoltura vi si mostra; e che poi il nome si guastò per gli circonstanti popoli ignoranti, nella maniera ch'ancora molt'altri si son guasti, sí come dicono che Tiana di Cappadocia già si nominava Toana, da Toante re de' Tauri, il quale si ragiona essere venuto infino a questo paese perseguitando Pilade e Oreste, e quivi infermatosi esser morto.
Or nel venir da Trapezunte trapassammo questi fiumi: l'Isso, onde vien detto il porto d'Isso, il quale è lontano da Trapezunte stadii centoottanta; e l'Ofi, il quale è lontano dal porto d'Isso infino a novanta stadii al piú, e parte il paese de' Colchi dal Tiannico; poscia il fiume chiamato Psicheo, lontano dall'Ofi forse trenta stadii; poi il fiume Calo, e questo ancora è lontano dal Psicro trenta stadii. Seguita il fiume Rizio, il quale è lontano centoventi stadii dal Calo; e un altro fiume chiamato Ascuro è da questo lontano trenta; e un certo Adieno dall'Ascuro sessanta. Quindi ad Atene ha centoottanta stadii; appresso d'Atene è Zagate, fiume lontano al piú sette stadii. Or, mossi d'Atene, trapassammo il Pritane, dove ancora sono i reali palagi d'Anchialo e questo è d'Atene lontano stadii quaranta. Al Pritane vien dietro il fiume Pissite, e dall'uno all'altro sono novanta stadii, e da Pissite all'Arcabe altri novanta, e dall'Arcabe all'Apsaro sessanta.
Or, levatoci dall'Apsaro, trapassammo l'Acampsi di notte, il quale è lontano dall'Apsaro quindici stadii. Ma il Bate fiume n'è da questo lontano settantacinque, e l'Acinase da Bate novanta, e novanta dall'Acinase l'Ise: e ricevono navi e l'Acampse e l'Ise, e in sul far del giorno mandano fuor da loro possenti aure. Dopo l'Ise trapassammo il Mocro: novanta stadii sono tra il Mocro e l'Ise, e questo anco riceve navi. Quindi navigammo al Fase, che n'è lontan novanta dal Mocro, il quale ha fra quanti fiumi io ho veduti giamai leggierissima l'acqua, e che massimamente cangia colore. La leggierezza in verità potrebbe alcun comprender dal peso, e di piú ancora da questo, che sopranuota nel mare senza mischiarvisi, sí come dice Omero che 'l Titaresio trascorre dal di sopra del Penio a guisa d'olio: e se ne poteva prendere esperienza con l'urna al sommo del trascorrente fiume attingendo acqua dolce, e, cacciandola a fondo, salsa. Or tutto il mar Ponto ha l'acqua troppo piú dolce che 'l mar di fuori, e di ciò sono cagione i fiumi, li quali per grandezza e per moltitudine sono senza misura. L'argomento della sua dolcezza (se pur le cose apparenti a' sentimenti hanno bisogno d'argomento) è che color che v'abitan d'intorno tutti gli animali loro che pascono cacciano al mare, e in esso gli abbeverano, e bevendone si vede che ne stanno molto bene: e dicesi per fermo che cotal beveraggio è loro piú giovevole che quello di dolce acqua. E il colore del Fase è come quel del piombo o dello stagno bagnato, ma messo a posarsi diventa chiarissimo. Stimasi ancora che color che navigan per il Fase non debbano con esso loro portare acqua, e raccontasi che, come cominciano a toccar del fiume, versano e gittano via quant'acqua hanno in nave: il che non facendo, si dice per fermo che coloro che mettono questa cosa a non calere non capitano bene nel loro viaggio. E l'acqua del Fase non si corrompe, ma sta in istato oltre al decimo anno, fuor solamente che diventa piú dolce.
Ora a coloro ch'entrano nel Fase a sinistra sta la dea Fasiana, ed è questa, se dall'abito s'argomenta, una cosa medesima con la dea Rea, perciochè ha il ciembalo in mano e i leoni al seggio, e siede nell'atto di quella ch'è ad Atene nel suo tempio chiamato Metroo, fatta per mano di Fidia. Quivi ancora si mostra l'ancora d'Argo e l'ancora del ferro che vi si mostra non mi pare antica: e di grandezza non è secondo l'ancore d'oggi, e la forma è alquanto diversa, pur mi par piú nuova essere di tanto tempo. Mostransi anche certi pezzi d'un'altra di pietra antichi, sí che questi piú tosto si mostrano dover potere essere reliquie dell'ancora d'Argo. Quivi non ha alcun'altra memoria di ciò che si favoleggia di Giasone. La rocca, nella quale stanno quattrocento eletti soldati, mi parve essere fortissima per la natura del luogo, ed esser posta in parte attissima per la sicurtà di coloro che vi vanno: e intorno al muro è doppia la fossa, e l'una e l'altra assai ben larga. Il muro era già di terra e vi soprastavano torri di legno; ora è di mattoni cotti ed esso e le torri, ed è ben fondato, e gli ordigni da guerra sono apparecchiati: e, per dirlo in poche parole, il luogo d'ogni cosa è guarnito, in guisa che niun de' barbari non ardisce d'appressarvisi, non che di metter coloro che lo guardano in timor d'assedio. Ma conciofossecosachè fosse convenevole che le navi vi potessino stare in sicuro, e quanto di fuor della rocca è abitato da gente che non è scritta alla milizia e da certi altri mercanti, mi parve dalla fossa doppia, la quale cerchia il muro, stenderne un'altra infino al fiume, la quale circonderà il luogo dove dimoran le navi e le case che sono di fuor della rocca.
Or, da Fase partiti, trapassammo il fiume Cariente, che riceve navi: infra i due fiumi sono novanta stadii; e dal Cariente infino al fiume Cobo ne navigammo altri novanta, dove ci fermammo: ma il perchè e tutto quello che quivi facemmo potrete leggere nelle lettere latine. Dopo il Cobo trapassammo il fiume Singame, per lo quale si può navigare, ed è lontano dal Cobo ducentodieci stadii al piú. Dietro al Singame è il fiume Tarsura: fra essi sono centoventi stadii; e il fiume Ippo n'è lontano dal Tarsura centocinquanta, e trenta l'Astelefo dall'Ippo, il quale trapassato venimmo a Sebastopoli dopo centoventi stadii. E partiti da Cobo vi giugnemmo avanti mezogiorno, sí che il medesimo giorno pagammo le genti, e vedemmo l'armi e i cavalli, e i cavalieri salire a cavallo, e gl'infermi e la vettoaglia, e andammo intorno al muro e alla fossa: e sono dal Cobo insino a Sebastopoli seicentotrenta stadii, e da Trapezunte duemiladucentosessanta. E Sebastopoli anticamente si chiamava Dioscuriade, e fu populata da quei di Mileto. Le genti che quivi pervenendo trapassammo sono queste. Con quei di Trapezunte, come ancora dice Senofonte, confinano i Colchi, e coloro li quali egli dice essere battaglievolissimi e nimichevolissimi a quei di Trapezunte Drilli gli nomina egli, ma a me par che sieno i Sanni, perciochè ancora infino al presente essi sono cosí fatti, e abitan forte paese e sono senza signore, e già erano tributarii de' Romani, ma come rubatori non pagavano compiutamente il tributo: ma ora con l'aiuto di Dio compiutamente il pagheranno, o nol facendo gli metteremo a ruba. A costoro seguitano i Macheloni e gli Eniochi: loro re è Anchialo. Appresso seguono i Zidriti, ubidienti a Farasmano; a' Zidriti i Lazi, e de' Lazi è re Malassa, il quale tien il reame da voi; a' Lazi gl'Apsili, donde è re Giuliano, fatto da vostro padre. Dopo gl'Apsili sono gli Abaschi: il loro re è Resmaga, il qual pur da voi tiene il reame; dopo li Abaschi i Sanigi, dov'è posta Sebastopoli: e Spadaga è per voi re de' Sanigi.
Ora infino all'Apsaro navigammo verso levante a destra del mare Eusino: e l'Apsaro mi pare essere il fine della lunghezza del Ponto, perciochè di quindi già cominciammo a piegare verso tramontana infino al fiume Cobo, e di là dal Cobo infino al Singame. Ma dal Singame ci andammo volgendo nel sinistro lato del Ponto infino al fiume Ippo. Or dall'Ippo infino all'Astelefo e a Dioscuriade riguardammo il monte Caucaso: l'altezza al piú è come quella delle Alpi di Francia, e si mostra in certo giogo del Caucaso ch'ha nome Strobilo, dove si favoleggia che Prometeo fu appiccato da Vulcano, secondo il comandamento di Giove.
Or questo è quello che si trova venendo dal Bosforo tracio infino alla città di Trapezunte. Il tempio di Giove Urio è lontano da Bizanzio centoventi stadii, e quivi è quella strettissima come si chiama bocca del Ponto, per la quale esso entra nella Propontide: e queste cose dico io a voi che ottimamente le sapete. E a chi naviga dal tempio a destra occorre il fiume Reba, lontano dal tempio nonanta stadii, poi per centocinquanta capo Melano, cosí chiamato. Da capo Melano al fiume Artane, dov'è porto per picciole navi presso al tempio di Venere, sono altri centocinquanta stadii, e dall'Artane al fiume Psile pur centocinquanta: e vi si potrebbono fermare sicure le navi picciole sotto un sasso che sporge in fuori, non lungi di là dove il fiume mette in mare. Quindi al porto di Calpe ha ducento e dieci stadii, e il porto di Calpe qual paese si sia e qual porto, e come in esso è fonte di fresca e chiara acqua, e selve presso al mar di legnami da navi che sono abondevoli di selvagine, queste cose tutte si raccontano dal vecchio Senofonte. Dal porto di Calpe a Roa sono venti stadii, dove ha porto per picciole navi da Roa ad Apollonia, picciola isola poco lontana da terra, vi sono altri venti (nell'isola ha porto), e quindi a Chele pur venti. Da Chele centoottanta infin dove 'l fiume Sangario mette in mare; quindi alle foci dell'Ippio altri centoottanta; dall'Ippio al Lillio mercato cento, e da Lillio all'Eleo sessanta. Quindi ad un altro mercato chiamato Caleta centoventi; da Caleta al fiume Lico 80, e dal Lico ad Eraclea, città discesa da' popoli doriesi di Grecia, populata da' Megaresi, sono venti stadii: ad Eraclea è porto. E da Eraclea infino a quel luogo che si chiama il Metroo ottanta stadii; quindi al Posideo quaranta, e quindi a Tindaridi quarantacinque, e quindi a Ninfeo quindici, e dal Ninfeo al fiume Ossina trenta, e da Ossina a Sandaraca novanta, porto di picciole navi. Quindi a Crenidi sessanta, e da Crenidi a Psilla mercato trenta; quindi a Tio, città posta sopra 'l mare, greca ionica, popolata ancor essa da' Milesii, da novanta. Da Tio al fiume Billeo venti, e dal Billeo al fiume Partenio cento: infino a qui tengono i Bitini, popoli di Tracia, de' quali fa menzione Senofonte nel suo componimento ch'erano infra tutti gli Asiani battaglievolissimi, e che l'oste de' Greci in queste contrade patí molto, poi che gli Arcadi non vogliono piú esser dalla parte di Chirisofo e di Senofonte. Da qui inanzi comincia Paflagonia.
Dal Partenio infino ad Amastre, città discesa da' Greci, vi sono stadii novanta, dove ha porto; quindi agli Eritini sessanta, e dagli Eritini a Cromna altri sessanta. Quindi a Citoro novanta (in Citoro ha porto), e da Citoro agli Egiali sessanta, e a Timena novanta, e a Carabe centoventi; quindi a Zefirio sessanta. Da Zefirio al Tico d'Abono, ch'è picciola città dove ha stanza non molto sicura (ma se gran tempesta non molto durasse vi potrebbono le navi dimorar senza danno), son centocinquanta stadii, e da Tico d'Abono ad Eginete altri centocinquanta. Quindi a Cinole mercato sessanta, e a Cinole a certa stagione ha gran fortuna; e da Cinole a Stefane centoottanta, dove ha stanza sicura da navi. Da Stefane a Potami centocinquanta; quindi a capo Lepto centoventi, e da capo Lepto ad Armene sessanta, dov'è porto (e Senofonte fa menzione d'Armena). Quindi a Sinope sono quaranta stadii (quei di Sinope vennero da Mileto); da Sinope a Carusa centocinquanta, dove ha mala stanza da navi, e quindi a Zagara altri centocinquanta, e quindi al fiume Ali trecento. Questo fiume già era il confine infra il reame di Creso e quel de' Persiani, ma ora corre sotto la signoria de' Romani, non da mezodí come dice Erodoto, ma da oriente, e mettendo in mare viene a partire le cose de' Sinopei da quelle degli Amiseni. Dal fiume Ali a Naustatmo sono novanta stadii, dove ha una palude; quindi ad un'altra palude di Conopeo cinquanta, e da Conopeo ad Eusena centoventi. Quindi ad Amiso centosessanta: Amiso siede sopra 'l mare, città discesa da' Greci, da quelli che vi vennero d'Atene. D'Amiso ad Ancone porto, dove l'Iri mette in mare, son centosessanta stadii, e dalle foci dell'Iri ad Eracleo porto trecentosessanta. Quindi quaranta al fiume Termodonte: questo è il Termodonte dove si dice che stettono l'Amazoni. Dal Termodonte al fiume Beri sono novanta stadii, e quindi a fiume Toari sessanta, e dal Toari ad Enoe trenta. Da Enoe al fiume Figamunte quaranta; quindi alla rocca Fadisana centocinquanta; quindi alla città Polemonio dieci. Da Polemonio a capo chiamato Giasonio centotrenta; quindi all'isola de' Cilici quindici, e dall'isola de' Cilici a Boone settantacinque: in Boone ha porto. Quindi in Cotiore novanta: di questa città fa menzion Senofonte e dice che fu populata da quelli di Sinope; ora è non molto gran villaggio. Da Cotiore al fiume Molantio sono al piú stadii sessanta; quindi ad un altro fiume Farmateno centocinquanta, e quindi a Farnacea centoventi: questa Farnacea anticamente si chiamava Ceraso; essa fu ancor populata da que' di Sinope. Quindi all'isola Arrentiade son trenta stadii, e quindi a Zefirio porto centovinti; da Zefirio a Tripoli nonanta. Quindi agli Argirii venti, dagli Argirii a Filocalea nonanta; quindi a Coralli cento, e da Coralli a monte Iero centocinquanta, e da monte Iero a Cordile porto quaranta, e da Cordile ad Ermonassa quarantacinque, dove ha ancora porto, e da Ermonassa a Trapezonte sessanta. Qui voi fate far porto, perciochè prima quanto durava il mar commosso a certa stagion dell'anno vi solean fermar le navi. Or quanto spazio sia da Trapezonte infino a Dioscuriade già s'è detto contando di fiume in fiume, che messi insieme fanno da Trapezunte a Dioscuriade, ch'ora si chiama Sebastopoli, duemiladucentosessanta stadii. Questo è quel che si trova da coloro che a destra navigano da Bizanzio infino a Dioscuriade, la quale è stanza de' soldati romani, e il termine della signoria di Roma navigando dalla destra del Ponto.
Ma poi ch'io seppi che Coti, re del Bosforo chiamato Cimerio, era morto, ho posto cura descrivendo farvi ancora chiaro il viaggio infino al detto Bosforo, acciochè, se per aventura pensaste alcuna cosa intorno al detto Bosforo, possiate meglio queste cose sappiendo deliberare. Adunque a chi parte da Dioscuriade il primo porto dovrà essere in Pitiunte, dopo trecentocinquanta stadii, quindi alla Nitica centocinquanta, dove anticamente stava gente scizia della quale fa menzione Erodoto scrittore, e dice costoro esser coloro che mangiano i pedocchi: e in verità ancora infino al presente questa ferma opinione regna di loro. E dalla Nitica al fiume Abasco sono novanta stadii, e il Borgi n'è lontano dall'Abasco centoventi, e il Neside dal Borgi, dov'è capo Eracleo, sessanta. Dal Naside a Masaitica novanta; quindi ad Acheunte sessanta, il qual fiume parte i Zinchi da' Sanichi: Stachenface è re de' Sanichi, e da voi riconosce il reame. Dall'Acheunte a capo Eracleo son centocinquanta stadii; quindi a certo capo dove ha sicurtà dal vento traschia e da borea centoottanta; quindi a quella che si chiama l'Antica Lazica centoventi; quindi all'Antica Acaica centocinquanta, e quindi a porto Pagra trecentocinquanta, e da porto Pagra a porto Iero centoottanta. Quindi a Sindica trecento, e da Sindica al Bosforo chiamato Cimerio e a Panticapeo, città nel Bosforo, cinquecentoquaranta. Quindi al fiume del Tanai sessanta, il qual si dice che parte l'Europa dall'Asia, e venendo dalla palude Meotide entra nella marina del Ponto Eusino. Ma Eschilo, nella sua tragedia il cui titolo è Prometeo slegato, mette il Fase per confin dell'Asia e dell'Europa, perciochè esso introduce i Titani cosí parlare a Prometeo: "O Prometeo, noi qui siamo venuti a vedere questi tuoi gravosi affanni e questo alto dolor de' tuoi legami"; poi raccontano di quanto lunge sieno venuti, e come hanno passato il gran doppio confin Fase, quindi della terra d'Europa e quinci d'Asia. Or la detta palude Meotide si dice che gira d'intorno a nove migliaia di stadii. Ora, a venir da Panticapeo infino in sul mare, ad una villa che v'è detta Cazeca, sono quattrocento e venti stadii; quindi alla disabitata città di Todosia ducentoottanta: essa ancora anticamente discesa degli Ioni greci, populata da' Milesii, e di lei si fa memoria in piú scritture. Quindi al porto de' Scitotauri, non usato, ha dugento stadii, e quindi ad Almitide nella Taurica seicento, e da Lambade a porto Simbolo, il quale ancora esso è in Taurica, cinquecentoventi; e quindi al Cherroneso della Taurica centoottanta, e dal Cherroneso al Cercinete seicento, e da Cercinete a porto Calo, il quale è scitico anche esso, altri settecento, e da porto Calo a Tamiraca trecento. E dentro da Tamiraca è una palude non molto grande, e quindi infino dove sgorga la detta palude sono altri trecento stadii, e quindi ad Eoni trecentoottanta, e quindi al fiume Boristene centocinquanta. E chi naviga su per lo fiume trova una città discesa da' Greci, il cui nome è Olbia. Or dal Boristene ad una certa isoletta disabitata e senza nome sono stadii sessanta, e quindi ad Odesso ottanta, dove ha porto. Dopo Odesso seguita il porto degli Istriani per ducentocinquanta stadii, e per cinquanta il porto degli Isiaci, e quindi alla bocca dell'Istro che si chiama Psilo milleducento: quanto è fra mezo disabitato è e senza nome.
Navigando dirittamente da questa bocca per tramontana, in disparte in alto mare è una isola, la quale alcuni chiamano l'isola, altri il Corso d'Achille, e chi la Leuca, cioè la bianca isola, per lo suo colore: si dice che Teti la lasciò al figliuolo e che Achille vi sta, ed evvi un tempio e una figura d'opera antica. E l'isola è senza uomini, dove pascono non molte capre, le quali si dice che tutti coloro che v'arrivano le consagrano ad Achille. E nel tempio vi si veggono molt'altri doni, vasallamenta e anella, e delle piú preciose pietre: tutti questi presenti si fanno ad Achille; e vi si leggono scritture, quali latine e quali greche, che sono composte in diverse maniere de versi in lode d'Achille, e havene alcune che lodan Patroclo, perciochè ancora onorano Patroclo in compagnia d'Achille tutti coloro che si procacciano il favore d'Achille. E nell'isola conversano molti uccelli morgoni e fulichette e cornacchie marine senza numero, e questi uccelli servono nel tempio d'Achille: ciascuno giorno la mattina per tempo volano al mare, e poi, avendovisi bagnate l'ale, tosto rivolano al tempio e lo vanno spruzzando, e acciochè sia netto alcuni lo vanno spazzando con l'ale. Sono ancora alcuni che raccontano che coloro che vanno alla detta isola portano con esso loro bestie da sacrificare da vantaggio, delle quali parte n'amazzano in sacrificio, parte ne lasciano vive sacre ad Achille. Ora avviene ch'alcuni altri per fortuna vi capitano senza bestie, e se loro piace di far sacrificio ad Achille gli dimandano di quelle bestie che pascono, quelle dico che loro piú vanno per l'animo, e insiememente gittano davanti all'altare tanto quanto par lor conveniente per lo prezzo di quelle dimandate ed elette bestie. Se il dio il contende (perciochè dicono che s'odono le risposte) aggiungono moneta al prezzo; quando il consente vengono ad intendere che l'hanno pagate giustamente: e la comperata bestia per se stessa si viene a fermare nel tempio senza piú fuggir via; e che molta moneta è nel tempio de' prezzi di tali animali. Dicono ancora che a coloro che son portati all'isola o che vi vengono, poi che cominciano ad appressarvisi, appare Achille in sogno e mostra loro dove debbano arrivare per piú agevolmente prender terra. Alcuni ancora ardiscono di dire che lor sia visibilmente apparito sopra la vela o sopra la sommità dell'antenna, a guisa di Castore e di Polluce, e che solo Achille in ciò fa meno che non fanno i detti figliuoli di Giove, Castore e Polluce, ch'essi vengono ad aiuttar tutt'i naviganti e apparendogli salvano, ma costui solamente a chi s'avicina all'isola sua. Non manca ancor chi affermi che Patroclo gli sia pure in sogno apparito. E queste cose dell'isola d'Achille ho scritte per averle udite parte da chi v'è stato, parte da chi l'ha intese e credute ad altri: e a me paiono non indegne di credenza, perciochè io mi fo a credere Achille dovere essere cosí ben santo come alcuno altro prendendo argomento dalla nobilità e dalla bellezza e dal valor dell'animo, e per esser morto giovane, e per aver di lui cantato Omero, e avendo amato per amore in guisa che ne volle morire ed essere stato amico dell'amico.
Dalla bocca dell'Istro chiamata Psilo alla seconda sono stadii sessanta, e quindi a quella che si dice Calo quaranta; al Narico, che cosí si chiama la quarta, sessanta; quindi alla quinta centoventi, e quindi ad Istria città cinquecento. Quindi a Tomea trecento; da Tomea a Callancia altri trecento, dove ha porto. Quindi al porto de' Cari centoottanta, e il paese d'intorno al porto si nomina Caria. Dal porto de' Cari a Tretisiade centoventi; quindi al paese disabitato de Bizi sessanta, e da Bizi a Dionisopoli ottanta. Quindi a Odesso porto ducento; da Odesso a piè di monte Emo, che perviene insino in sul mare, trecentosessanta, dove pure è porto. E da Emo alla città di Mesimbria con porto novanta, e da Mesimbria ad Anchialo città, e da Anchialo ad Apollonia, centoottanta. Tutte queste città sono state da' Greci populate, in Iscizia, a sinistra di chi va nel mar Pontico. E d'Apollonia al Cherroneso, dove ha porto, son sessanta stadii, e dal Cherroneso al muro d'Auleo 250, e quindi al lito di Tiniade centoventi, e da Tiniade a Salmideso ducento. Di questa contrada fa menzione il vecchio Senofonte, e infino a qui dice che venne l'oste de' Greci della quale era duce, quando l'ultima volta militò con Seuta di Tracia, e molte cose scrisse della malagevolezza di questo paese quanto è a' porti, e che quivi perdé le navi per fortuna, e che i vicini Traci combatterono con loro per lo rompimento delle navi. Da Salmadeso a Frigia sono trecentotrenta stadii; quindi alle Cianee trecentoventi: queste sono quelle isole Cianee le quali i poeti fingono alcuna volta essere andate errando, e che per mezo fra lor passò la prima nave Argo, la quale menò Giasone da Colchi. Dalle Cianee al tempio di Giove Urio, dov'è la bocca del Ponto, sono stadii quaranta; quindi al porto che si chiama della Furiosa Dafne pur quaranta; da Dafne a Bizanzio ottanta. Questo è quanto è da Bosforo Cimerio infino al Bosforo di Tracia e alla città di Bizanzio.

