Giovanni Battista Ramusio
NAVIGAZIONI ET VIAGGI
Volume primo
Tommaso Giunti alli lettori
Io non credo che da molti anni in qua sia stata persona alcuna che meriti d'esser piú lodata e celebrata di quel che fu la buona memoria di M. Gio. Bat. Ramusio, perché, lasciando noi stare da parte cb'egli fosse pieno di lettere, e costumato quanto altro io conoscesse giamai, e d'una singolar bontà per la quale era sommamente amato in questa città e da tutti gli uomini di giudicio, fu ancora di cosí nobile e singolar intelletto che, mosso dal desiderio solamente di giovare alla posterità col darle notizia di tanti e sí lontani paesi e in gran parte non conosciuti mai dagl'antichi, raccolse da diverse parti tre bellissimi volumi, con incredibile díligenzia e con somma accortezza, i quali col suo indrizzo e governo furono da noi publicati col mezzo delle stampe nostre. E ben poteva egli ciò fare molto compíutamente, essendo tanto oltra nelle scienzie e nella cognizione ch'aveva della lingua greca e latina quanto fosse alcuno altro, e intendente anco della geografia, la cui notizia s'aveva esso acquistata parte dal continuo e diligente studio che egli poneva nel leggere i buoni autori che ne hanno trattato e parte dallo avere nella sua giovinezza praticato molt'anni in diversi paesi e provincie, mandatovi per onorati servizii di questa eccellentiss. Republica; dove gli avenne che fece medesimamente acquisto della lingua francese e della spagnuola, avendole cosí ben familiari come la sua propria natia, ed essene servito nel tradurre molte relazioni stampate in questo e negli altri volumi. Le quali fatiche cosí giudiziose e onorate se non usciron fuori la prima volta sotto il suo nome, avenne per la sua singolar e infinita modestia, che in ciascuna sua azione continuamente era solito d'usare, di modo che vivendo non comportò mai che vi fusse posto, come uomo ch'era lontano da ogni ambizione e aveva l'animo indrizzato solamente a giovare altrui.
Ma io, che mentre egli visse l'amai infinitamente sopra ciascuno altro e morto l'amerò infino che durerà la vita mia, sí come ho desiderato, cosí anco son tenuto a far tutte quelle cose le quali io stimi che sieno per acquistargli alcuna fama, non posso e non debbo in queste sue utili e onorate fatiche ormai tener piú celato il nome suo, del quale ora vederete ornati questi volumi. Da' quali si può avere piena e vera notizia, oltra le cose dell'Africa e del paese del Prete Ianni e delle Indie Orientali, delle parti anco del mondo che sono verso levante e greco tramontana fin sotto il nostro polo, e di quelle verso ponente a' nostri tempi da Spagnuoli e Francesi ritrovate, le quali non furono giamai in tanto spazio de secoli né sapute né conosciute dagli antichi: onde si può chiaramente comprendere che d'ogni intorno questo globo della terra è maravigliosamente abitato, né vi è parte alcuna vacua, ne per caldo o gíelo priva d'abitatori.
E veramente che noi possiamo dire che la sua morte è stata cagione agli uomini intendenti di gran perdita, attento cb'egli aveva in animo di produr tuttavia in questa materia cose utili e giovevoli a' begli intelletti, percioché, ancora che per i suoi molti meriti con questa Republica fusse, come uomo eccellente, stato eletto Segretario del Consiglio illustrissimo de' Signor Dieci, nel quale ufficio molti anni con beneficio publico s'esercitò in cose gravissime e importanti, pure, rubbando talora il tempo al tempo medesimo, dispensava sempre qualche ora a pro di coloro che, essendo prodi uomini, desiderano di sapere quelle cose ch'essi non sanno. Cosí Iddio n'avesse concesso grazia che vivendo lui fosse stata scoperta e pienamente conosciuta quella parte ch'è verso mezodí sotto il polo antartico, che egli averia fatto ogni opera di averne le relazioni e li viaggi per potere un giorno dar fuori anco il quarto volume, talché non avesse fatto piú di bisogno leggere né Tolomeo né Strabone ne Plinio né alcun altro degli antichi scrittori intorno alle cose di geografia.
Ora non resta dirvi altro se non che voi lodiate la diligenzia e fatica di questo uomo raro, dandogli quell'onore e lode che se gli deve, poi che con tanto vostro piacere e sodisfazione vi ha dato col suo sapere cosí grande e cosí chiaro lume nelle cose della geografia. E noi, dal lato nostro, vi promettiamo di non mancar mai in tutte quelle cose che noi conosceremo che v'abbiano da portare e diletto e giovamento, secondo il desiderio nostro, conosciuto oggimai da gran parte del mondo.
Della descrizione dell'Africa e delle cose
notabili che quivi sono per Giovani Lioni Africano
PRIMA PARTE
Africa onde detta.
L'Africa nella lingua arabica è appellata Ifrichia, da faraca, verbo che nella favella degli Arabi suona quanto nella italiana "divide", e perché ella sia cosí detta sono due opinioni. L'una delle quali è percioché questa parte della terra è separata dalla Europa per il mar Mediterraneo e dall'Asia per il fiume del Nilo; l'altra è che questo tal nome sie derivato da Ifrico, re dell'Arabia Felice, il quale fu il primo che venisse ad abitarla. Costui, rotto in battaglia e scacciato dai re d'Assiria, non potendo far ritorno al suo regno col suo esercito velocemente passò il Nilo, e avendo dirizzato il cammino verso ponente, non si fermò prima che nelle parti vicine a Cartagine pervenne. E di qui è che gli Arabi non tengono quasi per Africa altro che la regione di Cartagine, e per tutta Africa comprendono la parte occidentale solamente.
Termini di Africa.
Secondo i medesimi Africani (quelli dico che hanno buona cognizione di lettere e di cosmografia) l'Africa, incominciando dai rami del lago del diserto di Gaogà, cioè da mezzogiorno, finisce dalla parte di oriente al fiume Nilo e si estende verso tramontana per insino ai piè di Egitto, cioè dove entra il Nilo nel mare Mediterraneo. Dalla parte di tramontana termina pure all'entrata del Nilo nel detto mare, estendendosi verso ponente fino allo stretto delle colonne di Ercole. Da quella di ponente si estende dal detto stretto sopra il mare Oceano fino a Nun, ultima città di Libia sul detto mare. E dalla parte del mezzogiorno comincia pure nella detta Nun e si sporge sopra l'Oceano, il quale fino ai diserti di Gaogà cinge e abbraccia tutta l'Africa.
Divisione di Africa.
Appresso i nostri scrittori l'Africa è divisa in quattro parti, cioè in Barberia, in Numidia, in Libia e nella terra de' negri. La Barberia incomincia da oriente dal monte Meies, che è la ultima punta di Atlante, appresso Alessandria circa trecento miglia. E dalla parte di tramontana ha fine al mare Mediterraneo, pigliando il principio dal monte Meies, e si estende in fino allo stretto delle sovradette colonne di Ercole. E dalla parte di ponente il termine incomincia dal detto stretto e passa oltra sul mare Oceano fino all'ultima punta di Atlante, cioè dove ha capo dalla parte occidentale sopra l'Oceano, vicino al luogo nel quale è la città chiamata Messa. E dalla parte di mezzogiorno finisce appresso il monte Atlante e nella faccia del detto monte che riguarda il mare Mediterraneo. Questa è la piú nobile parte dell'Africa, nella quale sono le città degli uomini bianchi, che per ordine di ragione e di legge si governano.
La seconda parte da' Latini è detta Numidia e dagli Arabi Biledulgerid, che sono i paesi dove nascono i datteri. Dal lato di levante incomincia da Eloacat, città discosta dall'Egitto circa cento miglia, e si estende verso ponente per insino a Nun, posta sul mare Oceano; e di verso tramontana compie al monte Atlante, cioè nella faccia che guarda verso mezzogiorno. Nella parte di mezzogiorno termina e confina nell'arena del diserto di Libia. E gli Arabi communemente chiamano i paesi che producono i datteri con un medesimo nome, percioché essi sono tutti in uno sito.
La terza parte, che nella lingua latina è appellata Libia e nell'arabica non altrimente che Sarra, cioè diserto, comincia dalla parte di oriente dal Nilo, cioè dal confino di Eloachat, e si estende verso occidente fino al mare Oceano; e dalla parte di tramontana confina con Numidia, cioè pure in quei paesi dove nasce il dattero. Dal lato di mezzogiorno confina con la terra de' negri, incominciando di verso levante dal regno di Gaogà, e si porge verso ponente insino al regno di Gualata, che è sul mare Oceano.