Il fine della lettera di Arriano
della sua navigazione d'intorno al mar Maggiore


Aldus Manutius Romanus Iacobo Sanazaro patritio Neapolitano et equiti clarissimo S.P.D.


Georgius Interianuas Genuensis, homo frugi, venit iam annum Venetias, quo cum primum adplicuit, etsi me de facie non cognosceret nec ulla inter nos familiaritas intercederet, me tamen officiose adiit, tum quia ipse benignus est et sane quam humanus, tum etiam quia Daniel Clarius Parmensis, vir utraque lingua doctus et qui in urbe Rhacusa publice summa cum laude profitetur bonas literas, ei ut me suo nomine salutaret iniunxerat, mihique statim sic factus est familiaris ac si vixisset mecum. Est enim homo, ut nosti, facetus ac integer vitae et doctorum hominum studiosissimus. Tum visus est mihi Homeri Ulisses alter: nam et ipse

pollòn d'anthròpon ìden àstea, kaì nòon égno,
pollà d'o gh'en pònto pàthen àlghea on katà thymòn

Non miror igitur si et tu plurimum eo homine delectaris, et Pontanus, vir doctissimus ac aetate nostra Vergilius alter, et Politianus olim, multi homo studii ac summo ingenio, qui etiam in Miscellaneis suis de eo ipso Georgio meminit, delectatus est. Is vulgari lingua libellum de eorum Sarmatarum vita et moribus composuit, qui a Strabone et Plinio et Stephano Zygi appellantur, qui ultra Tanaim fluvium et Maeotin paludem habitant orientem versus, eumque ad me misit imprimendum hac lege, ut ubicunque opus esset emendarem. Sed ego immutavi tantum quod in ortographia peccare videbatur: caetera, ut maior fides historiae haberetur, dimisi ut ipse composuit. Ipsum autem libellum, quoniam gratissimum tibi fore existimamus tum ipsa historia tum summo ipsius Georgii in te amore, ad te mittimus. Simul ut hac ad te epistola peterem, ut quae et latina et vulgari lingua docte et eleganter composuisti ad me perquam diligenter castigata dares, ut excusa typis nostris edantur in manus studiosorum, quam emendatissima et digna Sanazaro. Nam quae impressa habentur valde sunt depravata ab impressoribus.
Vale, vir doctissime suavissimeque, et me fac diligas quemadmodum facere te accepi a Marco Musuro, Cretensi iuvene, et latine et graece oppidoque erudito atque utriusque nostrum amantissimo.

Venetiis, XX Octobris DII.


Giorgio Interiano genovese a messer Aldo Manuzio romano della vita de' Zichi, chiamati Ciarcassi.


Perchè vi ho conosciuto molto amator di virtú e diligente indagatore di gesti e costumi alieni, avendo io da piú anni in qua premeditato e contemplato la natura e condizione del sito e vivere di Ciarcassi e Sarmazia, non m'è parso cosa indegna raccoglier insieme molte loro estranee e notabili maniere e drizarle piú tosto a voi, come a ingeniosissimo e dotto, il quale, meritando punto l'opera d'essere produtta a luce, avete piú facultà e di correggerla e castigarla e farla imprimere piú diligentemente che niuno altro. Non solum dico per simili opere minime e infime, ma etiam per ogn'altra quantunque dignissima. Sichè vi dedico l'opera tale quale è e la rimetto tutta a voi, el quale prego non li rincresca rileggerla ed emendarla, ch'io so ch'ella ne deve aver bisogno, e massime in ortografia, perchè sappialo ognuno ch'io non ebbi mai ventura d'imparare né mediocri littere né artificii d'eleganzie. Ma s'io vederò che per lo stile indotto l'opra non manchi del tutto essere gradita, ho in animo, se 'l tempo mel concederà, con quanta piú verità me sarà possibile, scrivere e produrre molt'altre cose notabili ed egregie, intese, viste e palpate in diverse regioni del mondo, le quali son certo non solum daranno diletto, ma etiam in qualche parte admirazione a chi l'ascolterà. State sano.