La quarta parte, che è la terra de' negri, dalla parte di oriente incomincia dal regno di Gaogà e procede verso occidente insino a Gualata; e dalla parte di tramontana confina con i diserti di Libia, e dal lato di mezzogiorno termina al mare Oceano: luoghi incogniti appresso di noi, ma pure molta notizia ne abbiamo da mercatanti che vengono da quella parte al regno di Tombutto. Per mezzo della terra dei negri passa il fiume detto Niger, il quale comincia da un diserto appellato Seu, cioè dalla parte di levante uscendo d'un lago grandissimo, e si rivolge verso ponente infino che esso entra nel mare Oceano. E secondo che affermano i nostri cosmografi, il Niger è un ramo del Nilo, il quale si perde sotto la terra e ivi esce formando quel lago. Alcuni dicono che 'l detto fiume incomincia uscire dalla parte d'occidente da certi monti e correndo verso oriente si converte in un lago. Il che non è vero, percioché noi navigammo dal regno di Tombutto dalla parte di levante scorrendo per l'acqua fino al regno di Ghinea o fino al regno di Melli, i quali due a comparazione di Tombutto sono verso ponente. E i piú belli regni dei negri sono quelli che giaciono sopra il fiume Niger.
E avertite che, come vogliono i detti cosmografi, la terra de' negri che è dove il Nilo passa, cioè dalla parte di ponente, e si estende verso levante insino al mare Indico e di verso tramontana confina alcune sue parti nel mar Rosso, cioè quella parte che è fuori dello stretto dell'Arabia Felice, questa parte non esser reputata parte d'Africa per molte ragioni, che in lunge opere si contengono, e i Latini la chiamano Etiopia. Da lei vengono certi religiosi frati, i quali hanno i lor visi segnati col fuoco, e si veggono per tutta l'Europa e specialmente in Roma. Questa parte è signoreggiata da un capo a modo di imperadore, a cui gli Italiani dicono Prete Gianni. E la maggior parte di cotal regione è abitata da cristiani; nondimeno v'è un signore maumettano che molto terreno ne possede.
Divisioni e regni delle dette quattro parti d'Africa.
La Barberia si divide in quattro regni. Il primo è il regno di Marocco, il quale è diviso in sette regioni: ciò sono Hea, Sus, Guzula e il territorio di Marocco, Duccala, Hazcora e Tedle. Il secondo regno è Fessa, il quale sotto di lui ha altretante regioni, e queste sono Temezne, il territorio di Fez, Azgar, Elabath, Errifi, Garet, Elcauz. Il terzo regno è quello di Telensin, che ha sotto di sé tre regioni: i Monti, Tenez ed Elgezair. Il quarto regno è quello di Tunis, a cui sono sottoposte quattro regioni: Bugia, Costantina, Tripoli di Barberia, Ezzab, che è una buona parte di Numidia. La region di Bugia fu sempre in combattimento, percioché alcune volte ella fu posseduta dal re di Tunis, altre la tenne il re di Telensin. Vero è che a' dí nostri si fece un regno da per sé, fino a tanto che dal conte Pietro Navarro per nome di Ferrando re di Spagna fu presa la principale città.
Divisione di Numidia, cioè dei paesi dove nascono i datteri.
Questa parte nell'Africa è men nobile di tutte l'altre, onde i nostri cosmografi non le hanno dato titolo di regno, percioché le abitazioni di lei sono molto lontane l'una dall'altra. Per cagione di esempio, Tesset città di Numidia fa cerca quattrocento fuochi, ma è discosta da ogni abitazione per li diserti di Libia cerca trecento miglia: adunque ella non merita titolo di regno. Io nondimeno vi narrerò i nomi dei terreni abitati, quantunque alcuni luoghi si truovano che sono al modo dell'altre regioni, come è lo stato di Segelmese, che è nella parte di Numidia la quale risponde verso Mauritania, e lo stato di Zeb riguardante verso il regno di Bugia, e Biledulgerid, che si estende verso il regno di Tunis. Ora, serbandomi molte cose nella seconda parte dell'Africa, incominciando dalla parte occidentale i nomi sono questi: Tesset, Guaden, Ifren, Hacca, Dare, Tebelbeth, Todga, Fercale, Segellomesse, Benigomi, Feghig, Teguat, Tsabit, Tegorarin, Mesab, Teggort, Guarghela. Zeb è provincia nella quale si contengono cinque città: queste sono Pescara, Elborgiu, Nesta, Taolacca e Deusen. Biledulgerid signoreggia altretante città: Teozar, Cafeza, Nefreoa, Elchama e Chalbiz. Doppo questa verso levante è l'isola di Gerbe, Garion, Messellata, Mestrata, Teoirraga, Gademis, Fizzan, Augela, Birdeua, Eloachet. Questi sono i nomi dei luoghi famosi di Libia incominciando dal mare Oceano, cioè, come s'è detto, dall'occidente e terminando ne' confini del Nilo.
Divisione dei diserti che sono fra Numidia e la terra negra.
Questi diserti appresso noi non sono appellati con nome alcuno, quantunque siano divisi in cinque parti e sia ogni parte nominata dal popolo che vi abita e in quella ha il suo vivere, cioè dai Numidi, i quali sono eziandio divisi in cinque parti. Queste sono Zanega, Guanziga, Terga, Lenta e Berdeoa. V'hanno appresso alcune campagne che dalla malignità o bontà del terreno particolari nomi prendono, come Azaoad, diserto cosí detto per la sterilità e seccaggine ch'è in lui, e Hair, diserto ancora esso, ma nomato dalla bontà e temperanza dell'aere.
Divisione della terra negra per ciascun regno.
Ancora la terra negra è divisa in molti regni, di quali nondimeno alcuni sono incogniti e lontani dal commerzio nostro. Per il che di quelli dirò ove sono stato io e ho avuta lunga pratica, e di quegli altri ancora da' quali partendosi i mercatanti che le lor mercanzie contrattavano nel paese dove io era, me ne diedero buona informazione. Né voglio tacer d'esser stato in quindici regni di terra negra, e tre volte piú ce ne sono rimasi di quelli dove io non fui, ciascuno assai noto e vicino a' luoghi ne' quali mi trovava. I nomi di questi regni, togliendo il principio dall'occidente e seguendo verso oriente e verso mezzogiorno, sono tali: Gualata, Ghinea, Melli, Tombutto, Gago, Guber, Agadez, Cano, Casena, Zegzeg, Zanfara, Guangara, Burno, Gaogà, Nube. Questi sono quindici regni i quali per la maggior parte sono posti sul fiume Niger, e per quelli fanno la strada loro i mercatanti che partono di Gualata per andare al Cairo. Il cammino è lungo, ma molto sicuro. Sono questi regni discosti l'uno dall'altro, e dieci di loro sono o da qualche diserto dell'arena separati o dal fiume Niger. Ed è da sapere che anticamente ogni regno da per sé era posseduto da un signore, ma a' tempi nostri tutti i quindici regni sono sottoposti al dominio di tre re, cioè del re di Tombutto, e questo ne possede la maggior parte, del re di Borno, il quale ne ha la minore, e l'altra parte è in potere del re di Gaogà. Egli è vero che 'l signore di Duccala ve ne tiene pure un piccolo stato. Confinano con questi regni dalla parte di mezzogiorno molti altri regni, cioè Bito, Temiam, Dauma, Medra, Gorhan; e di loro i signori e gli abitanti sono ricchi e assai pratichi, amministrano giustizia e vi tengono buon governo. Gli altri sono di peggior condizione che le bestie.
Abitazioni di Africa, e la significazione di questa voce "barbar".
Dicono i cosmografi e gli scrittori delle istorie l'Africa anticamente esser stata per ogni sua parte disabitata fuori che la terra negra, e hassi per cosa certa che la Barberia e la Numidia è stata priva d'abitatori molti secoli. Quelli che vi abitano, cioè bianchi, sono appellati el barbar, nome derivato, secondo che alcuni dicono, da barbara, verbo che nella lingua loro tanto significa quanto nella italiana "mormorare". Percioché la favella degli Africani tale è appresso gli Arabi quali sono le voci degli animali, che niuno accento formano eccetto il grido. Alcuni altri vogliono che barbar sia nome replicato, percioché bar nel linguaggio arabico dinota diserto. E dicono che ne' tempi che 'l re Africo fu rotto dagli Assirii, o come si fosse dagli Etiopi, egli fuggendo verso Egitto e tuttavia essendo seguitato da' nimici, non sapendo come difendersi chiedeva alle sue genti che lo consigliassero qual partito potesse prendere per la salute loro. Al quale essi altra risposta non davano se non gridando: "el bar bar", cioè "al diserto, al diserto", volendo inferire che per loro non si conosceva altro rimedio fuori che passando il Nilo ridursi nel diserto di Africa. E questa ragione è conforme con quelli che affermano la origine degli Africani procedere dai popoli dell'Arabia Felice.
Origine degli Africani.