Zichi, in lingua vulgare, greca e latina cosí chiamati e da' Tartari e Turchi dimandati Ciarcassi, in loro proprio linguaggio appellati Adiga, abitano dal fiume della Tana detto Don su l'Asia tutta quell'ora maritima verso el Bosforo Cimerio, oggidí chiamato Vospero e bocca di San Giovanni, e bocca del mar Ciabachi e del mare di Tana, antiquitus palude Meotide; indi poi fora la bocca per costa maritima fin appresso al cavo di Bussi per sirocco verso el fiume Fasi, e quivi confinano con Avogasia, cioè parte di Colchide. E tutta lor costiera maritima, fra dentro la palude predetta e fora, può essere da miglia 500; penetra fra terra per levante giornate 8 o circa in el piú largo. Abitano tutto questo paese vicatim, senz'alcuna terra o loco murato, e loro maggiore e migliore loco è una valle mediterranea piccola chiamata Cromuc, meglio situata e abitata che 'l resto. Confinano fra terra con Sciti, cioè Tartari. La lingua loro è penitus separata da quella di convicini, e molto fra la gola. Fanno professione di cristiani, e hanno sacerdoti alla greca. Non si battezano se non adulti d'otto anni in su, e piú numero insieme, con simplice asperges d'acqua benedetta a lor modo e breve benedizione di detti sacerdoti. Li nobili non intrano in chiesa se non hanno 60 anni, che, vivendo di rapto come fanno tutti, li pare non essere licito e crederiano profanare la chiesa. Passato detto tempo o circa lasciano il robare, e allora intrano a quelli officii divini, i quali etiam in gioventute ascoltano fora su la porta de la chiesa, ma a cavallo e non altramente. Le loro donne parturiscono su la paglia, la quale vogliono sia el primo letto de la creatura; poi, portata al fiume, quivi la lavano, non ostante gelo o freddo alcuno, molto peculiare a quelle regioni. Impongono alla ditta creatura el nome de la prima persona aliena quale entri dopo lo parto in casa, e se è greco o latino o chiamato alla forestiera l'aggiungono sempre a quel nome uc, come a Pietro Petruc, a Paulo Pauluc etc. Essi non hanno né usano lettere alcune, né proprie né straniere. Loro sacerdoti officiano a suo modo, con parole e carattere greche, senza intenderle; quando li accade far scriver ad alcuno, che raro lo costumano, fanno far l'officio a Iudei per la maggior parte, con lettere ebree, ma lo forzo mandano l'uno a l'altro ambasciatori a bocca.
Fra loro sono nobili e vasalli e servi o schiavi; li nobili tra li altri sono molto reveriti, e la maggior parte del tempo stanno a cavallo. Non patiscono che li sudditi tengano cavalli, e se a caso un vasallo allieva alcun polledro, cresciuto ch'è, di subito gli è tolto dal gentiluomo e datogli bovi per contra, dicendogli: "Questo t'aspetta, e non cavallo". Fra loro sono di detti nobili assai signori di vassalli, e viveno tutti senza subiezione alcuna l'uno a l'altro, né vogliono superiore alcuno se non Dio, né tengono veruno administratore di iustizia né alcuna legge scritta: la forza o la sagacità o interposite persone sono mezi di loro litigii. D'una gran parte di detti nobili l'un parente amazza l'altro, e il piú delli fratelli; e sí presto che l'un fratello ha morto l'altro, la prossima notte dorme con la moglie del defunto, sua cognata, perchè se fanno licito avere etiam diverse moglie, quale tengono poi tutte per legitime. Subito che 'l figlio del nobile ha doi o tre anni, lo danno in governo ad uno delli servitori, il qual lo mena ogni dí cavalcando con un archetto piccolo in mano, e come vede una gallina o uccello o porco o altro animale, l'insegna a saettare; poi, diventando piú grande, esso medemo va a caccia dentro da li loro proprii casali a detti animali, né il suddito ardiria farli alcun ostaculo. E fatti che sono uomini, la loro vita è continuo a la preda di fiere selvatiche, e piú di domestiche, ed etiam di creature umane.
Loro paese per la maggior parte è palustre, molto occupato di cannuccie e calami, de la radice di quali s'accoglie el calamo aromatico; le quali palude procedeno dai gran fiumi del Tanai, similiter oggi cosí chiamato, e Rombite detto Copa, e piú altre grosse e piccole fiumare, quale fanno molte bocche e quasi infinite paludi, come s'è detto, fra le quali sono fatti assai meati e transiti; e cosí furtivamente per simili passi secreti insultano i poveri villani e gli animali, delli quali con li proprii figliuoli ne portano la pena, però che, straportati d'un paese in un altro, li barattano e vendeno. E imperochè in quel paese non s'usa né corre alcuna moneta, massime nelli mediterranei, li loro contratti se fanno a boccassini, ch'è una pezza di tela da fare una camisa: e cosí ragionano ogni lor vendita, e aprezzano tutta la mercanzia a boccassini. La maggior parte di detti popoli venduti sono condotti al Cairo in Egitto, e cosí la fortuna li transmuta dai piú sudditi villani del mondo a de li maggiori stati e signorie del nostro secolo, come soldano, armiragli etc. Loro vestimenti di sopra sono de feltro, a guisa de peviali de chiesa, portandolo aperto d'una delle bande per cacciare lo destro brazzo fora; in testa una beretta etiam de feltro in forma d'uno pane di zuccaro. Sotto detto manto portano terrilicci cosí chiamati de seta o tela, affaldati e rugati da la centura in giú, quasi simili a le falde de l'antica armatura romana; portano stivali e stivaletti l'uno sopra l'altro, assettati e molto galanti, e calzebrache di tela larghe. Portano mostacchii di barba longhissimi. Portano etiam continuo allato quest'altre artegliarie, cioè fucino da foco, in uno polito borsoto di corio fatto e recamato da loro donne. Portano rasoro e cota de pietra da affilarlo, con il quale si radeno l'un l'altro la testa, lasciando sul vertice un lineo de capelli longo e intrecciato, ch'alcuni voglion dire sia per lasciare appiglio alla testa, se a loro fussi tagliata, acciò non sia imbrattata la faccia con le mani sanguinenti e brutte de l'omicida. Si radeno etiam lo pettenale, sempre che siano per combattere, dicendo che saria vergogna e peccato essere visto morto con peli in tal loco. Gettano foco a case de' nimici, qual tutte sono di paglia, attaccati solfarini accesi a freze.
Tengono in case coppe d'oro grande da 300 fin in 500 ducati, dico li potenti, e ancora d'argento, con le quali beveno con grandissima ceremonia, in uso piú al bevere che a molt'altri loro apparati, bevendo continuo e a nome di Dio e a nome di santi e di parenti e d'amici morti, commemorando qualche gesti egregii e notabile condizione con grandi onori e riverenzie, quasi come sacrificio, e con lo capo sempre scoperto per maggiore umilità. Dormeno con la lorica, cosí da loro chiamata, ch'è camisa di maglia, sotto la testa per guancial, e con l'arme appresso, e levandosi a l'improvisa di subito si vesteno detta panciera e si drizzano armati. Marito e moglie iaceno in letto capo a piedi, e loro letti sono de corio, pieni di fiori di calami o iunchi. Tengono questa opinione fra loro, che non si debbi reputare alcun di generazione nobile, della quale se abbia notizia per alcun tempo essere stata ignobile, se bene avesse poi procreati piú re. Vogliono che 'l gentiluomo non sappia fare né conti né negozii mercantili, salvo per vendere loro prede, dicendo non spettare al nobile se non reggere popoli e difensarli e agitarsi a caccie e ad esercizii militari. E assai laudano la liberalità, e donano facilissimamente ogni loro utensile, da cavallo e arme in fora; ma de' loro vestimenti sopra tutto ne sono non solum liberali ma prodighi, e per questo accade ut plurimum siano di vesti peggio in ordine che sudditi. E tante fiate l'anno che si fanno veste nove o camise de seta cremesina, da loro usitate, de subito li sono richieste in dono da' vassalli: e se recusassino di darle o ne demostrassino mala voglia gli ne seguiria grandissima vergogna, e per ciò incontinente gli è dimandata e in quel instante proferendola se la spogliano, e per contra pigliano la povera camisa de l'infimo dimandatore, per la maggior parte trista e sporca. E cosí quasi sempre li nobili sono peggio vestiti degli altri, stivali, arme e cavallo in fora, che mai non donano, nelle quali cose sopra tutto consiste la loro pompa. E piú fiate donano quanti mobili hanno per avere un cavallo che gli aggrada, né tengono cosa piú preziosa d'un ottimo cavallo. Se gli accade acquistare alla preda o in qualch'altro modo oro o argento, subito lo dispensano in poculi predetti o in guarnimenti di selle, o per uso d'adornamenti militari. Quanto per spendere, fra loro non lo costumano, e potissime li mediterranei, che quelli de le marine sono piú avezzati a' negozii.
Combatteno quotidianamente con Tartari, dai quali d'ogni banda quasi sono cinti. Passano etiam lo Bosforo su la Taurica Chersoneso, provincia dov'è situata Cafa, colonia constituta ab antico da' Genoesi, e passano volentieri detto freto all'invernata, che 'l mare è gelato, a preda d'abitanti sciti. E poco numero di loro caccia gran gente di quella, perchè sono molto piú agili e meglio in ordine d'arme e di cavalli, e dimostrano piú animosità. Le loro armature da testa sono proprie a ponto come se vede sopra l'antigaglie, con le retenute per le guancie attaccate sotto la gola al modo antico. Tartari sono piú pazienti ad ogni necessità, tanto ch'è cosa mirabile, e cosí piú fiate vincono, precipue quando se poteno conducere in qualche estreme paludi o neve o giacci o luoghi penuriosi d'ogni bene, dove per constanzia e ostinazione il piú delle volte vincono.
Detti Zichi per la maggior parte sono formosi e belli, e al Cairo, fra quelli mamaluchi e armiragli, che il piú di loro sono di tal stirpe (come s'è detto), si vede gente di grande aspetto; e di loro donne el simile, quali sono nel proprio paese etiam con forestieri domestichissime. Usano l'officio de l'ospitalità generalmente ad ognuno con grande carezze, e l'albergato e l'albergante chiamano conacco, come l'ospite in latino, e alla partenza l'ospite accompagna el conacco forestiero per fin ad un altro ospizio, e lo defende e mettegli, bisognando, la vita fidelissimamente. E benchè (come s'è detto) tanto si costuma il depredare in quelle parte che viene a parere guadagno quasi di iusto affanno, tamen a' loro conacchi usano molta fideltà, e in casa loro e fora, con grandissime carezze. Lasciano maneggiare le loro fanciulle vergine dal capo alli piedi, precipue in presenzia de' parenti, salvo sempre l'atto venereo; e, riposandosi il forestiero conacco, a dormire o risvegliato che 'l sia, dette fanciulle con molti vezzi li cercano le immondizie, come cose peculiarissime e naturale a quelli paesi. Intrano ditte poncelle nude nei fiumi, ad occhi veggenti d'ognuno, dove si vede numero infinito di formatissime creature e molto bianche. El vitto loro è una gran parte di quelli pesci anticei, cosí oggidí da loro chiamati, ed etiam antiquitus, secondo Strabone, che in effetto sono sturioni piú grossi e piú piccoli, e beveno di quell'acque di dette fiumare, molto speciale alla digestione. Usano ancora ogn'altra carne domestica e salvatica; frumenti e vini d'uva non hanno; miglio assai e simili altre semenze, delle quali fanno pane e vivande diverse, e bevande chiamate boza; usano etiam vino di mele d'ape. Le loro stanzie tutte sono di paglia, di canne, di legnami, e gran vergogna saria ad uno signore o gentiluomo fabricare o fortezza o stanzia de muro forte, dicendo che l'uomo si dimostreria vile e pauroso e non bastante né a guardarsi né a defendersi: e cosí tutti abitano in quelle case predette, e a casale a casale, né una minima fortezza s'usa o abita in tutto quel paese; e perchè si trovano alcune torre e muraglie antiche, li villani a qualche loro proposito l'adoperano, che i nobili se ne vergognariano. Loro medemi lavorano ogni dí le proprie saette etiam a cavallo, delle quali ne fanno perfettissime: e poche saette si trovano di maggiore passata delle loro, con spiculi o ferri d'ottima fazione, temperatissimi e di terribil passata. Le loro donne nobili non s'adoperano in altri lavori che in recami etiam sopra corami, e recamano borsotti di pelle per focini da foco (come di sopra s'è detto) e centure di corio politissime.
Le loro esequie sono molto strane. Poi la morte di gentiluomini li fanno talami di legname alti alla campagna, sopra li quali pongono a sedere el corpo morto, cavati prima l'intestini: e quivi per otto giorni sono visitati da parenti, amici e sudditi, dai quali sono appresentati variamente, come di tazze d'argento, archi, freccie e altre merce. Da li due lati del talamo stanno li due parenti stretti d'età, in piedi, appoggiati ad un bastone per uno, e sul talamo da man manca sta una poncella con la freccia in mano, sopra la qual ha uno fazzoletto di seta spiegato, col quale li caccia le mosche, avenga che sia il tempo gelato, com'è la piú parte dell'anno in quelli paesi. E in faccia del morto, in terra piana, sta la prima delle moglie, assettata sopra una catedra, mirando continuo il marito morto, constantemente e senza piangere, che lacrimando seria vergogna. E questo fanno per un gran pezzo del dí fin all'ottava, e poi lo sepeliscono in questo modo: prendono un grossissimo arboro e de la parte piú massiccia o grossa tagliano a sufficienzia per la longhezza, e lo sfendono in due parte, e poi lo votano o cavano tanto che li stia il corpo a bastanza, con parte delli donarii appresentati ut supra; poi, posto il cadavere nel cavato de' detti legni, lo pongono al luogo statuito della sepoltura, dov'è gran multitudine di gente. Lí fanno la tomba cosí chiamata, cioè el monte di terra sopra, e quanto è stato maggior maestro e avuto piú sudditi e amici, tanto fanno il monte piú eccelso e maggiore; avendo il piú stretto parente raccolte tutte l'offerte e fatto continuo le spese a' visitanti, secondo è stato piú amoroso e onorevole, tanto piú e manco sepeliscono di dette offerte col corpo.
Costumano etiam in dette esequie a li gran maestri un altro sacrificio barbaro, opera meritoria di spettaculo: prendeno una poncella di 12 in 14 anni e, posta a sedere sopra una pelle d'un bove allora amazzato e distesa col pelo sul suolo della terra, in presenzia di tutt'i circonstanti, uomini e donne, e il piú gagliardo e ardito giovane di quelli sotto il manto di feltro si prova a sponcellare detta fanciulla, e rare fiate che quella renitente non ne stracca tre o quattro e tal fiate piú inanzi ch'ella sia vinta; tandem poi, lassa e stanca, con mille promissione d'essere tenuta per moglie o altre persuasione, el valent'uomo rompe la porta e intra in casa. E poi come vincitore mostra subito a' circonstanti le spoglie fedate di sangue, e cosí le donne presenti, forse con finta vergogna, voltano la faccia fingendo non volere mirare, non potendo però contenere il riso etc.
Poi la sepoltura, per piú dí all'ora del mangiare fanno mettere in ordine el cavallo del defonto, qual mandano a mano con uno di servitori alla sepoltura; onde, sino a tre fiate per nome chiamato el morto, lo convitano da parte delli parenti e amici se vuole venire a mangiare; e, visto il servitore non avere alcuna risposta, ritorna col cavallo a riferire che non risponde: e cosí scusi, parendo avere fatto loro debito, mangiano e beveno a suo onore.


Il fine di Giorgio Interiano genovese della vita de' Zichi, chiamati Circassi.


Parte del trattato Dell'aere, dell'acqua e de' luoghi d'Ippocrate, nella quale si ragiona delli Sciti.


Or tra' Sciti in Europa è una gente diversa dall'altre, la quale abita intorno alla palude Meoti, che con speciale nome Sauromati sono chiamati, le femine de' quali cavalcano e saettano e lanciano dardi d'in sui cavalli e combattono coi nimici mentre son pulcelle, né prima si lasciano privare della virginità che non abbiano ammazzati di sua mano tre de' nemici, né mai consumano il matrimonio se non hanno sacrificate le vittime secondo che si costuma. E qualunque prende marito si rimane di cavalcare, infin che necessità non sopravenga di fare oste di tutte loro. E hanno meno la poppa destra, perciochè le madri, mentre le figliuolette sono ancora in infantilità, fabricato certo stromento di rame il mettono loro infogato in su la destra poppa, la quale s'abbrucia in guisa ch'ogni accrescimento vi s'impedisce, e tutto il vigoroso augmento nella spalla destra e braccio trapassa. Or, quanto è alla forma degli altri Sciti, è da sapere ch'essi sono tra loro simiglianti, ma differenti dagli altri uomini, il che ancora aviene degli Egiziani, se non che questi sono molestati dal caldo e quelli dal freddo.
Or la solitudine, com'è chiamata, degli Sciti è una prateria piana, rilevata, né troppo acquosa, perciochè vi sono fiumi grandi che via conducono l'acqua da' campi. In questo luogo gli Sciti dimorano, e chiamansi Nomadi, perochè quivi non han case, ma abitano in carri. E alcuni de' carri, che sono piccolissimi, hanno quattro ruote, e gli altri sei, e sono smaltati di fango e fatti a guisa di camere, le quali alcuna volta sono semplici e altra divise in tre; e queste sono strette, per poter ripararsi dall'acqua e dalla neve e da' venti. E sono i carri tirati alcuni da due e altri da tre paia di buoi senza corna, perciochè quivi i buoi per la freddura non hanno corna. Adunque in questi carri dimorano le femine, e gli uomini vanno a cavallo, e con esso loro menano le pecore quante n'hanno e i buoi e i cavalli, e soggiornano in un luogo tanto tempo quanto basta l'erbaggio al loro bestiame, ma quando viene meno vanno altrove; ed essi mangiano carni cotte a lesso e beono latte di cavalle e manducono ippace, cioè cacio di cavalle.
Cosí fatta adunque è la maniera del viver loro e de' costumi e delle stagioni e della forma, che la nazione degli Sciti è differente molto dagli altri uomini e simile a se stessa, sí come altresí si vede negli Egiziani, e poco abonda in figlioli. Né la contrada sostiene se non pochissime e picciolissime fiere, perciochè è sottoposta alla tramontana e alle montagne Rifee, onde spira borea. E quantunque il sole vi s'appressi allora quando egli gira piú alto sopra di noi di state, nondimeno per picciolo spazio si riscalda, né venti traenti da parti calde quivi pervengono, se non di rado e già stanchi. Ma di verso tramontana sempre soffiano venti freddi, per la neve e per gli giacci e per la copia dell'acqua, che mai non abandonano quelle montagne, le quali pur perciò non si possono abitare; e molta nebbia il dí occupa i piani, e cosí si vive in umidore. Adunque quivi sempre ha verno, ma state pochi dí e que' pochi non molto buona, perciochè le pianure sono rilevate e nude, né sono inghirlandate de monti, e sottogiacciono a tramontana in guisa di piaggia. Quivi non nascono fiere di grande statura, ma solamente di tanta che si possano riparare sotterra, perciochè altrimente non permette il verno e la nudità del terreno: e di vero quivi non ha né tiepidezza né coperto. Perciochè i mutamenti delle stagioni non sono né grandi né potenti, ma simili e poco differenti, laonde ancora essi sono tutti simili di figura, e costumano sempre il medesimo cibo e il medesimo vestire, e di state e di verno; e tirano a sé l'aere aquoso e grasso, e beono l'acque di nevi e di giacci disfatti, né punto s'affaticano, che né il corpo né l'animo si può affaticare là dove i mutamenti non sono potenti. Adunque perciò è di necessità che si veggano essere grassi e pieni di carne, e che abbiano le giunture umide e deboli, e i ventri da basso umidissimi oltre a tutti gli altri ventri, perciochè possibile non è che la panza s'asciughi in cosí fatta contrada e natura e disposizione di stagione. Adunque per grassezza e carne senza peli appaiono l'uno all'altro simili, io dico i maschi a maschi e le femine a femine. Perciochè, non essendo le stagioni dissomiglianti, né corruzioni né male disposizioni possono avenire nel concepimento della creatura, s'alcuna gran disaventura o infirmità a forza ciò non operi.
Ora io darò un manifesto segnale della loro umidità. Troverai che tutti i Nomadii, e i piú degli altri Sciti, ancora s'abbrucciano le spalle, le braccia e le palme delle mani, e i petti e le coscie e le reni, non per altro se non per la naturale umidità e morbidezza, perciochè non possono né tirare archi né lanzar dardi per umidità e debolezza della spalla; ma per l'abbruciamento s'asciuga dalle giunture molto dell'umore, e divengono i corpi piú gagliardi e meglio si nutriscono, e le giunture s'invigoriscono. Or sono i corpi loro e morbidi e larghi, prima perchè non si fasciano sí come in Egitto, né hanno in costume cavalcando di stare assettati in su la persona, e appresso perchè seggono assai, che i maschi, prima che si possano tenere a cavallo, il piú del tempo seggono in carro, e poco usano di spasseggiare a piè, perchè sono tuttavia in viaggi e qua e là trasportati. E maravigliosa cosa è a vedere quanto morbide sieno le femine. Or rossa è la nazione degli Sciti per la freddura, non potendo molto quivi il sole, che la bianchezza è abbrucciata dalla freddura e si trasmuta in rossezza.
Né possibile è che cosí fatta natura abondi in figliuoli, perciochè né l'uomo appetisce spesso di congiungersi con femina, per umidità di natura e per morbidezza e per frigidità di ventre, per le quali cose è di necessità che rarissime volte nasca nell'uomo stemperato appetito di congiugnimento, e di piú, per lo continuo cavalcare rotti, divengono mal atti a ciò. Or questi sono gl'impedimenti dalla parte degli uomini. E dalla parte delle femine sono altresí e la grassezza della carne e l'umidità, perciochè le matrici non possono poi apprendere il seme, che la purgazione non viene loro ogni mese come fanno di bisogno, ma dopo lungo tempo e poca, e la bocca delle matrici per la grassezza si riserra né può ricevere il seme; ed esse sono ociose e grasse, e i ventri loro freddi e morbidi. E per queste necessità non può la nazione degli Sciti abbondare in figliuoli. E si può di ciò prendere certo argomento dalle serve, che non cosí tosto s'accostano a l'uomo che concepiscono, perchè s'affaticano e hanno carne magra. Oltre a ciò i piú degli Sciti divengono disutili al congiungimento e si mettono a fare le bisogne feminili, e il ragionar loro è parimente da femine: e questi sono chiamati uomini senza maschilità. Ora i paesani attribuiscono la cagione a Dio, riveriscono questi uomini e adorangli, temendo ciascuno di sé simile disaventura. Ma a me pare che e questi mali e tutti gli altri procedono da Dio, e che niuno abbia piú del divino dell'altro o dell'umano, anzi tutti sono divini, e ciascuno di questi ha sua natura, né niuno aviene senza natura.
E racconterò come a me paia che questo male avenga. Essi per lo cavalcare sono assaliti da lunghi dolori, sí come coloro che cavalcano co' piedi pendenti; poi diventano zoppi e si ritraggono le coscie a coloro che fieramente s'infermano. Or tengono cotale maniera in curarsi: dal principio dell'infirmità si tagliano l'una e l'altra vena dopo l'orecchia, e quando è sgollato il sangue per debolezza sono soprapresi dal sonno e dormono; poscia si destano, alcuni sani e alcuni no. A me pare adunque che essi con questa cura si guastino, perciochè dopo gli orecchi sono vene le quali quando altri taglia, coloro a' quali sono tagliati divengono sterili. Io stimo adunque ch'essi perciò si tagliano quelle vene. Appresso perchè, andando per usar con le mogli, né venga loro fatto la prima volta, non mettono il cuore a ciò né si danno affanno; ma quando due e tre e piú fiate hanno tentato senza effetto, facendosi a credere d'aver commesso alcun peccato verso Dio, a cui attribuiscono ciò, si vestono di gonna feminile publicandosi d'essere senza maschilità, e femineggiano e si mettono a fare insieme con le femine quelle bisogne ch'esse sogliono fare. Or ciò aviene a' ricchi degli Sciti e non agl'infimi, ma i nobilissimi e coloro ch'hanno piú polso perchè cavalcano sono sottoposti a ciò, e i poveri meno, che non cavalcano. E di vero convenevole cosa era, se questa infirmità è piú divina dell'altre, che non toccasse solamente a' nobilissimi e a' ricchissimi tra' Sciti, ma a tutti ugualmente, anzi pare a coloro che non hanno beni, li quali mai non onorano gl'iddii (se vero è ch'essi godano dell'onore fatto loro dagli uomini e ne rendano loro guiderdone), perciochè verisimile cosa è che i ricchi sacrifichino spesse fiate agl'iddii e che consagrino loro de' doni delle sue ricchezze e che gli onorino, e che i poveri non facciano ciò perchè non hanno di che, e di piú ch'essi gli maledicano perchè non danno loro medesimamente delle facultà: laonde per questi peccati doverebbono i disagiati incappare piú tosto ne' mali che i ricchi. Ma, cosí come ancora prima ho detto, questi mali procedono dagl'iddii come ancora gli altri, e ciascuno aviene secondo la natura. E cosí fatta infermità aviene agli Sciti per tale cagione quale io ho detto, né punto sono risparmiati gli altri uomini, perciochè là dove cavalcano assai e spesso i piú sono assaliti da lunghi dolori e da sciatica e da doglie de' piedi, né sono stimulati a lussuria.
Queste cose fanno gli Sciti, e per queste cagioni oltre a tutti gli uomini sono disutilissimi all'usare con le femine, e perchè continuamente portano le brache e sono a cavallo il piú del tempo, laonde né con mano si toccano le parti vergognose, e per la freddura e per la stanchezza si dimenticano del piacere dell'amoroso congiungimento, né intendono a ciò se non quando sono privati della maschilità. Cosí fatte cose adunque diciamo della nazione delli Sciti.

Il fine del trattato d'Ippocrate Dell'Aere e dell'acqua


Viaggio del magnifico messer Piero Quirino viniziano, nel quale, partito di Candia con malvagie per ponente l'anno 1431, incorre in uno orribile e spaventoso naufragio, del quale alla fine con diversi accidenti campato, arriva nella Norvegia e Svezia, regni settentrionali.