Cerca la origine degli Africani sono i nostri istorici non poco tra lor differenti. Alcuni dicono ch'essi discesero da' Palestini, percioché anticamente scacciati dagli Assirii fuggirono verso l'Africa, e sí come la trovarono buona e fruttifera, cosí vi si fermarono. Altri sono di oppenione che la origine loro venisse da' Sabei, popolo dell'Arabia Felice, come s'è detto, innanzi che fossero scacciati o dagli Assirii o dagli Etiopi. Altri vogliono che gli Africani siano stati degli abitanti di alcune parti di Asia. Onde dicono che essendo lor mossa guerra da certi loro nemici, se ne vennero fuggendo verso Grecia, la quale era a que' tempi disabitata; ma seguitandogli i nimici, essi furono costretti a passare il mare della Morea, e pervenuti in Africa quivi si fermarono, e i nimici in Grecia. Questo si dee intender solamente intorno alla origine degli Africani bianchi, cioè di quelli che abitano nella Barberia e nella Numidia. Gli Africani veramente della terra negra dipendono tutti dalla origine di Cus figliuolo di Cam, che figliuolo fu di Noè. Adunque, qual sia la differenza tra gli Africani bianchi e tra i neri, eglino tuttavia discendono quasi da una medesima origine, conciosiacosaché, se essi vennero da' Palestini, i Palestini medesimamente sono del legnaggio di Mesraim figliuolo di Cus, e se procedettero da' Sabei, Saba eziandio fu figliuolo di Rama, e Rama nacque pure di Cus. Sono molte altre oppenioni cerca ciò, le quali, per non esser cosa molto necessaria, mi parve di pretermettere.
Divisione degli Africani bianchi in piú popoli.
I bianchi dell'Africa sono divisi in cinque popoli: Sanhagia, Musmuda, Zeneta, Haoara e Gumera. Musmuda abitano nel monte Atlante, cioè nella parte occidentale, incominciando da Heha insino al fiume di Servi. Abitano eziandio in quella parte del medesimo Atlante la quale riguarda verso mezzogiorno, e in tutte le pianure che v'hanno d'intorno. Questi tengono quattro provincie, le quali sono Heha, Sus, Guzula e la region di Marocco. I Gumera similmente abitano ne' monti di Mauritania, cioè ne' monti riguardanti sul mare Mediterraneo, e occupano tutta la riviera detta Rif, la quale ha principio dallo stretto delle Colonne e segue verso il levar del sole per insino a' confini del regno di Telensin, quello che da' Latini è chiamato Cesaria. Questi due popoli abitano separatamente dagli altri popoli, i quali sono communemente mescolati e sparsi per tutta l'Africa, ma si conoscono nella guisa che si conosce il natio dal forestiere, e sempre tra loro medesimi guerreggiano e stanno in continove battaglie, massimamente gli abitanti di Numidia. Dicono molti autori che questi cinque popoli sono di quelli che sogliono per loro abitazioni avere i padiglioni e le campagne. Affermano adunque che negli antichi tempi, avendo costoro fatta lunga guerra insieme, quelli che rimasero perditori, divenuti vassalli de' vincitori, furono mandati ad abitar nelle ville, e i vettoriosi si fecero padroni della campagna e là ridussero le loro magioni. E la ragione è quasi provata, percioché molti di quelli che abitano nella campagna usano la medesima lingua degli abitatori delle ville: per cagione di esempio, i Zeneti della campagna favellano nella guisa che fanno i Zeneti delle ville, e il simile aviene degli altri. I tre popoli detti di sopra dimorano nella campagna di Temesna, cioè Zeneta, Haoara, Sanhagia. Alcuna volta si stanno in pace e alcuna volta combattono aspramente, mossi mi cred'io dall'antica parzialità.
Alcuni di questi popoli ebbero regno per tutta l'Africa, come Zeneti, che furono quelli che scacciarono la casa d'Idris, dalla quale erano discesi i veri signori di Fez ed edificatori di questa città; la stirpe di costoro è detta Mecnasa. Venne dipoi un'altra famiglia di Zeneti di Numidia, appellata Magraoa, la quale scacciò Mecnesa del regno di che essi avevano scacciati i signori. E d'indi a poco tempo i medesimi Zeneti furono similmente scacciati da alcuni che vennero dal diserto di Numidia, e questi furono d'una prole di Zanhagi, detta Luntuna. Essi ruinorono tutta la regione di Temesna e distrussero ogni spezie di popolo che in quella si trovava, eccetto quelli che erano della origine loro, i quali posero ad abitare in Duccala. Questa cotal famiglia edificò la città di Marocco. Avvenne poi, secondo le mutazioni della fortuna, che un grande uomo nelle cose della lor fede e predicatore appresso loro molto estimato, chiamato Elmahdi, si ribellò e fatto certo trattato con gli Hargia, che furono della stirpe di Musmoda, scacciò questa famiglia di Luntuna e fecevisi signore. Doppo la morte del quale fu eletto uno dei suoi discepoli, detto Habdul Mumen da Banigueriaghel, legnaggio di Sanhagia, e rimase il regno della famiglia di costui cerca centoventi anni, la qual famiglia signoreggiò quasi tutta l'Africa. Ella poi fu privata del regno da Banimarini, che furono della famiglia di Zeneti, i quali durarono cerca centosettanta anni. Cessò il dominio per opera di Baniguatazi, stirpe di Luntuna. Questi Banimarini sempre hanno fatto guerra con Banizeijan re di Telensin, che sono della origine di Zenhagi e della stirpe di Magraoa. Guerreggiarono ancora con Hafaza i re di Tunis, i quali vennero dalla origine di Hantata, stirpe di Musmoda.
Vedesi adunque come ciascuno dei cinque popoli sono stati in travagli e hanno avuto che fare in quelle regioni. Vero è che 'l popolo di Gumera e di Haoara non ebbe mai titolo di dominio, quantunque esso abbia pure signoreggiato in alcune parti particolari, come nelle croniche degli Africani si legge, e il tempo che questo signoreggiò fu dapoi che egli entrò nella setta di Maumetto. Percioché per adietro ogni popolo tenne separatamente il suo albergo nella campagna, e ciascuno di questi popoli favoreggiava la parte loro. E avendo tra loro compartiti i lavorii necessarii al vivere umano, i padroni della campagna si danno al governo e al levamento delle bestie, gli abitatori delle ville attendono alle arti manuali e a lavorare i terreni. E tutti questi cinque popoli comunemente sono divisi in seicento stirpi, sí come nell'arboro della generazion degli Africani si contiene, di che appo loro ne fu scrittore un certo Ibnu Rachu, il quale io lessi piú volte. Tengono eziandio molti istorici che 'l re il quale è oggidí di Tombutto, e quello che fu di Melli, quello di Agudez, sono della origine del popolo di Zanaga, cioè pur di quegli che abitano nel diserto.
Diversità e conformità della lingua africana.
Tutti i cinque popoli, i quali sono divisi in centinaia di legnaggi e in migliaia di migliaia d'abitazioni, insieme si conformano in una lingua, la quale comunemente è da loro detta aquel amarig, che vuol dire "lingua nobile". E gli Arabi di Africa la chiamano lingua barberesca, che è la lingua africana natia, e questa lingua è diversa e differente dalle altre lingue. Tuttavia in essa pur truovano alcuni vocaboli della lingua araba, di maniera che alcuni gli tengono e usangli per testimonianza che gli Africani siano discesi dall'origine dei Sabei, popolo, come s'è detto, dell'Arabia Felice. Ma la parte contraria afferma che quelle voci arabe che si truovano nella detta lingua furono recate in lei dapoi che gli Arabi entrarono nell'Africa e la possederono. Ma questi popoli furono di grosso intelletto e ignoranti, intanto che niun libro lasciarono che si possa addurre in favore né dell'una né dell'altra parte. Hanno ancora qualche differenza tra loro non solo nella prononzia, ma eziandio nella significazion di molti e molti vocaboli. E quelli che sono piú vicini agli Arabi e piú usano la domestichezza loro, piú similmente tengono de' loro vocaboli arabi nella lingua. E quasi tutto il popolo di Gumera usa la favella araba, ma corrotta, e molti della stirpe della gente di Haoara parlano pure arabico, e tuttavia corrotto; e ciò aviene per aver lunghi tempi avuta conversazione con gli Arabi.
Nella terra negra favellasi in diverse lingue, una delle quali è da lor detta sungai, e questa serve a molte regioni, come è in Gualata, in Tombutto, in Ghinea, in Melli e in Gago. L'altra lingua essi chiamano guber, la quale è usata in Guber, in Cano, in Chesena, in Perzegzeg e in Guangra. Un'altra è tenuta nel regno di Borno ed è somigliante a quella che si costuma in Gaogà. Un'altra ve n'è ancora serbata nel regno di Nube, e questa partecipa dello arabico e del caldeo e della favella degli Egizii. Quantunque in tutte le città d'Africa, intendendo delle maritime poste sul mare Mediterraneo insino al monte Atlante, tutti quelli che vi abitano generalmente parlino nel linguaggio arabico corrotto, eccetto che in tutto il tener del regno di Marocco e in Marocco propio si favella nella lingua barberesca, e né piú né meno nei terreni di Numidia, cioè fra i Numidi che sono a Mauritania e a Cesaria vicini, percioché quelli che s'accostano al regno di Tunis e al regno di Tripoli tutti universalmente tengono e usano la corrotta lingua arabica.
Arabi abitanti nelle città d'Africa.