Ancor che la umana fragilità naturalmente ne faccia inclinati a vani pensieri e opere reprensibili, nondimeno, participando di quella parte divina dell'anima che sopra gli altri animanti il nostro Signor Dio per sua singular grazia ne ha concesso, ci debbiamo sforzar con tutto il poter di laudar il nostro benefattor, estollendo e facendo note le miracolose opere sue verso di suoi fideli, a devozione di cristiani e per esempio all'altre nazion d'infideli. Del qual officio ancor che tutti ne siano debitori, pur quelli si deono reputar esserne maggiormente i quali, nelle immense adversità loro, dove avean bisogno d'aiuto presentaneo, sono stati soccorsi e liberati per l'infinita bontà e misericordia sua. Per questa causa io, Pietro Quirino di Vinezia, ho deliberato, a futura memoria di posteri nostri e a cognizione di presenti, scrivere e con pura verità manifestare quali e in che parti del mondo furono le adversità e infortunii che mi sopravennero per il corso e disposizion della volubil rota di fortuna, l'officio della quale (come abbiamo per lunga esperienzia) è di abbassar in un momento il sublime e per il contrario l'infimo e basso inalzare, e molto piú quelli che pongono in essa ogni sua speranza. Per tanto non è da tacere, anzi piú efficacemente son debitor di dichiarire i miracolosi soccorsi che 'l nostro pietosissisno Signor Dio ha usato verso la mia indegna persona, e d'altri dieci, che fummo del consorzio e compagnia di LXVIII.
Dovete adunque sapere che, per desiderio d'acquistar parte di quello di che noi mondani siamo insaziabili, cioè onore e ricchezze, io m'intromisi di patronizzar una nave per il viaggio di Fiandra, ne la quale non solamente la mia persona, ma eziandio disposi di metter la facultà e uno mio maggior figliolo. E come piacque al Salvator nostro, i giudicii del quale sono immensi e profondi, per principio di miei singular doni e grazie (ancor ch'io allora per l'affetto paterno non li conoscessi), giorni cinque avanti il mio partir di Candia, dove io avea caricata la detta nave, il detto mio figliolo passò di questa vita: il che mi fu d'un estremo cordoglio che mi penetrò nelle viscere, parendomi esser rimasto solo e privo d'ogni consolazion in un viaggio cosí lungo come dovea fare. O quale e quanta fu la cecità e ignoranzia mia, che di sí fatto principio mi riputassi esser da Dio offeso?
Essendo seguito il detto miserabil caso, alli 25 aprile 1431, essendomi sforzato, con grande amaritudine dell'animo mio, feci partenza di Candia per venir in ponente. E avendo costeggiata gran parte della Barberia, per il contrasto de' venti contrarii, usciti che fummo fuor del stretto di Gibralterra, giugnemmo adí 2 giugno con l'infelice nave appresso il luoco di Calese, posto in la provincia di Spagna, dove, per causa del pedota ignorante, accostati alla bassa di San Pietro toccammo con la nave in una roccia di scoglio non apparente sopra il mare, in modo che 'l nostro timone uscitte del luoco suo, non senza risentimento delle cancare, come si dimostrò per i seguiti casi. E oltre ciò la nave in tre parti della colomba si ruppe, facendo infinita acqua, con tanta furia che con gran pena si poteva tener seccata. Questo cosí inopinato caso radoppiò il dolore al mio appassionato cuore; pur il nostro Signor Dio clementissimo non mancò della sua grazia, che, giunti in Calese, immediate discaricammo la nave rotta (e fu adí 3 di giugno), e discaricata la mettemmo a carena, e in giorni 25 non senza difficultà remediammo al tutto, ritornando il carico in la nave. E perch'io ebbi notizia della guerra bandita fra la mia ducal signoria di Venezia e Genovesi, fummi bisogno accrescer il numero di miei combattenti, sí che soggiunsi fino alla somma di persone 68. E adí 14 di luglio per seguitar l'infortunato viaggio mi parti', e per non incontrarmi in molte navi nemiche, quali si aspettavano di ponente, deliberai, alquanto andando fuor di cammino, allontanarmi dal capo di San Vicenzo. E perchè regnava il vento chiamato in quella costa agione, il quale largo dal terreno dimostra da greco, questo mi fu tanto contrario di riveder terra ch'io volteggiai giorni quarantacinque nei contorni delle Canarie, luoghi incogniti e spaventosi a tutti i marinari, massimamente delle parti nostre.
Quali sogliono esser i pensieri de' circonspetti patroni quando si trovano con tante persone in simil casi, luoghi e stagioni, tali dovete creder che fossero i miei, massime vedendomi ogni giorno minuire la vettovaglia, unico conforto e sostegno dell'umana natura, specialmente di marinari che di continuo s'affatticano. Pur piacque a Dio di porgermi remedio e conforto, aiutandomi il vento a segno di garbino, e per ritrovar la tanto desiderata terra drizzammo prora e vele verso il greco, e per duoi giorni e notti quasi in poppa andavamo con le vele alzate. Ma, non consentendo la nimica fortuna il continuar del nostro desiderato bene, ne sopramesse ancor spaurosi accidenti, che fu il rompersi d'alcune delle cancare dove sta il timone, che fummo constretti a proveder di nuovo sostegno per fortificarlo; sí che in luogo di ferro vi ponemmo delle nostre fonde a opera di nizza, e talmente le acconciammo che ne fummo serviti fino a Lisbona, dove giugnemmo alli 29 d'agosto.
Nel detto luoco con debita solecitudine confermammo le già rotte cancare e fornimmo la mesa nostra, e adí 14 di setembre uscimmo di porto per inviarsi al detto viaggio. Nondimeno, contrariati da nimichevoli venti, volteggiando in alto mare giugnemmo alli 26 d'ottobre al porto di Mures, dov'io, accompagnato da 13 miei compagni, andai devotamente a visitar la chiesa di messer San Iacomo. Ma poco vi dimorai, che subito ritornato feci vela alli 28, con assai favorevole vento di garbino, dal qual speravo aver la desiderata e bisognevole colla. E allungatomi da capo Finisterrae per cerca miglia 200 al mio dritto camino, alli 5 di novembre, cessando il prospero e soave vento, si cominciò a levar quello da levante e sciroco, qual, se bonazzevole fosse durato, averiane scorti ad entrar nei canali di Fiandra, luogo da noi ne' precedenti giorni sommamente desiderato; ma, accrescendosi ogn'ora la possanza e impeto suo, fummo ribattuti fuori del dritto nostro cammino, per tal modo che spedegassemo sopra l'isola di Sorlinga. E ancor che per vista di terreno di questo non fussimo accertati, nondimeno l'opinione de' nostri buoni pedoti, i quali avevano già posto il suo scandaglio nel fondo del mare e trovandolo a passa 80, di questo n'affermava. Come i naviganti accostandosi piú al terreno, il vento mutando faceva segno per la revoluzione delle valute, onde si mostrava da greco a tramontana opposito di lassarne accostare alla coperta di terreno.
E per incominciar a dir del principio delle nostre afflizioni e amarissime morti, ancor che la potenzia del nostro Salvatore soccorresse a tempo e luogo la mia indegna persona e de dieci compagni, come non senza gran stupore nella sequente parte sarà inteso, accadette che adí 10 del detto mese, la vigilia di san Martino, che per forza e impeto del gonfiato mare venne a meno il nostro timon delle sue cancare, il qual era freno e segurtà della infelice nave, non rimanendone pur una sola al suo sostegno. Quanta e qual fosse l'angustia e desperazion nostra lo lascio considerar ai savii auditori, né in altro modo in quel ponto mi viddi abbandonato di vita di quello che faccian li miseri quando col capestro al collo si veggon tirar in alto. Pur, fatto animo meglio ch'io potei, cominciai ad usar l'officio del patron, con la voce e coi gesti innanimando e confortando gl'impauriti marinari che già erano mezi persi, che con una grossa tortizza legorono il detto timone: non già che fussimo sicuri di mantenerlo al suo luoco, ma solo per averlo raccommandato per fortezza di quello nel lato della nave, ch'andava tutt'ora travagliando. Ma ne avenne in contrario che, dispiccatosi in tutto dalla nave, rimase da poppe nondimeno legato, e cosí inutilmente tre giorni cel tirammo drieto. Pur alla fin con vigorosità d'animo e con gran forza il recuperammo dentro la nave, ligandolo piú che potevamo a causa che nel travagliar di quella non percotesse l'una e l'altra parte, con tal apertura di quella.
Trovandomi adunque in cosí alto e impetuoso mare, con tanta rabbia di fortuna, senza governo alcuno e con le vele alzate al vento andando a posta di quello, quando straorzando fino al batter della vela, poi alquanto poggiando, discorrevamo secondo e a quella parte che la fortuna ne spingeva, sempre allontanandoci da terra. Per il che, vedendomi in cosí disperato cammino, cognoscendo la natura di marinari, che vogliono di continuo saziar gl'appetiti loro, dopo varie e util considerazioni gli esortai che si mettesse regola e misura a quello che n'era rimaso della mensa nostra, dando il governo di quella a due o tre che alla maggior parte fosse piaciuto, li quali con equalità la distribuissero due volte fra il giorno e la notte, non iscludendo ancor me da questo numero, acciochè, durando il nostro infortunio, con questo ordine piú lungamente fussimo preservati dalla morte: il che da tutti fu laudato e messo ad esecuzione. Dapoi, vedendo che non si poteva far altro, io mi ridussi solo nella mia cameretta con grande amaritudine d'animo e, considerando l'estrema miseria nella qual io ero, drizzai il cuore al nostro Signore Iddio, raccomandandomi a quello e pentendomi di tutti i miei peccati. E veramente io confesso che 'l rimuovermi dagli occhi quella persona, la qual per il paterno affetto amavo grandemente, mi fu d'incredibil alleviamento alle immense angustie che mi soprastavano, perchè non so come fosse stato possibile che non mi fosse crepato a tutte l'ore il cuore, vedendolo e considerando che mi dovesse morire avanti gli occhi. E per volermi sollevar alquanto la passione, mi posi ad andar con l'animo ripensando la misera qualità de' corpi nostri, e come tutt'i gran principi e re, poveri e bassi, presenti e futuri, erano soggetti alla necessità della morte, e che noi cristiani avevamo questo privilegio, donatone per la passione del Signor nostro Iesú Cristo, della gloria del paradiso, quando contriti ci raccomandassimo a lui. E con questi e simili pensieri presi grandissimo vigore, che poco o niente stimava piú la morte, e con le medesime ragioni andai poi ad inanimar quella misera turba di marinari, che volessero pentirsi dei loro misfatti: in alcuni delli quali conobbi che le mie parole avean fatto profitto.
Or, trovandoci nel sopradetto stato, per consiglio d'un nostro marangon fu terminato di fabricar dell'antenne superflue e alboro di mezo due timoni alla latina, sperando di metter freno all'immenso travaglio della nave: li quali con ogni sollecitudine furono immediate fatti, e posti alli loro luoghi congrui e convenienti. E questa opera ne dette assai conforto e speranza, vedendo per isperienzia che facevan l'officio suo. Ma la fortuna inimica, che non ne concedeva termine di poter respirar, aumentò di sorte la possanza de' venti e gonfiamento del mare che, percotendo con l'onde i detti timoni, li levò via del tutto dalla nave: del qual accidente rimanemmo cosí attoniti e storniti come fanno quelli che in tempo di pestifero morbo si sentono affebrati col segno mortale. E cosí abbandonati discorrevamo il cammino verso il qual la furia di venti ne menava.
Adí 25 novembre, il giorno dedicato alla vergine santa Caterina, qual fassi fortunale e dicesi esser punto di stella, tanto si aumentò la rabbia del mare e dei venti che stimassemo certo in quel giorno dover esser l'ultimo di nostro fine, e per tanto tutti ad una voce con grandissime lacrime ci raccomandavamo alla gloriosa Vergine Maria e altri santi del paradiso, che placassino il nostro Signor Dio e n'aiutassino, avodandoci con diverse devozioni in pellegrinaggi e altre opere d'umilità. Del che ne vedemmo mirabil effetto, che fummo in tanto e cosí gran furor di mare preservati dalla morte, qual si bonacciò alquanto, non però che di continuo non andassimo scorrendo alla via di ponente maistro, sempre dilungandoci dalla terra. E già per le continue pioggie e furie de' venti la vela era tanto indebolita che la cominciò a squarciarsi, sí che per piú fiate nel tanto batterla ne fummo del tutto privati; e ancor che ne mettessimo una seconda, che si suol portar per simil respetti, nondimeno, per esser ancor lei non troppo forte, come la fu bagnata e dalla furia dei venti gonfiata poco tempo ne servite.
Or, trovandosi la nave senza vele e senza timoni, instrumenti necessarii al navigare, similmente gl'animi di tutti noi erano tanto afflitti e sbattuti che non si trovavan piú forza, lena né vigor; e ancor che la detta nave fosse nuda e priva delle dette cose, e non avesse piú corso e rimanesse come stanca, nondimeno a tutt'ore l'impeto grande del mare la percoteva in sí fatto modo che la faceva risentir in tutte le sue fitture, e alcune fiate la soperchiava ed empiva d'acqua: e pur noi miseri, cosí stanchi, eravamo astretti a svodarla.
Piú volte avendo esperimentato col scandaglio nostro di trovar fondo, avenne che ci trovammo in passa 80, di giaroso terreno, e sí come accade a quelli che non sanno notare che, trovandosi in acqua profonda, s'attaccano ad ogni piccolo ramoscello per non perire, medesimamente noi, redutti in tanta estremità, ne parve di tentar un simil remedio, qual solo ne restava, cioé d'afferrarsi con l'ancore: e cosí facemmo, ponendo quattro nostre tortizze una in capo dell'altra. La qual nostra retenzion ne venne fatta, ancor che alla fine ne riuscisse inutile, perchè, avendo per ore 40 sopra il detto sostegno travagliato grandemente la già indebolita nave, uno de' miseri compagni, spaventato e dubitando di peggio, al luoco di prua nascosamente tagliò il capo e fine dell'ultima tortizza: e cosí noi, abbandonati dal detto sostegno, discorrevamo alla via e usitato modo, aspettando di continuo la morte, qual la maggior parte di noi si preparava di ricevere con cristianissima disposizione, ponendo tutta la nostra speranza nella futura vita. E alcuni veramente per gesti e per parole si mostravano al tutto disperati, massime non vedendo punto fermarsi la rabbia del mare e di venti.
Adí 4 decembre, la festa di santa Barbara, con unita possanza di quattro onde fummo vinti e superati, in modo che l'infelice nave profondò oltra l'usato modo. Nondimeno, ancor che fussimo mezi morti, pur si prese tanto di vigore che si mettemmo a star nell'acqua fino a meza la persona e votarla: e cosí la vincemmo, e per tre giorni dapoi un poco meglio andammo scorrendo. Ma alli 7 del mese, rifrescandosi di nuovo il furor del vento e mare, fummo di nuovo superchiati, di sorte che la nave s'ingallonò, e dalla banda di sottovento senza trovar contrasto l'acqua entrava dentro. Allora veramente pensammo di profondarsi del tutto, perchè, non sapendo che fare, stavamo di continuo aspettando la morte, riguardandosi l'un l'altro con grandissima pietà e compassione. Alla fine fu ricordato per ultimo rimedio che si tagliasse l'alboro, pensando che la nave, alleviata da quel peso, dovesse alquanto respirare e sollevarsi: e cosí fu fatto. E avendolo tagliato venne una botta di mare che lo lanciò fuori, insieme con l'antenna, senza toccar punto la banda, come se a mano fosse stata fatta: il che fece sopirar grandemente la nave, e a noi dette ardire di poterla votar dalla grande acqua che vi era entrata. E come piacque a Dio il mar e vento cominciò a cessar del suo furore.
Or, trovandosi la nave cosí spogliata di tutti gli arbori, che sono quelli che la sostengono dritta, come sanno tutti i marinari, dove spettavamo che la respirasse alquanto, la cominciò ad andar piú alla banda, di sorte che l'onde del mare facilmente v'entravano dentro. E noi, afflitti per il continuo travaglio patito già tanto tempo, né star in piedi né sentar potevamo, tanto erano i corpi nostri redutti in estrema debolezza, e pur convenivamo a tutt'ore adoperarci con gl'instrumenti a votar l'acqua. Ed essendo in questo stato, senza speranza alcuna di riveder terra, esaminando la nostra miseria e calamità concludemmo che, piacendo a Dio di mitigar l'ira del mare e vento, metter la nostra barca e schiffo nel mare e in esse entrar per provar d'andar a terra, che, rimanendo in nave volontariamente, ci vedessemo morir di fame, conciosiach'impossibil fusse con la nave poter pervenire a terra, non avendo timon né arboro né la vela, e secondo il parer nostro lontani dalla piú prossima terra verso levante, ch'era l'isola d'Irlanda, oltra miglia 700.
Fu posto adunque ordine di preparar le piccole fuste per abbandonar la maggiore, quando il furioso mare nel concedesse. Trovandosi alcuni dei miseri compagni sí abituati in bever vino fuor di misura, i quali non credevan morire, e di starsi tutto il giorno a scaldarsi, accendendo il fuoco d'odoriferi cipressi (perchè in gran parte il corpo e cargo d'essa nave era di tal legname), è cosa incredibile a questi tali di quanto nocumento fosse l'intrar in le barche e variar stilo di vivere, come qui di sotto si dirà.
Avevamo per costume al far della lunghissima notte, avanti che fussimo privi dell'arboro, di ridurci nella mia camera e salutar la Vergine nostra imperatrice, e con devotissima orazione lagrimando pregar essa e il suo Figliuolo omnipotente e redentor nostro che ne salvasse da tanto impeto, furor e tenebria. Non era piú in poter nostro di darci a cosí santo misterio, perchè né il star né l'andare, anzi con gran pena il giacere n'era permesso: però, secondo il parer di ciascuno, dove ci ritrovavamo distesi facevamo le nostre orazioni col cuore. Stando in queste angustie, m'andavano per mente varie considerazioni, e fra l'altre che nell'entrar di queste barche non nascesse question e rissa fra quelli ch'hanno manco discrezione degli altri con effusione di sangue, volendo ognuno entrar nella maggiore: ed era cosa verisimile, massimamente intravenendo il molto bere che a questi li faceva inclinati. E per tanto io ricorsi all'omnipotente Dio, pregandolo che m'illuminasse a trovar via e modo che fra noi non intravenissero simili inconvenienti. Piacque a sua bontà d'esaudirmi, mettendomi nella mente ch'io dovessi confortar tutti che la elezion d'entrar nelle barche fusse secreta, e solamente manifesta al scrivano, qual facesse nota della volontà di ciascuno. E cosí miracolosamente avenne che, dove tra noi s'era deliberato che 21 toccasse al schiffo e 47 alla barca maggiore, per propria volontà 21 furono contenti andar nel schiffo e i remanenti nella barca. Vero è che a me fu conceduto la preminenzia di poter nella fine far entrar e menar meco un mio famiglio dove piú mi piacesse: e quantunque nel mio concetto avessi fatto elezion d'andar nel schiffo, perchè era provato molto buono, finalmente, visto i miei officiali aver presa l'entrata della barca, mutai opinione e insieme col mio famiglio entrai nella maggiore, che fu causa della salute nostra, come intenderete.
Fatta la partizione, cominciammo a preparar le piccole fuste per abbandonar la maggiore. Parevane cosa molto difficile, per non aver l'arboro né altro luoco altiero da poterle metter nella banda; nondimeno la necessità ne messe avanti di drizzar l'arguola del già nostro timone e fortemente legarla alla sinistra banda del nostro castello da poppe, però che l'era sotto vento, mettendo le taie congrue e frasconi nella cima con le fonde sufficienti, e aspettando anco che 'l tempo, il mare e vento si mitigasseno.
Adí 17 di decembre, essendo fatta alquanto di bonazza, con gran difficultà mettemmo le piccole fuste nel grande e spaventoso mare, al far del giorno, e ragunate le vettovaglie che n'eran rimaste giustamente le dividemmo, dandone a quelli del schiffo per persona 21 la sua rata, e alla barca per 47. Ma del molto vino che si attrovavamo l'una e l'altra turba ne prese quanto le fuste con debito modo erano capaci. Venuta adunque l'ora della partenza e separazion nostra, primamente io chiamai tutti quelli che mi parveno piú spogliati di vestimenti, e a cadauno diedi delli miei che mi ritrovavo. Dapoi, quando fummo nell'entrar e separarci, ci perturbammo tutti d'una immensa tenerezza di cuore, e si abbracciavamo l'una e l'altra parte baciandoci per la bocca, mandando fuori acerbissimi sospiri: e ben pareva (come avenne) che piú non eravamo per rivederci.
Partimoci adunque nel fare del detto giorno, abbandonando l'infelice nave, la qual con sommo studio e con gran delettazione avevo fabricata, e nella quale io avevo posto mediante il suo navigare grandissima speranza. Lasciamo in quella botte 800 di malvagia, assai odoriferi cipressi lavorati, pevere e gengevo per non poca valuta, e altre assai ricche robe e mercanzie. Come dicemmo in quel giorno mutammo fusta, ma non però fortuna, conciosiachè nella sopravenente longhissima notte, che fu il martedí al far del mercore, il vento da levante e scirocco tanto rafrescò che la misera nostra conserva, qual era nel schiffo, si smarrí da noi, né piú sapemmo qual fusse il lor fine. E noi, dalla forza del mare e dell'onde vedendoci soperchiare, per esser stracargati, ci mettemmo per ultimo remedio a libar, e per slungarsi la vita ci privammo della causa del vivere, perochè in quella notte gettammo gran parte di cibo e vino ch'avevamo, e alcune delle vestimenta nostre e altri instrumenti necessarii a salvamento della fusta. Pur piacque a Dio per salute di noi 11 rimasti in vita, che la fortuna il sequente giorno di 18 cessò, onde drizzammo la prova alla via di levante stimando di ritrovar il piú prossimo terren dell'isola d'Irlanda a capo di ponente. Ma, non possendo continuar in quel cammino, per la mutabilità di venti che venivano or a greco or a garbino, discorrevamo con poca, anzi nulla speranza di preservarci in vita, per mancamento massime del bere.
Or qui è da far intendere gli amarissimi casi per li quali numero di 47 ch'entrorno nella barca cominciò a mancare: e prima, per il martellar della misera barca aveva patito nel travaglio della nave, la si era alquanto risentita e faceva acqua, e di continuo a sette per guardia scambiandoci eravamo astretti a votarla e star al timon per governo, con grandissimo freddo; secondariamente per il mancar del vino, che in poca quantità n'era rimasto, fu necessario di ponerli ordine, pigliandone il quarto d'una tazza (non però grande) due volte tra il giorno e la notte, ch'era una miseria. Del mangiare pur ci potevamo contentare alquanto meglio, però che di carne salata, formaggio e biscotto ne avevamo assai bene; ma il poco bere ne metteva spavento adosso, dovendo mangiar cibi salati.
Adunque per le cause sopradette alcuni cominciorono a morire, né avanti mostravano alcun segno mortale, ma in un momento ne cadevano avanti gli occhi morti. E per piú distintamente parlare, dico che i primi furono quelli che nella nave dissolutamente vivevano in bere molto vino e in darsi alla crapula, stando al fuoco senza alcuna moderazione, che per il variar d'una estremità all'altra, ancor che fussero i piú robusti, nondimeno erano manco atti a tolerare tali accidenti: cadevano morti tal giorno duoi, tal giorno tre e quattro, e questo durante dalli 19 decembre fino alli 29; e subito li buttavamo in mare.
Al detto giorno 29, mancando del tutto il vino, né sapendo come ci trovavamo lontani over appresso terra, per dir il mio pensiero, io desideravo esser del numero di quelli che già erano morti: pur a Dio piacque ch'io ebbi grandissima toleranzia per mantenermi in vita. E vedendoci tutti in tal desperazione e certezza di morte, fui inspirato da Dio di persuader alli remanenti, con forma di parole convenienti, che devoti e contriti ricevessero la certa morte, communicando insieme l'ultimo vino che ne restava: alle qual parole tutti pieni di lacrime mostrorono un'ottima e cristiana disposizione, raccomandando a Dio l'anime loro. Ed essendo ridutti in questa estrema necessità del bere, molti, arrabbiati di sete, si misero a bere dell'acqua salmastra: e cosí uno avanti l'altro, secondo la lor complessione, andavan mancando di questa vita. Con alcuni della miserabil compagnia, contenendosi, ci ponemmo a bere dell'urina nostra, cagion potissima di preservarne in vita. E per non patir maggior siccittà m'asteneva di mangiare se non pochissimo, perchè d'altri cibi non avevamo che di salmastri. Nel qual miserrimo stato continuassemo per giorni cinque, e adí 4 di zenaro avanti il far del giorno, navicando con suavissimo vento per greco, uno de' compagni che si trovava verso la prova vidde quasi ombra di terreno avanti di noi sotto vento: il quale con voce ansiosa cominciò ad annunciarne quel che li pareva, sí che tutti bramosi di tanto bene con gli occhi attenti guardammo verso quella parte. E per non esser ancor sopravenuto il giorno, rimanemmo per fin che la chiarezza ne certificò esser terra, con grandissima allegrezza.
Adunque, reassumendo vigor e forza, pigliammo i remi per approssimarsi al tanto desiderato terreno, ma per la molta distanzia e per la brevità del giorno, qual era di spazio d'ore due, quello perdemmo di vista; né potemmo usar troppo i remi per debolezza, e quella lunghissima notte dimorammo con non poca speranza. E sopravenuto il dí sequente, smaritosi il detto terreno dal veder nostro, di sotto il vento ne vedemmo un altro montuoso e assai piú prossimo, in modo che ne parve di poter piú facilmente smontar in quello che nell'altro per avanti veduto. Quello adunque tollemmo a segno col bossol nostro, per non smarrirlo la notte sequente, e con le vele in poppa cacciando il vento, a circa ore quattro di notte giugnemmo sotto il detto terreno, al qual accostandosi ci trovammo esser circondati da molte secche, come dimostrava il romper dell'onde: né è cosa alcuna piú paurosa al marinaro che a sequaro di terra trovarsi di notte in luoghi incogniti, e però il gaudio e conforto nostro si convertí in desperazione ed estrema mestizia, onde piangendo ci raccomandavamo a Dio e alla Madre sua, fido soccorso de' peccatori. Piacque alla misericordia sua in tal e tanto pericolo d'aiutarci, in modo che, avendo la barca nostra tocco in una di quelle secche, un colpo di mare, stendendosi per sotto il fondo, la sollevò e messela fuori di quella, onde ci vedemmo franchi da tal pericolo. E tuttavia appressandoci al salutifero scoglio, avenne per miracolo grande che, non trovandosi in alcuna sua banda spiaggia né luogo da poter ben capitare, perchè in tutto il suo circuito era spredo grebanoso, in quella sola spiaggetta il Guida e Salvator nostro ne condusse, stanchi e lassi come deboli uccelletti dapoi che fatto il passaggio giungono a terra. In questo luoco ferimmo con la prova della barca, e quelli che si ritrovavano in quella parte saltorono immediate in terra, qual trovorono tutta coperta di neve, della qual ne presero senza misura per raffreddar le viscere loro arse e asciutte: il che fatto, a noi ch'eravamo rimasti per debolezza in barca, e per difenderla dal rompersi, ne porsero in una secchia e caldiera. Io con verità vi dico che tanta ne presi ch'io non l'arei potuta portar sopra le spalle, e mi pareva che nel prender di quella consistesse ogni mia salute e felicità: ma il contrario avenne a cinque della misera compagnia, perochè quella notte, avendo ancor loro mangiatone, spirorono di questa vita. Noi stimammo che l'acqua salmastra che per avanti beverono gli desse la caparra della lor morte.
Quivi dimorammo la lunghissima notte per salvar la fusta dal romper, non avendo corde né altro modo di ligarla, e aspettammo il breve giorno; il qual fattosi discendemmo, sedici rimasi di quarantasette, non trovando altro che neve, nella qual si mettemmo a riposare, ringraziando il Signor Dio ch'al natural sito nostro n'avea condotti, e campati dal soffocarsi nel mare. Costretti poi dalla fame, rivedemmo quello che ne fosse rimasto della mesa nostra, né altro ritrovammo che in fondo d'un sacco molte fregole di biscotto, messedate con sterchi di ratti, un persutto e un pezzo piccolo di formaggio: le qual cose, riscaldandole ad un piccolo fuoco che noi femmo di costrati della barca, ci restaurammo alquanto dalla fame.
E conosciuto poi con certezza quello esser scoglio deserto, deliberammo di partirci il secondo giorno, empiendo cinque nostre barile d'acqua ch'usciva dalla neve. Fattosi il dí sequente entrammo nella barca, per veder di trovar qualche altro luoco abitato, a ventura e non per alcuna certezza che sapessimo dove andar. Ma cosí tosto come vi montammo dentro, entrando l'acqua del mare per le commissure, perochè non era stata ben ligata la precedente lunghissima notte, e sbattuta su le pietre e in diverse parti apritasi, andò a piombo a fondo, e noi tutti bagnati ci sforzammo di ritornar a terra. Or, vedendoci rimaner in tal deserto luoco tutto coperto di neve, soprapresi da grande tristizia, ma non già comparabile alla precedente (dico quando ci vedemmo nella piccola barca su l'alto mare), stimavamo che per alcun giorno ne fusse prolungata la morte, ma non perdonata: e ch'altro ci dovevamo imaginare, vedendoci debolissimi, in uno scoglio della detta condizione, senza coperto alcuno e senza vettovaglia da mangiare? Pur, inspirati dal nostro unico Benefattor, provedemmo a duoi estremi e deboli remedii: l'uno di fabricar duoi coperti con li remi, duoi gabbanetti e vela; l'altra di tagliar le corbe e maieri della barca, e far fuoco e riscaldarci. Poi per unico cibo ricorrevamo al lito del mare, raccogliendo buovoli e pantalene, delle quali poca quantità si trovava: con quelli si mitigava alquanto la nostra rabbiosa fame.
Eramo tredici sotto un coperto e tre sotto un altro, giacendo parte sopra la neve e parte sedendo; ci scaldavamo ad assai debole e fumoso fuoco, perochè dalla pegola bagnata procedeva tanto fumo dai detti legni ch'appena lo potevamo tolerare, e gli occhi nostri e il volto s'enfiorono di sorte che dubitassimo di perder la vista. Ma peggio che noi eravamo carghi e pieni di vermenezzo di pedocchi, ch'a pugnate li gettavamo nel fuoco, e tra gli altri sopra il collo d'uno mio scrivanello ne viddi tanti che gli avevano rosa la carne fino alli nervi, e stimo che fossero potissima cagione della sua morte. Essendo in tale misero stato tre degl'infortunati compagni, di nazion spagnuola, uomini robusti e ben formati, spirorono di questa vita, credo per il bere dell'acqua del mare. E per esser noi tredici che eravamo rimasi deboli e impotenti, non li potevamo rimover dal fuoco, sí che tre giorni e notti vi stettero: pur con difficultà li mettemmo fuori del coperto nostro, il quale poco ne difendeva.
In capo di undici giorni, andando il mio servitor a raccoglier delle pantalene, perchè altro non era il cibo nostro, avenne che nell'estrema parte del scoglio trovò una casetta fatta di legnami al lor modo, e intorno di quella e dentro vi era sterco di bove, sí che chiaro si conosceva da nuovo esservi stati animali di quella sorte, e che gente umana vi praticasse: la qual cosa ne dette non poca speranza, per il che terminammo d'andarvi per trovar riparo e coperto. Ma tre della compagnia erano tanto estenuati e appresso al morire che non si poteron partire, onde noi dieci, fatti fasci di legni della nostra barchetta, e io con una mia anconetta d'un Crocifisso, che mai non mi abbandonò né io lui, ce n'andammo verso la detta casa: e per la molta neve io, che piú debole ero degli altri, molto m'affannai a giugnervi, benchè non fosse oltra ch'un miglio e mezo discosta dal primo luogo. Dentro la qual arrivati ne parve aver trovato grande rimedio, perciochè ne riparava dal vento e dalla neve, e fatta netta meglio che fu possibile ci ponemmo a giacere, ragionando fra noi ch'alcun luoco abitato dovesse esser qui propinquo, ma che solamente nella state dovevano venir a questo luoco a veder i suoi animali, perchè già per la freschezza del sterco di buoi conoscevamo esservi stati animali. E ancor che la ragion e necessità ne suadesse che dovessemo andar cercando quelli, nondimeno per l'estrema debolezza nostra non era possibile ch'alcun potesse ascender il monte vicino. E cosí dimorando, sospinti dalla fame andavasi per il lito del mar, propinquo un trar di pietra, cercando il cibo nostro consueto, cioè pantalene e buovoli marini.