Nello esercito che mandò Otmen califa terzo nell'anno 400 di legira venne nell'Africa un grandissimo numero di Arabi, che furono, tra nobili e altri, dintorno a ottantamila persone; i quali sí come molte regioni acquistarono, cosí quasi tutti i principali e nobili tornarono alla Arabia. Rimase quivi con gli altri il general capitano dello esercito, il cui nome era Hucba Hicbnu Nafich, il quale già aveva edificata e fermata la città del Cairaoan, percioché egli stava in continuo timore che le genti della rivera di Tunis non lo tradissero, che qualche soccorso non venisse dall'isola di Sicilia e con quello gli movessero guerra. Per il che, con tutta la quantità del tesoro ch'egli acquistato si avea ritiratosi verso il diserto nella terra ferma, lontano da Cartagine cerca a centoventi miglia, fabbricò la detta città del Cairaoan e comandò a' suoi capi e ministri di quelli che seco restarono, che abitassero ne' luoghi piú forti e atti alla difesa loro, e dove non v'avessero rocche e fortezze ve le edificassero. Il che fu fatto e gli Arabi, rimasi sicuri, diventarono cittadini di quel paese e si mescolarono tra gli Africani, i quali allora, perché da Italiani furono molti anni signoreggiati, la lingua italiana ritenevano, e per questa cagione seco usando e vivendo corruppero a poco a poco la loro natia araba, la quale partecipò di tutte le favelle africane: cosí di due diversi popoli uno se ne fermò. Vero è che gli Arabi ebbero sempre in costume e hanno tuttavia di notar la origine loro dal canto del padre, come si usa tra noi, e i Barberi fanno il somigliante, in maniera che non v'è uomo di cosí bassa nazione che non aggiunga al suo nome il cognome della sua origine, o arabo o barbero che egli si sia.
Gli Arabi che nell'Africa in luogo di case abitano nei padiglioni.
Sempre i pontefici maumettani vietarono agli Arabi di passar con le loro famiglie e con i lor padiglioni il Nilo, fino agli anni 400 di legira, nel quale ebbero licenza da un califa scismatico: e ciò per cagione che uno, che amico e vassallo era del detto califa, si ribellò e regnò nella città del Cairaoan e in tutta quasi la Barberia, doppo la morte del quale rimase per qualche tempo il regno nella casa sua. Percioché, sí come io ho letto nelle istorie africane, nel tempo d'Elcain califa e pontefice di quella casa essi allargarono i loro regni, e crebbe la setta loro intanto che 'l detto califa mandò un suo schiavo e consigliere, il cui nome fu Gehoar di nazion schiava, con grandissimo esercito verso ponente, il quale acquistò tutta la Barberia e la Numidia e procedette per insino alla provincia di Sus, riscotendo i tributi e l'utile dei detti regni. Il che fatto avendo, al suo signore ritornò, al quale ripose in mano l'oro e tutto quello ch'egli di questi paesi aveva tratto. Per il che il califa, avendo conosciuto il valore e veduto il felice successo di costui, fece pensiero di metterlo in una impresa maggiore e dissegliene. A cui egli rispose: "Signor mio, io ti prometto che, sí come io t'ho fatto acquistar queste regioni di ponente, cosí sarò cagione che avrai l'imperio di tutti i regni del levante, cioè dell'Egitto, della Soria e di tutta l'Arabia, vendicando le offese e gli oltraggi che sono stati fatti ai tuoi antecessori dalla casa di Lhabas. Né cessarò di metter la persona mia in tutte le difficultà e pericoli, per insino a tanto che io t'abbia rimesso nel seggio antico dei tuoi nobili e generosi avoli e progenitori illustri del sangue tuo". Inteso il califa l'animo e la promessa del suo vassallo, fatto uno esercito di ottantamila combattenti, lui con molto oro e con molta vettovaglia licenziò.
Partitosi adunque il fedele e animoso schiavo, drizzò lo esercito per lo diserto che è fra la Barberia e lo Egitto, né prima giunse in Alessandria che il locotenente dell'Egitto si ritirò verso Bagaded, per essere insieme con Eluir califa. Laonde Gehoar fra lo spazio di pochi giorni e con piccolo impedimento acquistò tutte le regioni dell'Egitto e della Soria. Tuttavia non dimorava senza sospetto, dubitando non il califa di Bagaded, venendone di là con gli eserciti dell'Asia, gli desse qualche grande stretta e lo riducesse a pericolo di perder le difese e gli eserciti della Barberia. Per il che si diliberò di fare una fortezza nella quale, se il bisogno occorresse, potessero ricoverarsi le genti e sostener l'impeto dei nimici. Fece adunque edificare una città tutta circondata di mura, nella quale vi faceva star di continuo uno de' piú fidati a guardia con una parte del suo esercito. Alla città pose nome Elchaira, la quale poscia per l'Europa fu detta Cairo. Questa di giorno in giorno e di borghi e d'abitazioni di dentro e d'intorno è ita accrescendo, per sí fatto modo che in tutte le parti del mondo un'altra simile non si truova.
Ora Gehoar, vedendo che 'l califa di Bagaded non faceva contra di lui alcuno apparecchio di battaglia, allora avisò il suo signore come tutte le regioni per lui acquistate gli prestavano obbedienza, e che le cose erano ridotte in pace e ben difese e guardate. Perciò, quando paresse alla sua felicità di trasferirsi con la persona nello Egitto, valerebbe piú la presenza di lui allo acquisto di ciò che restava, che centinaia di migliaia di combattenti, e sarebbe cagione che 'l califa di Bagaded lasciando il ponteficato e il regno se ne fuggisse. Come questa bella e magnanima esortazione pervenne all'orecchie del signore, esso, senza altrimente considerare a quello che potrebbe avenire in contrario, insuperbito dalle lusinghe della seconda fortuna preparò un grosso esercito e partissi, lasciando per governatore e general capitano di tutta la Barberia un principe del popolo di Zanhagia, il quale gli era non pure amico, ma domestico servitore. Subito che 'l califa giunse al Cairo, ricevuto riverentemente dal suo schiavo, indrizzando l'animo a grandi imprese espedí grande esercito contra il califa di Bagaded. Avenne fra tanto che 'l governatore da lui lasciato della Barberia gli si ribellò e offerse obbedienza al califa di Bagaded, il quale, di ciò allegro, gli mandò larghi privilegi e fecelo re di tutta l'Africa. Questo nel Cairo inteso da Elchain, l'ebbe per amarissima novella, parte perché egli si trovava fuori del suo regno e parte perché aveva consumato tutta la quantità dell'oro e delle cose opportune ch'egli aveva portato seco; né sapendo a che partito appigliarsi spesse volte malediceva il consiglio del suo vassallo.
Era appresso di lui un suo secretario, dotto uomo e di bello e pronto intelletto, il quale, sentendo il ramarico del signore e antiveggendo la repentina rovina che soprastava al suo capo se presto riparo non se li poneva, lo cominciò a confortare e a consigliare in queste parole: "Signore, i mutamenti della fortuna sono varii, né perciò vi dovete voi diffidar della vostra virtú per lo nuovo accidente da lei avenuto: percioché, quando voi vorrete accostarvi a quello che io, che fedelissimo vi sono, bene e lealmente saprò consigliarvi, io non dubito che non riabbiate in brevissimo tempo tutto quello che per ribellione è stato da voi alienato, e appresso non otteniate l'intento vostro. Il che farete senza pagar soldato niuno, anzi io voglio che piú tosto lo esercito che vi porrò nelle mani paghi voi, per le cagioni che io vi dirò". Il signore ciò udendo si rallegrò, e domandollo in che modo questo si potesse fare. Ed egli allora seguitò: "Signor mio, voi dovete sapere che gli Arabi sono accresciuti in tanto numero che oggimai l'Arabia non gli può caper tutti, e le rendite a pena non sono bastevoli per le loro bestie, percioché la sterilità è grande, ed essi non solamente patiscono disagio d'abitazioni, ma di vivere ancora. Per il che spesse fiate sarebbono passati nell'Africa, se a loro fosse stato concesso da voi. Date adunque a costoro licenza di poter fare questo passaggio, e io vi metterò nelle mani una gran quantità d'oro". Detto fin qui dal secretario, il signor fu poco lieto di questo consiglio, considerando che gli Arabi sarebbono cagione della rovina dell'Africa, in modo che non se la goderebbe né il suo ribello né egli. D'altra parte, avendo riguardo che ad ogni modo il regno era perduto, giudicò che fosse men male a toccare una buona quantità di danari, sí come colui gli prometteva, e insieme vendicarsi del suo nimico, che perder parimente l'una cosa e l'altra. Disse adunque al consigliere che egli facesse fare uno bando, che a ciascun Arabo che volesse pagare un ducato e non piú per testa fosse lecito di passar nell'Africa con libera e larga licenza, ma sotto obligazione e giuramento d'esser nimici del detto suo ribello. Il che fatto, si messe a questo passaggio cerca dieci lignaggi di Arabi, che fu la metà dell'Arabia Diserta; vi fu ancora alcuna stirpe di quegli dell'Arabia Felice. Il numero di coloro che erano atti a combattere fu intorno a cinquantamila; le donne, i fanciulli e le bestie furono quasi infiniti. Del che fu tenuto diligente conto da Ibnu Rachic, istorico africano di cui di sopra dicemmo.
Ora fra pochi giorni gli Arabi, avendo passato il diserto che abbiam detto esser tra l'Egitto e la Barberia, prima si fermarono all'assedio di Tripoli di Barberia ed entrarono nella città per forza e la saccheggiarono, occidendo tutti quelli che occider poterono; di qui se n'andarono a Cabis città e la distrussero. Finalmente assediarono Elcairaoan, nella qual città il ribello, avendosi provisto di vettovaglie e di quanto facea bisogno, sostenne assai bene l'assedio otto mesi, in capo dei quali presero la città per forza e la saccheggiarono, e lui doppo molti strazii ammazzarono. Divisero poi gli Arabi tra loro quelle campagne e in esse abitarono, imponendo per ciascuna città gravissime taglie e gravezze.
Cosí rimasero signori di tutto il circuito dell'Africa per insino a tanto che successe nel regno di Marocco Iusef figliuolo di Ieffin, che fu primo re di Marocco. Costui con tutto il suo potere si rivolse a dare aiuto a quanti erano o parenti o amici del morto ribello, né cessò prima che levò dalle città il dominio degli Arabi. Gli Arabi tuttavia dimoravano nelle campagne, assassinando e rubbando ciò che potevano. In tanto i parenti del ribello regnavano in diversi luochi. Ma succedendo al regno di Marocco Mansor, quarto re e pontefice della setta del Muoachedin, sí come i suoi antecessori erano stati in favore dei parenti del ribello e gli avevano tornati in stato, cosí egli ebbe in animo d'esser loro contra e di torgli il dominio di mano. Per il che, astutamente composta con loro la pace, indusse gli Arabi a far lor guerra, e vennegli fatto con poca difficultà il vincergli. Mansor dipoi condusse seco tutti i maggiori e principali degli Arabi nei regni di ponente, e diè a' piú nobili per loro abitazione Duccala e Azgar; a quegli che di minor condizione erano assegnò Numidia. Ma in processo di tempo questi, che erano sí come schiavi di Numidi, ricovrarono la loro libertà e a mal grado loro dominarono quella parte di Numidia nella quale diede loro l'abitazione Mansor, e ogni giorno i confini allargavano. Quelli che abitarono Azgar e alcuni altri luoghi in Mauritania tutti furono ridotti alla servitú, percioché gli Arabi fuora del diserto sono come i pesci fuori dell'acqua. Sarebbono bene essi volentieri andati ai diserti, ma loro vietava il passo il monte Atlante, tenuto e posseduto da Barberi. D'altra parte non potevano uscire per la campagna, percioché di lei gli altri Arabi erano padroni. Laonde, ponendo giú la superbia, si diedero a pascolar le bestie e a lavorare il terreno, pure abitando, invece di pagliai e di case rusticane, ne' padiglioni. S'aggiunse alla loro miseria esser tenuti di pagare ciascun anno ai re di Mauritania certi tributi. Quelli di Duccala, aiutati dalla loro moltitudine, furono liberi da ogni tributo.
Una parte d'Arabi era rimasa in Tunis, percioché il Mansor aveva rifiutato di menargli seco. Questi, venuto a morte Mansor, presero Tunis e di quelle regioni s'impatroniron. E durò il dominio loro per insino a tanto che si sollevarono alcuni della famiglia di Abu Haf, co' quali gli Arabi s'accordarono di lasciar loro la signoria, con questo che lor dessero la metà dei tributi e dei frutti che si cavavano del regno. Il qual patto e accordo dura per fino a' nostri dí; ma i re di Tunis non gli possono contentar tutti, percioché è maggior la moltitudine degli Arabi che l'entrata e l'utile di tutto il regno. Onde, compartendone a una parte, questa è obligata di tener pacifica la campagna, il che fa, e non noce a niuno. Gli altri, che di tal provisione sono privi, si danno alle rapine, alle occisioni e al peggio che ponno, e stanno le piú volte imboscati: come passa un viandante sbucano fuori, e spogliatolo e di drappi e di danari l'amazzano, di maniera che mai non si trova la via sicura. E i mercadanti che vogliono andar da Tunis a qualche loco loro opportuno menano seco per loro sicurtà una compagnia d'archibugieri, e passano tuttavia per due non piccole difficultà: l'una è di pagare agli Arabi provigionati dai re una grossissima gabella; l'altra peggiore assai è che il piú delle volte sono assaliti da quest'altri Arabi, e talvolta, non giovando la difesa che seco menano, sono ad un medesimo tempo spogliati dell'avere e della vita.
Divisione degli Arabi venuti ad abitar nell'Africa, i quali sono detti Arabi barberi.
Gli Arabi ch'entrarono nell'Africa sono tre popoli: il primo si dimanda Chachin, il secondo è appellato Hilel e il terzo dicono Mahchil. Chachin si divide in tre lignaggi: Etbegi, Sumait e Sahid. Etbegi eziandio si divide in tre parti: Dellegi, Elmuntefig e Sobair, e queste parti si dividono in infinite generazioni. Hilel ancora è diviso in quattro: Benihemir, Rieh, Sufien e Chusain; e Benihemir si parte in Huroa, Hucba, Habru, Muslim; e Rieh in Deuuad, Suaid, Asgeh, Elcherith, Enedr e Garfa; e queste sei parti si dividono similmente in infinite generazioni. Mahchil si divide in tre: Mactar, Hutmen e Hassan. Mactar si divide in Ruche e Selim. Hutmen si divide in altretante: Elhasin e Chinana. Hassan si divide in Deuihessen, Deuimansor, Deuihubaidulla; Deuihessen in Dulein, Uodei, Berbus, Racmen e Hamr; Deuimansor in Hemrun, Menebbe, Husein e Abulhusein; Deuihubeidulla eziandio si divide in Garagi, Hedegi, Tehleb e Geoan. E tutte queste sono divise in infinite, delle quali sarebbe cosa non pur difficile, ma impossibile a ricordarsi.
Divisione delle abitazioni dei detti Arabi, e il numero loro.
Etbegi furono i piú nobili e i principali degli Arabi, e quelli quali Almansor condusse ad abitare in Duccala e ancora nelle pianure di Tedle. Questi a' nostri dí molto sono stati molestati, quando dai re di Portogallo e alcuna volta dai re di Fez; e sono cerca a centomila uomini da guerra, e la metà è a cavallo. Sumait rimasero ne' diserti di Libia, i quali rispondono verso i diserti di Tripoli, e rade volte vengono alla Barberia, percioché non hanno né dominio né luogo in quella, ma stannosi sempre coi lor camelli nel diserto; e sono intorno a ottantamila atti alla milizia, e la piú parte a piè. Sahid abitano similmente nei deserti di Libia; costoro sogliono tener domestichezza e conversazion nel regno di Guargala, hanno infiniti bestiami, e forniscono di carne tutte le città e luoghi che confinano coi loro diserti; ma ciò nel tempo della state, percioché il verno non si partono dal diserto. Sono di numero appresso centocinquantamila, ma pochi cavalli hanno. Dellegi abitano in diversi luoghi: la maggior parte tiene i confini di Cesaria e i confini del regno di Bugia, e questi hanno tributi dai signori loro vicini; la parte minore occupa nelle pianure di Acdesen i confini di Mauritania insieme col monte Atlante: questi danno tributo al re di Fez. Elmuntafic abitano nelle pianure di Azgar, e sono da' moderni chiamati Elchaluth; essi ancora danno tributo al re di Fez, e possono fare da ottomila cavalli molto bene in ordine. Sobaich, dico i maggiori e di piú valore, abitano ne' confini del regno del Gezeir e sono provigionati dai re di Telensin, e hanno nella Numidia molte terre loro soggette; sono poco meno di tremila cavalli e molto pronti nella milizia. Questi ancora sogliono il verno, perché hanno molta copia di camelli, ripararsi nel diserto. L'altra parte abita nelle pianure che sono fra Sala e Mecnesa: tengono pecore e buoi, lavorano il terreno e danno tributo pure al re di Fez. Essi son da quattromila cavalli bene e ottimamente in ordine.
Hilel popolo e l'abitazion d'esso.