L'andata nostra in questa casa fu un giovedí; sopragiunse il sabbato, che fu giorno a noi salutifero perchè, essendo andati tutti eccetto io per pantalene, avenne ch'uno della misera compagnia trovò un pesce di mirabil grandezza morto sopra il lito del mare, che poteva pesare da lire 200 e pareva esser morto da fresco: in che modo li fosse stato buttato noi non lo sappiamo, ma ben debbiamo credere che 'l misericordioso Dio per salvarne cosí permettesse. Colui che 'l trovò cominciò a chiamare i suoi compagni, nunziandoli la grazia sopravenutali, e diviso in piú pezzi lo portorono alla casetta, dov'io avea acceso un debil fuoco. Considerate ch'allegrezza fu la nostra. E immediate ci mettemmo a cuocerne parte, qual si poneva in la caldara che ci trovavamo, e parte su le deboli brace, sí che al sentimento dell'odor suo alcuni di compagni sopravenendo, con stupore ch'avessero sentito tal inconsueto odore, per la fame grande non potendo aspettare che fusse del tutto cotto, lo cominciammo a mangiare, e per giorni quattro senza regola alcuna ce ne saziammo. Poi, vedendolo mancare, fu ricordato ch'a misura da lí avanti fusse distribuito.
Ma non è da lasciare adietro una particella necessaria: dico che de' tre de' nostri compagni che da prima erano restati adietro, vedendo che noi eravamo partiti, un di loro ricercandone venne a trovarne il dí sequente che trovammo il pesce. E vistolo entrare, fra noi fu uno di tanta malignità che dava per consiglio ch'al detto non se ne dovesse lassar gustare, anzi egli voleva violentemente obviarli, ma io, con parole convenienti persuadendo il contrario, indussi tutti a fargliene parte: il qual restò quella notte con noi, poi l'altro giorno andò agli altri dua suoi compagni e invitogli alla grazia mandatane da Dio, e cosí vennero a reficiarsi.
E con la regola posta com'ho detto dopo giorni quattro, il detto pesce ne durò giorni dieci, porgendone non solamente sodisfazione alla fame, ma vigore alla indebolita natura. E di piú, quanto durò il detto pesce, tanto fu tempo fortunato, e cosí impetuoso che per niun modo averiamo potuto aver ricorso alle solite pantalene, sí che chiaramente comprendemmo che Dio per salvarne ne l'aveva mandato. Consumato il pesce, ritornammo all'opera e guadagno solito di trovar da saziarci di pantalene, cibo di poco nutrimento.
Or qui si dirà come miracolosamente piacque al Salvator nostro di cavarne di tanti guai e disperazione; e fu in questo modo, che ritrovandosi a miglia otto prossimo uno scoglio abitato da pescatori, nel qual ve n'era uno ch'aveva duoi figliuoli, e nel detto disabitato luoco dove noi ci trovavamo aveva in pascolo, serrati in una casetta sopra 'l monte, alcuni suoi animali, ad uno delli detti figliuoli venne in visione come i prefati animali s'erano derupati dalla parte dove noi ci ritrovavamo, e narrata al padre questa cosa, egli deliberò di venirsene insieme con detti suoi figliuoli in una sua barchetta a vedere ciò che fusse. E cosí all'alba vennero al lito prossimo dell'abitazion nostra, e discesero i duoi figliuoli, rimanendo il padre al governo della barca; e vedendo fumar la casa dove eravamo, verso quella drizzorono i passi, ragionando insieme che volesse dir questo fumo nella casa disabitata, perchè non potevano pensar che a questo luoco vi potesse capitar gente da parte alcuna. Ma per aventura la voce umana prima pervenne all'orecchie d'un mio compagno, nominato Cristoforo Fioravante, qual disse con ammirazione: "Non udite voi voci umane?" Rispose il nocchier nostro: "Sono questi maledetti corbi, ch'aspettano la fin nostra per divorarne, com'hanno fatto degli altri corpi di nostri compagni". Ma, piú approssimandosi i predetti, a tutti fu chiaro la voce esser umana, onde n'andammo verso l'uscio con imaginazione di qualche inopinata speranza. E vedendo noi costoro, i cuori nostri s'empierono d'inestimabil conforto, ma essi, che ci viddero in tanto numero di persone incognite, rimasero per buon spazio spaventati e muti. Ma poi che da noi con li gesti e con la voce furono certificati ch'eravamo persone pericolate e bisognose d'aiuto, cominciorono a parlarne, nominando il suo scoglio e assai altre cose: ma nulla per noi era inteso. Duoi della nostra compagnia, sperando di trovar qualche cibo, se n'andorono verso la barca, ma niente vi trovorono; e venuti a noi estimassemo che detta barca fosse di luoco abitato prossimo, e però non aveano portato seco da mangiare. Qui terminammo che duoi di noi andassero con detta barca, perchè di piú non era capace; e quantunque ad alcuni paresse bene si dovesse ritener uno de' detti paesani, con dir che saressimo con piú prestezza aiutati, nel vero né a me né agli altri parve d'acconsentirli, per non sdegnar gli animi d'alcuni di loro, dai quali aspettavamo qualche grazia e rifugio. E cosí li nostri duoi andorono in detta barca, e con atti cercavano di farli intendere il bisogno nostro, perchè con parole niuna delle parti si poteva intendere.
E partironsi un giorno di venerdí, rimanendo noi in grande speranza e aspettando che 'l giorno sequente venisseno per noi. Accadette che non apparve né messo né ambasciata, onde la notte del sabbato venendo la domenica dimorammo in grandi sospiri e fastidiosi pensieri, estimando che, per esser la barchetta di piccola portata e troppo caricata, per il cammin si fosse roversciata. Ma la causa dell'indugio processe perchè gli abitatori del scoglio, essendo alle lor pescagioni, non poterono aver notizia del caso e bisogno nostro. Ma sopravenuta la domenica, all'ora della messa, il suo capellano, ch'era todesco, il quale avea parlato con uno delli duoi ch'andorono, il quale era fiammengo, compita la messa fece intendere a tutti il caso, la condizione e nazion nostra, mostrandoli i nostri compagni: e commossi a pietà tutti lagrimorono, e beato colui che prima poté mettersi in via con le loro barchette portando di lor cibi per trovarne, sí che la detta dominica, giorno di somma venerazione e a noi salutifero, barche sei, qual prima e qual ultima, vennero per noi, portandone copia de' suoi cibi. E chi potria stimare quanta e qual fosse l'allegrezza nostra, vedendoci visitar con tant'amore e carità?
Venne con loro il frate suo cappellano, dell'ordine di San Dominico, e con parlar latino dimandò qual fra noi era il padrone: a cui respondendo mi dimostrai per esso. E lui, poi che m'ebbe dato da mangiare de' suoi pani di segala, che mi parveno manna, e da bere della cervosa, mi prese per mano, dicendo ch'io menassi duoi con me: onde elessi uno Francesco Quirini candiotto e Cristoforo Fioravante veneziano, e insieme seguitammo il detto frate. Entrati in barca del principal di detto scoglio, fummo condotti in quello e menati all'abitazione del detto, che pur era pescatore, per un suo figliuolo, per la mano sempre, per esser io tanto debole che non potevo camminare. Entrati nella casa ne venne incontra la madonna con una sua fantesca, e io, ricordandomi del modo che sogliono far alcune schiave grezze quando riconoscono qual sono le sue madonne, mi gettai a terra per volerli baciar il piede: ma lei non volse, perchè commossa a pietà mi condusse al fuoco e porsemi un scodellotto di buona latte. E successivamente ebbi buona compagnia e fui piú degli altri ben visto. È vero ch'io non mi sdegnai, in tre mesi e mezo che vi stemmo, di porgerli aiuto ne' lor bisogni: né alcuna cosa è piú necessaria a chi va per il mondo che umiliarsi nella mente e opere sue.
Gli altri compagni, ch'eran per numero otto, furono condotti e divisi fra lor case. Fu arricordato di duoi ch'erano rimasi nel primo nostro alloggiamento, uno de' quai moritte, l'altro era in estremo, e subito gionto a noi passò di questa vita: e a lui con gli altri morti nel primo scoglio fu data la debita sepoltura, benchè per li corbi la carne d'alcuni fosse devorata. Noi altri fummo raccolti e governati secondo il suo potere con gran carità. Erano in detto scoglio abitato d'anime 120, e alla Pasqua 72 si communicorono come catolici fidelissimi e devoti. Non d'altro mantengono la lor vita che del pescare, perochè in quella estrema regione non vi nasce alcun frutto. Tre mesi dell'anno, cioè giugno, luglio e agosto, sempre è giorno né mai tramonta il sole, e ne' mesi oppositi sempre è quasi notte, e sempre hanno la luminaria della luna. Prendono fra l'anno innumerabili quantità di pesci, e solamente di due specie: l'una, ch'è in maggior anzi incomparabil quantità, sono chiamati stocfisi; l'altra sono passare, ma di mirabile grandezza, dico di peso di libre dugento a grosso l'una. I stocfisi seccano al vento e al sole senza sale, e perchè sono pesci di poca umidità grassa, diventano duri come legno. Quando si vogliono mangiare li battono col roverso della mannara, che gli fa diventar sfilati come nervi, poi compongono butiro e specie per darli sapore: ed è grande e inestimabil mercanzia per quel mare d'Alemagna. Le passare, per esser grandissime, partite in pezzi le salano, e cosí sono buone. E poi nel mese di maggio si partono di quel scoglio con una sua grapparia grandetta, di botte 50, e cargato detto pesce conduconlo in una terra di Norvegia, per miglia oltra mille, chiamata Berge, dove a quella muda di molte parti vengono navi di portata di botte 300 e 350, cariche di tutte le cose che nascono in Alemagna, Inghilterra, Scoccia e Prusia, dico necessarie al vivere e vestire. E quelli che conducono detto pesce (ch'innumerabil sono le grapparie) lo barattano in cose a lor necessarie, perchè com'ho detto niente vi nasce dov'è la lor abitazione; né hanno né maneggiano moneta alcuna, sí che fatti i suoi baratti se ne tornano adrieto, sempre resalvandosi luoco da poter tor delle legne da brucciare per tutto l'anno e altri suoi bisogni.
Questi di detti scogli sono uomini purissimi e di bello aspetto, e cosí le donne sue, e tanta è la loro semplicità che non curano di chiuder alcuna sua roba, né ancor delle donne loro hanno riguardo: e questo chiaramente comprendemmo perchè nelle camere medeme dove dormivano mariti e moglie e le loro figliuole alloggiavamo ancora noi, e nel conspetto nostro nudissime si spogliavano quando volevano andar in letto; e avendo per costume di stufarsi il giovedí, si spogliavano a casa e nudissime per il trar d'un balestro andavano a trovar la stufa, mescolandosi con gl'uomini. Sono (com'io predissi) devotissimi cristiani: non perderiano la festa di veder messa, e quando sono in chiesa sempre stanno in orazione inginocchiati; mai non mormorano né bestemmiano santi, non nominano il demonio. Quando muore alcun loro congiunto, le mogli per li mariti il giorno della sepoltura fanno un gran convito a tutt'i vicini, quali apparecchiansi secondo il lor costume e potere con suntuose e ricche veste. La moglie del morto suo si veste de piú belle e care veste che l'abbia, e serve delle brutte a' convitati, e ricordagli spesso che facciano allegrezza per la requie del defunto. Digiunano continuamente li giorni comandati, e quante feste che vengono all'anno con cristianissima fede l'hanno in venerazione. Le loro abitazioni sono composte di legnami in forma tonda. Usano solo un luminale dritto in mezo del colmo, e l'inverno, per esservi insupportabili freddi, lo tengono coperto con scorze di pesci grandissimi, qual sanno preparar in tal modo che rendono gran lustro. Usano panni di lana grossi di Londra e d'altri luoghi, e non usano pelle se non poche. E per conformarsi con la region fredda, e per esser piú atti al tolerare, nate che sono le lor creature, come hanno quattro giorni le pongono nude sotto il luminale, quello scoprendo acciò la neve li caschi adosso: imperochè per tutto l'inverno, dalli 5 di febraro fino alli 14 di maggio, che fu la nostra dimora, sempre quasi ci nevicava. Quelle creature che scapolano la pueril etade tanto sono cotti e assueti al freddo che grandi poco, anzi nulla lo stimano. Considerisi come noi altri, mal vestiti e non usi a cosí fatta regione, dovevamo comportarci, massime le feste, che andavamo alla chiesa distante da mezo miglio: pur, con l'aiuto del Redentor nostro, il tutto tolerammo nel detto scoglio.
Alla stagione della primavera capitavano innumerabili oche salvatiche, e annidavansi per lo scoglio e piú appresso i pareti delle case; e tanto erano domestiche, per non esserli fatto alcun spavento, che le madonne delle case andavano al covo, e l'oca, levandosi con lento passo, dava commodità che gli fusser tolte l'uova piú e meno come pareva a quelle donne: e ne facevano frittaglie per nostro uso. E come de lí se rimoveva, l'oca ritornava al nido e ponevasi a covare, né per alcun modo ricevevano altro spavento. A noi pareva cosa stupenda, con altre assai che saria lungo narrarle.
Questo scoglio era distante inver ponente dal capo di Norvega, luogo forian ed estremo, perchè è chiamato in suo lenguaggio Culo mundi, da miglia 70, e basso in acqua e piano, eccetto alcune mote dove sono fabricate le sue casette. Sono appresso quello alcuni altri scogli, quali abitati e quali no, piccoli e mezzani; e questo era da miglia tre per circuito. Nel tempo che vi dimorammo fummo umanamente trattati, secondo il lor potere, mangiando inestimabilmente per duoi mesi di lungo di quelle sue vivande, cioè butiro, pesce, e alcuna volta della carne: né mai ci potevamo saziare, e veramente, se i detti cibi non fussero stati di natura lubrici, noi eravamo morti dal soverchio mangiare. La medicina nostra era latte di fresco munta, perchè ognuno di quei capi di famiglia aveva chi quattro e chi sei vacchette a sostentamento della sua brigata.
Venuto il tempo di maggio, all'uscita del quale sogliono condur il pesce loro nell'antedetto luoco di Berge, si preparorono con quello di condur ancora noi. Ma prima alcuni giorni, pervenuto a notizia di una donna, moglie del principal rettore di tutti gli scogli, il quale da quelle parti era absente, del capitar nostro in quel luogo, mandò un suo cappellano con la sua barca, che vogava a remi 12, e a me come principale portò in nome di detta donna pesci 60 stocfisi indurati al vento, e pani tre grandi rotondi a nostro modo di segala e una fugaccia, dicendo che la causa della venuta era perchè, avendo inteso detta madonna noi esser stati mal trattati da quelli dove ci ritrovavamo alloggiati, che largamente dicessimo in che cosa ne fosse stato fatto alcun torto, perchè del tutto ne farebbe restaurare, comandando a quelli del scoglio che ne facessero buona compagnia e ne conducessino a Berge. Noi, ringraziandola, escusammo l'innocenzia de' nostri ospiti, laudando il suo buon portamento; e trovandomi una corda di paternostri di ambra, che ebbi a San Iacomo di Galizia, la mandai a detta madonna, acciò pregasse Iddio per il nostro repatriare.
Approssimandosi il tempo del partir nostro, per indicio del lor cappellano, perchè era frate predicatore alemano, fummo constretti a pagar cadauno di noi a ragion di due corone al mese, cioè corone sette per uno: e non avendo danari a bastanza, ebbero del nostro tazze sei d'argento, pironi sei e cucchiari sei, la maggior parte delle qual cose pervenne in mano del malvagio frate, forse che non se ne fece conscienzia, parendoli meritare per la sua turcimania, e acciochè nulla ne rimanesse delle robe del sfortunato viaggio. Nel giorno della partenza nostra universalmente da tutti fummo presentati del lor pesce, e al prender licenzia le donne e fanciulli lagrimavano, e noi con loro, venendo il frate con noi per visitar il suo arcivescovo e portarli dell'acquistate robe la parte sua.
Partimoci alla stagione che già era tanto cresciuto il giorno che navigando alla fine di maggio vedemmo per ore 48 il corpo solare, ma andando alla via di mezogiorno e allontanandoci dalla settentrional regione perdevamo per poco spazio il veder di raggi del sole, perchè, ancor che si smarrisse, rimaneva però chiaro il giorno, apparendo in spazio d'un'ora il sole. Ma, come n'affermavano quelli del scoglio della salute nostra (dico del scoglio abitato), per mesi tre dell'anno sempre veggono il corpo solare, com'ho detto per avanti. Onde, navigando noi per molti scogli e sempre per canali alla via di mezogiorno, udivamo grandi strepiti di coccali e altri uccelli marini, ch'avevano i lor nidi per li detti scogli; ma, come veniva il punto di dover dormire, tutti rimanevano in silenzio, e a noi si manifestava il tempo del riposo, ancor che fosse giorno, e allora si mettevamo ancor noi a dormire. Cosí scorrendo per giorni 15 col vento quasi in poppa, di continuo al dretto di monteselli fatti a posta in su le ponte di detti scogli, che n'insegnavano la via netta e profonda, e trovavamo che molti delli detti erano abitati, e venivamo da quelle genti raccolti con pietà, e fatto che gli avea il frate a sapere della condizion nostra, ne porgevan di lor cibi, cioè latte, pesce e simil cose, senza pagamento alcuno.