Hilel è la maggiore stirpe di questo popolo, e Benihamir, i quali abitano ne' confini del regno di Telensin e di Oran, e vanno discorrendo per lo diserto di Tegorarin. Questi sono provigionati dal re di Telensin; sono uomini di molta prodezza e molto ricchi, fanno cerca seimila cavalli belli e bene in ordine. Hurua posseggono i confini di Mustuganim: sono uomini salvatichi e ladri, e vanno male in arnese. Non si discostano dal diserto, percioché non hanno né soldo né dominio nella Barberia; fanno intorno a duomila cavalli. Hucba hanno le abitazioni loro ne' confini di Meliana, e hanno qualche poco di provisione dal re di Tenes; ma pure sono genti assassine e lontane da ogni umanità. Questi fanno cerca a millecinquecento cavalli. Habru abitano nelle pianure che sono fra Oran e Mustuganim, sono lavoratori de' campi e tributari al re di Telensin; possono essere appresso cento cavalli. Muslim abitano nel diserto di Masila, il qual si estende verso il regno di Bugia, e sono essi ancora ladri e assassini; hanno tributi da Masila e da alcune altre terre. Riech abitano ne' diserti di Libia che sono verso Costantina, e questi hanno gran dominio in una parte di Numidia; sono divisi in sei parti, sono tutti prodi nell'armi e nobili, vanno bene in ordine e sono provigionati dal re di Tunis, e compiono il numero di cinquemila cavalli. Suaid abitano nei diserti che si dilatano verso il regno di Tenes, e hanno gran riputazione e dominio; il re di Telensin dà loro provisione, sono nobili, valenti e bene in assetto d'ogni cosa. Asgeh sono soggetti di molti Arabi, e c'è gran quantità di loro che abitano in Garit insieme con Hemram popolo; ve n'è un'altra parte la quale abita con gli Arabi di Duccala in luogo vicino di Azefi. Elcherit abitano nelle pianure di Heli in compagnia di Saidima, e hanno tributo dal popolo di Heha; sono uomini vili e male agiati. Enedr abitano pure nella pianura di Heha. E tutti gli Arabi di Heha fanno cerca quattromila cavalli; tuttavia sono ancora essi disagiati d'arnesi. Garsa abitano in diversi luoghi, non hanno capo, e sono mescolati con altri popoli, massimamente col popolo di Manebba e di Hemram. Costoro portano i datteri da Segelmesa al regno di Fez, e d'indi traggono le vettovaglie necessarie e a Segelmesa le conducono.
Mahchil popolo e le sue abitazioni e numero.
Ruche, prole di Mactar, abita ne' confini dei diserti vicini a Dedes e Farcala. Questi sono poveri, percioché hanno pochi dominii; sono tuttavia valenti uomini a piè, tanto che si recano a gran vergogna che uno a piè si lasci vincere da due a cavallo, né è alcuno cosí tardo in camminare che non possa per suo piacere andare a paro di qualsivoglia cavallo, quantunque avesse a fornire un lungo cammino. Sono cerca cinquecento cavalli e ottomila uomini a piè, cioè da guerra. Selim abitano appresso Dara fiume, discorrono per lo diserto, sono ricchi, e una volta l'anno vanno con lor mercanzie a Tombutto. Sono eziandio favoriti dai re di quello, e in Derha hanno molti poderi e terreni copiosissimi e un numero grande di camelli; fanno quasi tremila cavalli. Elhasim abitano accanto il mare Oceano ne' confini di Messe, e sono cerca cinquecento cavalli; vanno pessimamente in ordine, e una lor parte abita in Asgar: quelli di Messe hanno la libertà, ma questi di Asgar sono sudditi al re di Fez. Chinana abitano con Elchaluth, e sono sottoposti al medesimo re di Fez; sono uomini forti e molto ben forniti; fanno duemila cavalli. Deuihessem si divide ancora in Duleim, Burbus, Uodei, Deuimansor, Deuihubeidulla. Duleim abitano nel diserto di Libia insieme con Zanaga popolo africano, e questi tali non hanno dominio né censo niuno, per il che sono poveri e gran ladri. Vengono sovente alla provincia di Dara per fare iscambio di bestie con datteri, vanno male in ordine, e sono cerca diecimila persone, quattrocento a cavallo e il resto a piè. Burbus abitano pure nel diserto di Libia, il quale è verso la provincia di Sus, e sono molti e poveri; ma hanno molti camelli e signoreggiano Tesset, la quale non basta loro per ferrare quei pochi cavalli che hanno. Uodei abitano nei diserti posti fra i Guaden e Gualata. Questi hanno il dominio di Guaden, e ancora certo tributo dal signore di Gualata in terra negra; sono di numero quasi infinito, percioché sono estimati quasi sessantamila buoni da guerra, ma hanno pochi cavalli. Racmen tengono il diserto vicino di Haccha; hanno ancora essi dominio, e sogliono per loro bisogne andare il verno a Tesset; sono cerca dodicimila combattenti, ma hanno similmente pochi cavalli. Hamr abitano nel diserto di Taganot, hanno qualche poco di provigione dalla communità di Tagauost, vanno discorrendo per lo diserto per insino a Nun, e sono cerca a ottomila uomini da guerra.
Deuimansor.
Dehemrun, stirpe di Deuimansor, abitano ne' diserti che riguardano a Segelmesse, discorrono per lo diserto di Libia insino a Ighid, hanno tributo dal popolo di Segelmesse, dal popolo di Todga, da quello di Tebelbet e da quello di Dara; hanno molti terreni di datteri, possono vivere a guisa di signori e stanno in gran riputazione. Questi fanno cerca tremila cavalieri. Tra loro sono di molti Arabi, uomini vili, ma hanno cavalli e abbondano di bestiame, como Garfa Esgeh. E questo popolo di Hemrum ha un'altra parte, la quale ha dominio di certi terreni e casali in Numidia e discorre fino al diserto di Fighig; e tutti quei terreni e casali le danno molti e gravi tributi. Costoro ne' tempi della state vengono a starsi nella provincia di Garit, ne' confini di Mauritania, da quella parte ch'è verso oriente. Sono uomini nobili e di somma prodezza, perciò i re di Fez sogliono quasi tutti pigliar moglie tra le lor donne, di maniera che hanno con esso loro amicizia e parentado. Menebbe abitano pure nel medesimo diserto, e tengono il dominio di Matgara e di Reteb, provincie in Numidia. Questi ancora sono uomini valenti e hanno certa provisione dal popolo di Segelmesse, e fanno cerca duomila cavalli. Husein, lignaggio ancora essi di Deuimansor, abitano fra' monti di Atlante, e hanno sotto la loro signoria molti monti abitati e città e castelli, che furon lor dati dai viceré di Marin, percioché essi, quando quei re a regnare incominciarono, diedero lor buono e perfetto aiuto. È il dominio di questi fra il regno di Fez e Segelmesse, e il capo loro tiene una città detta Garseluin. Vanno pure per lo diserto di Eddahra, e sono ricchi e prodi uomini; fanno cerca seimila cavalli; vanno ancora in lor compagnia molte volte Arabi, ma tengongli per vasalli. Abulhusein parte abitano ne' diserti di Eddahra, e hanno poco dominio nel diserto; ma la maggior parte di loro è a tal miseria ridotta che essi non hanno facultà niuna di potersi mantener ne' loro padiglioni nel diserto. È vero che in quel di Libia hanno fabricate certe piccole terricciuole, ma pure si vivono miseri e combattuti dalla fame e danno tributo a loro parenti.
Deuihubeidulla.
Charragi è una parte di Deuihubeidulla, e questi abitano nel diserto di Benegomi e di Fighig; posseggono molti terreni nella Numidia. Hanno provisione dal re di Telensin, il quale s'affatica quasi di continuo di ridurli a vita pacifica e onesta, percioché essi sono ladri e assassinano quanti aggiunger possono. Fanno cerca quattromila cavalli, e nella state hanno per costume di trasferir l'abitazion loro ne' confini di Telensin. Hedegi abitano in un diserto vicino a Telensin, il quale è detto Hangad; non hanno né dominio né provisione alcuna, ma vivono solamente d'assassinamenti e di rubberie, e sono cerca cinquecento cavalli. Tehleb abitano nella pianura di Elgezair, e vanno discorrendo per lo diserto insino a Tegdeat; hanno sotto il dominio loro la città di Elgezair e la città di Teddelles, ma ne' tempi nostri queste due città furono lor tolte da Barbarossa che faceva il re. Allora il popolo di Tehleb fu distrutto, che era nobile e molto valoroso nella milizia. Furono questi cerca tremila cavalli. Gehoan abitano separatamente, l'una parte insieme con Garagi e l'altra con Hedegi, ma sono loro come vasalli, il che sopportano con buona pazienza.
Ora voglio che sappiate che i dui primi popoli, cioè Schachim e Hilel, sono Arabi dell'Arabia Diserta discesi dalla origine d'Ismael figliuolo di Abraham, e il terzo popolo, cioè Mahchil, è dell'Arabia Felice e dipende dalla origine di Saba. E appresso i maumettani è tenuto che quegli ismaeliti siano piú nobili di questi di Saba. E percioché tra loro s'è guerreggiato lungamente cerca la maggioranza della nobiltà, è avenuto che essi, cosí da una parte come dall'altra, hanno composti alcuni dialogi in versi ne' quali ciascuno racconta la virtú, i benefici e i buoni costumi del suo popolo. È da sapere ancora che gli antichi Arabi, i quali furono prima che nascessero gli ismaeliti, sono chiamati dagli istorici africani Arabi ariba, cioè Arabi arabici; e quegli che sono della origine d'Ismael vengono appellati Arabi mustahraba, cioè Arabi inarabati, il che tanto è quanto nella lingua degli Italiani Arabi per accidente, percioché essi non sono natii arabi. Gli Arabi che andorono dipoi ad abitar nell'Africa si dicono Arabi mustehgeme, il che dinota Arabi imbarberati, percioché avevano fatto l'abitazion loro con straniera nazione insino a tanto che, corrompendo la lor lingua, cangiarono costumi e diventarono barberi.
Questo è quanto m'è rimaso nella memoria dei lignaggi e division degli Africani e Arabi per dieci anni che io non ho né letto né veduto libro alcuno delle istorie loro. Ma se alcuno desidera di saperne piú abbondevolmente, potrà ciò veder nell'opera di Hibnu da me sopradetto.
Costumi e modi di vivere degli Africani che abitano nel diserto di Libia.
I cinque sopradetti popoli, cioè Zenaga, Guenziga, Terga, Lemta e Berdeua, tutti sono dai Latini chiamati Numidi, e vivono a un istesso modo, il che è senza regola o ragione alcuna. L'abito loro è un pannicello stretto di lana grossa, il quale cuopre la minima parte della loro persona, e alcuno usa di portare in capo, o rivoltovi d'intorno, un drappo di tela negra quasi alla foggia di dolipano. I maggiori e principali, per esser segnalati dagli altri, portano indosso una gran camicia con le maniche larghe e fatta di tela azurra e di bambagio, la quale vien loro recata da mercatanti che vengono dalla terra negra. Non cavalcano altri animali che camelli, sopra certe selle che essi pongono nello spazio che è fra la gobba e il collo de' detti camelli. E bella cosa è a veder questi tali quando cavalcano, percioché alcuna volta mettono le gambe una sopra l'altra, e ambedue poscia sopra il collo del camello; altre volte pongono i piè in certi staffili senza staffe, e in luogo di sproni adoperano un ferro il quale è attaccato in un pezzo di legno lungo un braccio, ma con questo ferro altra parte non pungono che le spalle del camello. I camelli che sono da cavalcare hanno tutti communemente forato il naso, nella guisa che hanno alcuni bufoli che nell'Italia si trovano, e nel luogo forato sogliono mettere una capezza di cuoio, con la quale volteggiano e reggono i camelli come si fa con la briglia i cavalli. Nel dormire usano alcune stuore intessute di giunchi molto sottili, e i padiglioni sono fatti di pelo di camello e d'altre lane aspre, le quali nascono fra i graspi dei datteri. Cerca al mangiare, chi non gli ha veduti non potrebbe creder la pazienza che essi portano in sofferir la fame. Costoro non hanno in costume né di mangiar pane né cibo fatto di niuna sorte, ma si nutriscono del latte dei loro camelli, ed è l'usanza loro di bersi la mattina una grande scodella di quel latte, cosí caldo come egli esce delle camelle. La sera poi è la cena loro certa carne secca bollita in latte e in botiro, la quale come è cotta, ciascuno se ne piglia la sua parte in mano, e mangiato che hanno beono quel brodo, adoprando in ciò le mani in vece di cocchiari. Dipoi beonsi una tazza di latte, e questo è il fine della cena. E mentre dura loro il latte non si curano altrimente di acqua, massimamente la primavera, in tutto il tempo della quale si trova alcuno fra loro che non s'ha lavato né mani né viso: e questo aviene sí perché in quella stagione essi non vanno alla campagna ove è l'acqua, avendo come s'è detto il latte, e sí ancora perché i camelli, quando mangiano l'erbe, non sogliono bere acqua. La vita loro fino al dí che muoiono è posta tutta o in cacciare o in rubbare i camelli dei loro nimici, né si fermano in un luogo per maggiore spazio di tre o quattro giorni, il che è quanto i camelli mangiando consumano l'erba che vi si trova.
Questi, ancora che detto abbiamo che vivono senza regola e senza ragione, hanno nondimeno per ciascun dei lor popoli un principe a modo di re, al quale rendono onore e gli obbediscono assai. Ben sono ignoranti e senza cognizione non pur di lettere, ma né di arte né di virtú alcuna. E fra un popolo a gran fatica trovar si può un solo giudice che tenga ragione, di modo che, se alcuno è astretto da qualche litigio o da ricevuto spiacere, per trovare il padiglione del giudice gli convien cavalcar cinque e sei giornate. Percioché essi non danno opera agli studi, né per cagione d'imparar si vogliono dipartir dai diserti loro, e i giudici malvolentieri vengono tra questa canaglia, per non poter sopportare i costumi e i modi del vivere. Ma quei che vi vengono sono molto bene salariati, percioché danno per ciascun d'essi all'anno mille ducati, e piú e meno, secondo che al povero giudicio loro paiono piú e meno sufficienti. I gentili uomini di questo popolazzo portano pure in capo, com'io ho detto, un drappo negro e con una parte di quello cuoprono il viso, ascondendo ogni sua parte eccetto gli occhi: e ciò portano continuamente, laonde, quando mangiar vogliono, per ogni volta che si mettono il mangiare in bocca scuoprono la bocca, e mangiato che hanno se la tornano a coprire. Adducono esser di questo uso la ragione che, sí come è vergogna all'uomo di mandare il cibo fuora, cosí è vergogna quando lo mette dentro. Le lor femine sono molto compresse e carnute, ma non molto bianche. Hanno le parti di dietro pienissime e grasse, cosí le poppe e il petto; dove si cigne sono sottilissime. Sono donne piacevoli cosí in ragionar come in toccar le mani, e alle volte usano cortesia di lasciarsi baciare, ma è dannoso il passar piú innanzi, perché mossi da sí fatte cagioni s'ammazzano l'un l'altro senza perdono niuno. E in cotesto sono piú savi di alcuni di noi, che per modo alcuno non vogliono portar le corna. Sono ancora questi popoli molto liberali, come che per la seccaggine di que' luoghi nessuno passa per li padiglioni loro, ed essi non vengono alle strade maestre. Ma le carovane che passano per li diserti loro sono tenute di pagare ai lor principi certa gabella, la quale è per ciascuna soma di camello un pannicello, che può importare il valor d'un ducato.
Io fra gli altri con la carovana vi passai già alcuni anni, e come arrivammo sul piano di Araoan, il principe di Zanaga ci venne incontra accompagnato da cinquecento uomini, tutti sopra camelli, e fattoci pagar l'ordinario, invitò tutta la carovana a girsene con esso lui nei lor padiglioni e a dimorarvisi per cagione di riposo due o tre dí. Ma perché questi padiglioni erano fuori del nostro cammino discosti cerca ottanta miglia, e i nostri camelli erano molto carichi, per non allungar la via non volevano i mercanti accettar l'invito. E il principe, per ritenerci, dispose in tutto che i camelleri andassero con le some seguitando il camino, e che i mercatanti seco fussero al suo alloggiamento. Al quale come giunti fummo, subito il buono uomo fece amazzar molti camelli e giovani e vecchi, e insieme altretanti castrati e certi struzzi che essi per la strada aveano presi. Ma gli fu fatto intender da mercatanti che non si dee amazzar camelli, e oltre a ciò che essi non usano, massimamente nella presenza d'altrui, mangiar carne di castrati. Ed egli rispose che appresso loro si aveva per vergogna di amazzar ne conviti animali piccioli solamente, e specialmente a noi che eravamo forestieri, né piú stati negli alloggiamenti loro. Mangiammo adunque di quello che ci fu posto dinanzi. La somma del convito fu di carni arroste e lesse; gli struzzi furono arrosti, e recatici alla mensa in certe teglie cariche d'erbe e di buona quantità di spezie della terra negra. Il pane era fatto di miglio e di panico, schiacciato e molto sottile. Ultimamente ci furono portati datteri in molta abbondanza e vasi grandi pieni di latte. Il signore ancora egli volle onorare il convito della sua presenza insieme con alcuni de' suoi piú nobili e parenti di lui, ma da noi separati mangiarono. Fece venire ancora alcuni religiosi, e quei litterati che si trovavano a seder con lui. E mentre si mangiò niun di loro toccò mai pane, ma solo presero delle carni e del latte. Per il che accorgendosi il principe, a certi nostri atti, che noi di ciò eravamo rimasi stupefatti molto e pieni di maraviglia, ci rispose con parole piacevoli, dicendo che eglino erano nati in quegli diserti ne' quali non nasceva grano, perciò si nudrivano di quello che produceva il loro terreno, e che del grano si provedevano ciascun anno per onorare i forestieri che passavano di là; ma che bene era il vero che solevano mangiar del pane i giorni di certe feste solenni, sí come il dí della pasqua e i dí de' sacrifici. Ora egli ci tenne nei suoi alloggiamenti due dí sempre faccendoci carezze e onorandoci. Il terzo giorno diede licenza a tutti e volle in persona accompagnarci insino alla carovana. E vi dico con verità che le bestie che 'l signore fece occider per lo nostro mangiare valevano dieci tanti rispetto al valor delle gabelle che gli pagammo. E negli effetti e nel parlare si poteva conoscer che egli era nobile e cortese signore, quantunque né esso intendeva la nostra lingua né noi avevamo notizia della sua, e ciò che egli a noi diceva e che rispondevamo era per via d'interprete. La vita e i costumi che avete inteso di questo popolo è simigliante agli altri quattro che sono sparsi per gli altri diserti di Numidia.