Avenne che per il cammino s'incontrammo in quello arcivescovo che 'l frate andava a visitare, qual era superiore di tutti quei luoghi e scogli, nominato archiepiscopus Trundunensis, con due suoi belingieri che venivan remorciati: e la sua compagnia era da persone oltra ducento. Li fummo appresentati, e inteso ch'ebbe i casi nostri, condizion e nazione, molto si condolse; offerendoci a noi, scrisse una lettera al luoco della sua sedia, chiamato Trondon, dove è il corpo di s. Olavo, qual fu re di Norvega, perchè ivi dovevamo capitare, per la qual avemmo buona raccoglienza; a me fu donato un cavallo. Dopo molti parlamenti pur del naufragio nostro ci partimmo per seguir il viaggio.
Giunti in Trondon, intendendo il patron nostro che si faceva guerra fra Alemani e il suo signore re di Norvega, deliberò di non andar piú oltra, sí che ne messe in un scoglio appresso Trondon abitato, raccomandandone agli abitatori di quello, e lui ritornò adietro. Il dí sequente, che fu il dí venerandissimo dell'Ascensione del nostro Signore, fummo condotti in detto luogo e menati ad uno ornatissimo tempio di S. Olavo, dov'era il rettor con tutti gli abitatori, e quivi stemmo alla messa. Finito l'officio fummo presentati al detto rettore, facendoli intendere con cui eravamo lí capitati: con maraviglia e pietà m'interrogò s'io sapevo parlar latino; li dissi di sí. Prima convitatone tutti ch'andassimo a disinar con lui ne l'ora che manderia per noi, ne fece ritornar in chiesa, dove dimorammo per poco spacio; poi venne un canonico, col qual andai ragionando della condizion e stato nostro, che stupido il faceva rimanere. Giunti a casa del detto rettor, trovammo che l'avea convitati molti del luoco, insieme con altri chierici paesani: e quivi umanissimamente ne ricevette, facendone un convito di piú vivande a lor modo, benchè attendessino li paesani ch'erano lí presenti piú al mirarne e interrogarne che al mangiare. Funne dipoi provisto d'alloggiamento per dormire, ma di continuo dal detto rettore e altri canonici avessimo il mangiare copiosamente.
Io, che ad altro non pensavo che di venir a casa, il giorno seguente dimandai consiglio e aiuto come dovessimo far per addrizzarci verso l'Alemagna over Inghilterra, perchè secondo che meglio a lor paresse cosí eravamo per fare. Dopo molte parole fu concluso che per piú sicurtà della guerra e per non passar tanto mare, e per aver soccorso e aiuto alle nostre miserie, che dovessimo andar a trovar uno messer Zuan Franco, cavaliere fatto per il re di Dacia, della nostra nazione, il qual abitava in uno suo castello nel regno di Svezia distante per giorni cinquanta. Onde dopo giorni otto dal giunger nostro al Trondon ci partimo, dandone una guida il rettore con duoi cavalli; e all'incontro di miei pesci ch'io li donai, e uno sigillo e centura d'argento, mi dette spironi, stivali, capello e una manaretta ad onor di s. Olavo, che l'aveva per sua divisa sopra la sua arma, bolze di cuoio, alcune renghe e pan, con fiorini quattro di Rens. Oltre di ciò avemmo per parte del reverendo arcivescovo un altro cavallo, sí che ci mettemmo a cammino persone dodici con la guida e cavalli tre, e giorni 53 camminammo verso levante sempre, e di continuo avendo giorno, capitando quando in cattivo e quando in peggior alloggiamento, bramosi massimamente di pane. E in piú luoghi macinavano nel pistrino scorzi d'arbori tagliati a sonde a modo di zucche, e componendoli con latte e butiro facevano come fugaccine, quali usavano in luoco di pane; e ne davano latte, butiro e formazo, e da bere l'acqua del latte agro. Pur trascorrevamo il cammino, e alcuna volta c'imbattevamo in migliore alloggiamento, trovando cervosa, carne e altre cose necessarie. D'una cosa trovammo copia, cioè di caritativi e amorevol ricetti, sí che in ogni luogo fummo ben visti.
Per il reame di Norvega sono rarissime abitazioni, e molte volte capitavamo all'ora del suo dormire: benchè non fosse notte, pur era il tempo della notte. La guida nostra, che sapeva il modo e il lor costume, apriva l'uscio dell'ostaria, e trovavamo la mensa con le sedie a torno, fornita di cussini di cuoio con buona piuma, che serviva in luogo di stramazzo, e trovando tutto aperto ci prendevamo da mangiare di quello che vi era, poi ci mettevamo a posare. E molte volte intravenne che i padroni delle case venivano a riguardarne quando dormivamo, e rimanevano con stupore. Sentendoli poi la guida, parlando con loro li faceva intendere la nazione e casi nostri, e commovevansi a pietà e maraviglia, e ne portavano da mangiare senz'alcun pagamento, sí che persone dodici e tre cavalli furon nutriti per tutto il cammino di giornate cinquantatre con l'amontar di fiorini quattro che a Trondon ne furon donati. In questo cammino ritrovammo monti e valli aridissime e spaventose. Il forzo degli animali, come caprioli e uccelli, cioè francolini e pernici, erano bianchissimi quanto la neve, fagiani grandissimi quanto oche. Vedemmo nella chiesa di S. Olavo, a piè della sedia metropolitana, una pelle d'orso bianchissima, di lunghezza di piedi quattordici e mezo. Altri uccelli, zirifalchi, astori, falconi di piú sorti, sono bianchi oltra il natural suo, e questo per il grandissimo freddo di quella regione. Per tal cammino, già dismentichevoli di nostri infortunii e allegri, ci appropinquammo quattro giornate appresso a Stichimborgo, castello dov'era il prenominato messer Zuan Franco. Ma prima capitammo in un luoco nominato Vastena, nel qual nacque s. Brigida, la quale constituí una regola di donne e cappellani d'osservanza devotissima: e a suo onore nel detto luoco li reali e principi di ponente fecero fabricare una nobilissima e stupenda chiesa, nella quale numerai altari 62, e la copertura di quella era tutta fatta di rame. Quivi sono donne monache devotissime, con lor cappellani osservanti di detta regola. Nel detto monasterio fummo raccolti come forestieri e bisognosi, perchè è ricco e abondante, e per uso pio danno rifugio a' poveri: e cosí ancora noi dettero da vivere abondantemente. Due giorni dipoi ci aviammo per ritrovar il compatriota nostro messer Zuan Franco, dove giugnemmo in spazio di quattro giorni: e quanto a noi fusse di conforto a vederlo niuno è che considerar lo potesse. Né men fu allegro il detto messer Zuanne a vederne, il qual si dimostrò molto cortese e pietoso verso di noi, poi che per relazion nostra ebbe notizia di casi e naufragii nostri, e pose tanta diligenzia e fervore in racconfortarne e darne aiuto che piú dir né stimar si potrebbe, perchè era per costume e per natura cortesissimo e liberalissimo. Dico che per giorni 15 che dimorammo con lui ognuno cercava di ben trattarne con opere e con parole, in modo che nelle nostre proprie case non aressimo potuto aver meglio i nostri commodi.
Approssimandosi il tempo che per devozione di certa indulgenzia alla chiesa di S. Brigida già nominata in Vastena innumerabili cristiani e di lontane provincie sogliono andare, il valoroso messer Zuane a nostro conforto e instruzione disse ch'avea deliberato di voler andar e menar ancor noi al detto perdono, non solamente acciò pigliassimo l'indulgenzia, la quale era grande, ma per veder il concorso di tante devote persone, e per aver notizia se in alcuna parte maritima si trovavano navilii ch'andasseno verso Alemagna o Inghilterra, luoghi dove per necessità del nostro repatriare ne conveniva capitare. E cosí avenne che al tempo debito con lui andammo, accompagnati dalla sua famiglia, che passava cavalli cento benissimo in punto, e partimmo andando ogni giorno in commodissimi alloggiamenti de' luoghi sottoposti al detto messer Zuane. Durò l'andata nostra 5 giornate, e veramente, cosí nel suo castello come ne' suoi villaggi del cammino, fummo magnificamente e splendidamente trattati. Giunti in Vastena la vigilia del perdono, trovammo nel vero un concorso d'innumerabili persone di diverse nazioni: molti cavalieri con le loro famiglie passati di Dacia, luoghi distanti oltra miglia 600; altri d'Alemagna, d'Olanda, Scocia, che son oltra il mare; similmente di Norvegia, Svezia, assai genti venute per terra. Quivi intendemmo che in Lodese, luoco maritimo distante a giornate otto, si trovavano due navi, una per Alemagna, cioè per Rostoch, l'altra per l'isola d'Inghilterra: della qual cosa fummo molto contenti e allegri. Sí che, restati fin il dí sequente della festa, che fu il primo d'agosto, devotamente ricevemmo il perdono; tolta poi adí 3 del detto licenza dal prefato magnifico cavalier, qual n'abbracciò tutti con tante dolci e amorevol parole che tutti piangevamo, ne consegnò ad un suo figliuolo nominato Mafio, giovane molto costumato e amorevole, comandandoli che ne conducesse a Lodese. E vedendomi alterato alquanto di febre, mi volse quel valorosissimo cavalier per piú mia commodità dar un suo cavallo portante notabilissimo, e di andar tanto soave che non viddi mai il simile: e ben mi fu necessario per l'augumento del detto accidente, perchè altramente averia fatto molto male.
Giunti in Lodese alloggiammo in una sua casa propria che aveva quivi con possessioni, sí come anco in Vastena, dove dal figliuolo fummo governati secondo il solito suo e paterno costume, dimorando piú giorni per aspettar la partenza delle dette navi. Pur venne il tempo che quella si partí per Rostoch, luogo d'Alemagna, con la quale se n'andorono Nicolò di Michiel mio scrivano, Cristoforo Fioravante uomo di consiglio e Girardo dal Vin sescalco, rimanendo di noi otto, che poi adí 14 di settembre ci partimmo per Inghilterra, forniti dal prefato Maffio di tutte le cose necessarie. E come piacque alla bontà divina per otto giorni e notti tanto ne fu favorevole e soavissimo il vento che noi passammo in Inghilterra al luogo di Lisla, ch'è nell'estrema parte verso tramontana dell'isola; nel qual luogo il buon parone ne appresentò al suo parzionevole, uomo ricco e da bene, il qual, intese ch'ebbe le condizion nostre, ne raccolse con tanta carità che piú non averebbono potuto far i piú propinqui parenti. Qui dimorammo due giorni e due notti; dipoi con suo favore, dandomi nobeli quattro, ne messe in via d'andar a Londra.
Ma non voglio tacer quel che m'avenne quando io dismontai di nave in terra a Lisla: parendomi esser uscito del profondo dell'inferno, fui ripieno di tanta allegrezza e divozione che per quella notte, ringraziando Dio e per tenerezza lagrimando, mai mi potei addormentare. Partitici da Lisla, andando con un bato su per una fiumara, aggiungemmo a Cambris, terra grande dov'è studio di piú facultà. La domenica, andati alla messa ad un notabile monasterio, mentre udivamo la messa un monaco di detto luoco, dell'ordine di S. Benedetto, mi venne a trovar, parendogli ch'io fussi sopra gli altri, dicendomi in latino che dopo la messa voleva parlarmi. La qual finita che fu, senza dimora venne e menommi solo in una parte remota di detta chiesa, e poi che 'l m'ebbe interrogato della nazion mia e di casi intravenuti, mi porse scudi sedici in mano, dicendo che ancor lui voleva andar al santo Sepolcro, e che capiteria in Venezia e veniria a trovarmi. Accettata la detta elemosina e fattili li debiti ringraziamenti, mi parti' e fui a confortar i miei compagni, alli quali dissi il tutto; e pagata ch'ebbi l'ostaria con questa elemosina, tutti allegri cominciammo di nuovo a ringraziar la divina clemenzia, che pur un giorno, dopo partiti dal scoglio deserto, posto che vi fosse mancamento di danari e di roba, mai non patimmo carestia di mangiare, ma sempre a luoco e tempo la grazia ne era preparata. Speriamo adunque in Dio e facciamo bene, che mai non ne potrà mancare.
Partiti da Cambris il sequente giorno capitammo a Londra, dove poche ore avanti capitò il mio nocchiero con due altri. E datosi a conoscere a quei signori mercatanti della nazion nostra, e dittoli della mia venuta, messer Vettor Cappello con gli altri ne vennero incontro lontan da Londra per piú miglia aspettandomi. E quando a lor fui giunto, quanta e qual fosse l'allegrezza nostra ogni persona discreta lo può comprendere, perciochè, abbracciandomi e con tenerezza lagrimando, parve loro d'aver recuperato il perduto, e a me d'esser resuscitato da morte a vita: e non altrimenti mi condussero e riceverono nelle lor case, con tutti gli altri ch'erano in mia compagnia, che se gli fussimo stati lor proprii e amati fratelli. Il gentilissimo e d'ogni virtú ornatissimo messer Zuan Marcanuova, venendo a mia visitazione, perch'io non potevo andar fuori, similmente mi strinse con grande affetto e amorevolezza, mi abbracciò, poi menò seco i bisognosi nobili nati in Candia che in mia compagnia si ritrovavano, cioè messer Francesco Quirini e messer Piero Gradenico suo nepote: i quali veramente non potevano capitar meglio, perchè si ritrovavano infermi e ruinati della persona in tal modo, per il lungo viaggio, che, se non fosse stata una cosí amorevole e pietosa accoglienza, incorrevano a pericolo di morte. Ad essi adunque in quella casa con ogni diligente studio e carità fu provisto via piú di quello ch'era a bastanza a' suoi casi. Io ancor dove rimasi, che fu la casa del valoroso messer Vettor Cappello, e in compagnia di messer Ieronimo Bragadin, umanissimi e cortesi, ebbi tanto abondantemente i miei commodi che piú desiderar non aria potuto: s'ingegnavano, insieme con gli altri mercanti, con ogni modo e via di confortarmi e aiutarmi, acciò che io potessi riaver la mia salute. O Signor Iddio, quante sono le tue grazie e doni a noi nel tanto travaglio, pericolo e sinistri concessi, che da una estrema miseria e calamità ne reducesti a tanta abondanzia d'ogni bene! Questo io sento col cuore, dicolo con la lingua, e mettolo anco in scrittura.
Dapoi alcuni giorni si volse partir parte di miei compagni, che fu il nocchier Bernardo dai Caglieri e Andrea di Piero da Otranto marinari, per andar a far suoi voti, e io rimasi con Nicolò, fidel famiglio, e Alvise di Nasimben penese in casa di detti signori, e similmente il Quirini e Gradenigo. A quelli che si partissero fu dato danari, per modo che non patirono alcuni incommodi nel cammino.
Dimorammo noi rimasti in Londra circa mesi duoi, contra il voler nostro, sforzandone i nobilissimi e amorevoli mercatanti, perchè a lor pareva che fussimo ancor troppo deboli e non ben fortificati. Fummo dapoi tutti vestiti e messi in punto secondo il grado nostro, e volendo che io con gli altri riconoscessi in dono vestimenti e danari datine per le cavalcature e viaggio, io ringraziandoli non volsi per modo alcuno, assegnandogli la ragione. Li pregai bene che in luoco nostro avessero per raccomandati gli altri compagni, come bisognosi. E venuto che fu il tempo della partenza nostra da Londra, avendone provisto di cavalcature e guida, mi aviai insieme col nobile messer Ieronimo Bragadin, uno di nostri benefattori, e passato il mare si separorono dapoi dalla mia compagnia alcuni marinari per andar a' suoi voti, e messer Francesco Quirini, Piero Gradenigo, nobili candiotti, quali fecero altra via incognitamente. Loro e noi trascorremmo l'Alemagna, andando messer Ieronimo e io per la via di Basilea, e in giorni 24 giugnemmo al desiderato porto della patria nostra dell'alma città di Venezia, dove fu consumata e approvata l'esaudizione fattami per il misericordioso Iddio, intercedendo il glorioso santo Agostino, la cui orazione per giorni quaranta avevo devotamente a ginocchi nudi detta avanti il Crocifisso, con ferma speranza e fede d'esser esaudito, la qual comincia: "O dulcissime Iesu Christe Deus verus, etc.". E la mia dimanda conteneva che 'l Signor Dio mi concedesse grazia di ritornar a casa sano e ritrovar i miei vivi in simile stato: e cosí m'avenne, sí che laude e gloria incessabilmente sia riferita al Signore in secula seculorum. Amen.

Il fine del viaggio e naufragio del magnifico messer Pietro Quirino.


Naufragio del sopradetto messer Piero Quirini descritto per Cristoforo Fioravante e Niccolò di Michiel, che vi si trovarono presenti.

Ancora che per infiniti esempi, sí antichi come moderni, ogn'ora siamo esortati, nella misera e travagliata vita di noi marinari, che dobbiamo sempre aver la mente e animo drizzato al nostro Signor messer Iesú Cristo e in quello metter ogni speranza; vedendosi nondimeno che per esser mal allevati e nodriti, o per natural inclinazion che abbiamo sempre al male, le dette esortazioni poco giovarne, acciochè con la viva voce e testimonio proprio vediamo di commover questi animi indurati e poco devoti, n'ha parso esser conveniente officio di far memoria e non lassar andar i