Vivere e costumi degli Arabi abitanti in Africa.
Gli Arabi, sí come sono di diversi luoghi, cosí hanno diversi modi e costumi di vivere. Quelli che abitano fra Numidia e Libia vivono vita misera e piena di molta povertà, né sono in ciò differenti dai sopra detti popoli africani abitanti in Libia, ma sono per altro di piú animo. Fanno mercanzie de' lor camelli nella terra de' negri, e tengono cavalli in gran numero: e questi sono quelli che nella Europa si dicono cavalli barberi. Di continuo si danno alle caccie, sí come di cervi, d'asini selvatichi, di struzzi e d'altri animali. Né è da tacer che la maggior parte degli Arabi di Numidia sono versificatori e compongono lunghi canti, descrivendo in quelli le lor guerre e caccie e anche cose d'amor, con grande eleganzia e dolcezza, e i lor versi sono fatti con rime nel modo de' versi vulgari d'Italia. Sono uomini liberali, ma non hanno facultà di poter mantener riputazione e usar cortesia, percioché in quei diserti sono carichi d'ogni disagio. Costoro vestono secondo il costume dei Numidi, fuori che le lor donne hanno qualche differenza nel vestire delle donne dei detti Numidi. I diserti ove abitano questi Arabi erano prima tenuti da popoli africani; ma quando la loro generazione entrò nell'Africa, allora con guerra scacciò di là i Numidi, ed ella si rimase ad abitar ne' deserti vicini ai paesi dei datteri, e i Numidi andarono a far le loro abitazioni ne' diserti che sono propinqui alla terra negra.
Gli Arabi che abitano dentro di Africa, cioè fra il monte Atlante e 'l mar Mediterraneo, sono piú agiati e piú ricchi degli altri, massimamente cerca il vestire e cerca ai fornimenti dei loro cavalli e alla bellezza e grandezza dei padiglioni. Hanno ancora cavalli molto piú belli, ma non sono cosí veloci nel corso come quei del diserto. Questi Arabi fanno lavorare i loro terreni e vi cavano grandissima copia di grano. Hanno di pecore e di buoi un numero quasi infinito, e per questa cagione non si possono fermare in un luogo solo, percioché un terreno non basta a pascer tante bestie. Sono eziandio piú barberi quasi e vili di natura di quei del diserto, ma sono nondimeno liberali, e una parte di loro, la quale abita nel regno di Fez, è soggetta e tributaria del re.
Quegli che abitano d'intorno al regno di Marocco e in Duccala un tempo vissero liberi da ogni gravezza, insino a tanto che i Portogalesi ebbero dominio di Azafi e di Azemor: allora tra loro si sollevarono parti e domestiche discordie, per le quali il re di Fez una parte ne roinò e un'altra il re di Portogallo, senza che la carestia, che in questi anni fu in Africa, gli oppresse in modo che i miseri Arabi volontariamente andarono in Portogallo, offerendosi per ischiavi a chiunque desse loro nutrimento. Cosí di essi niuno in Duccala rimase.
Ma gli Arabi i quali abitano nei diserti vicini al regno di Telensin e ne' diserti vicini a Tunis, tutti vivono nel modo che vivono i loro signori, percioché ciascun principe ha molto buone e larghe provisioni dai re, e queste distribuisce e va compartendo fra il suo popolo, per vietar le discordie e tenerlo in pace e in amica unione. Costoro hanno vaghezza di andar bene in ordine e tenere i cavalli molto ben guarniti, e i lor padiglioni sono belli e grandi. Sogliono il tempo della state andare a' confini di Tunis a pigliar le provisioni loro, e l'ottobre si forniscono di ciò che fa lor bisogno, sí come di vettovaglie, di panni e d'arme, e con queste ritornando nei diserti vi rimangono tutto il verno. Poscia la primavera si sollazzano nelle caccie, con cani e falconi seguitando ogni sorte di fiere e di uccelli. E io molte volte ho alloggiato con loro e mi sono valuto di molte cose, e hogli veduti nei lor padiglioni piú forniti di panni, di rami, di ferri e di ottoni che non sono molti nelle cittadi. Tuttavia non è da fidarsi di questi tali, percioché rubbano e assassinano volentieri; e pur sono assai cortesi: amano la poesia e nella lor lingua commune dettano versi elegantissimi, ancora che il linguaggio oggi sia corrotto, e un poeta di qualche nome è molto grato ai signori e dannogli di gran premi, né vi potrei dire quanta purità e grazia essi abbiano nei lor versi.
Le donne di costoro vanno secondo il paese molto ben vestite. Gli abiti sono camicie negre con larghe maniche, sopra le quali portano un lenzuolo del medesimo colore o pure azurro, e se lo involgono e aggroppano di maniera che, venendone gli orli su le spalle, di qua e di là è ritenuto da certe fibbie d'argento fatte assai maestrevolmente. Usano di aver nell'orecchie molti anelli pur d'argento, e cosí nelle dita delle mani, e similmente con alcuni cerchietti si cingono le gambe e le calcagna, come è costume degli Africani. Portano ancora queste donne certi pannicini su la faccia, i quali sono forati dirimpetto agli occhi, e quando essi veggono un uomo che non sia loro parente, con que' pannicini ascondono subito il viso e non parlano, ma quando sono fra mariti e parenti tengono sempre il drappicino alzato. E come gli Arabi si vanno mutando di luoco in luoco, cosí pongono le lor donne a seder sopra li camelli su certe selle per ciò fatte a modo di ceste, ma coperte con bellissimi tapeti, e sono tanto piccole che non vi può capere altro che una femina sola. E i giorni che sono eletti per combattere menano similmente seco le donne per confortarle e far che men temano. Sogliono ancora queste donne, avanti che elle vadano a marito, dipingersi la faccia, il petto e tutte le braccia insieme con la mano e le dita, percioché ciò tengono per cosa molto gentile. Questa cotale usanza hanno presa dagli Arabi africani, nel tempo che essi vennero ad abitar tra loro, che prima non l'avevano. Ma tra cittadini e nobili della Barberia non si costuma ciò fare, anzi le lor donne si mantengono nella medesima bianchezza con la quale nacquero. È vero che alle volte prendono certe tinte fatte col fumo di galla e di zaffrano, e con quelle tingendosi la metà della guancia formanvi una cosa tonda come uno scudo, e fra le ciglia fanno quasi uno triangolo, e sul mento non so che assomiglia a una foglia d'oliva, e alcune ancora tingono tutte le ciglia. E percioché questa foggia è lodata dai poeti arabi e dalle persone nobili, la tengono per leggiadra e per gentile. Ma non portano questi loro abbellettamenti piú che due o tre giorni, percioché tutto lo spazio che gli hanno non possono comparer dinanzi ai loro parenti, eccetto al marito e a' figliuoli, conciosiaché esse ciò fanno per incitar la lussuria, parendo a quelle di accrescere in cotal modo molto fieramente le loro bellezze.
Gli Arabi che abitano ne' diserti che sono fra Barberia ed Egitto.
La vita di questi è piena di miseria, percioché i paesi nei quali abitano sono sterili e asperi. Tengono pecore e camelli, ma per la piccola quantità dell'erba poco fruttano. E per quanto si estende la lunghezza di quelle campagne non c'è luogo alcuno da potervi seminar niuna sorte di grano, eccetto che si truovano in quei diserti certe terricciuole a modo di casali, nelle quali vi sono alcuni piccoli poderetti di datteri, e vi si semina pure qualche poca parte di grano, ma è sí poca che non potrebbe esser meno. Il che è cagione che gli abitanti di questi casali ricevino da loro continovi impacci e travagli. E se bene alle volte costumano di dar loro camelli e pecore all'incontro di datteri e di grani, nondimeno ciò, per la poca quantità, a tanta moltitudine non basta. Per la qual cosa aviene che ad ogni tempo si truovano molti figliuoli dei detti Arabi appresso i Siciliani, lasciati loro per pegno e securtà di grano che i poveri uomini pigliano in credenza. E se fra certo termine convenuto nei mercati non pagano la somma dei danari che sono debiti, i creditori tengono i figliuoli per ischiavi, e volendogli i padri riscuotere converrebbe accattar tre volte maggior quantità del debito, di modo che sono costretti a lasciarvegli. Dal che procede che questi Arabi sono i peggiori e i piú terribili assassini che siano nel mondo, e quanti forestieri vengono nelle mani loro, poi che gli hanno spogliati di ciò che lor trovano, gli vendono ai Siciliani. A tanto che da cent'anni in qua non è passata carovana nessuna per la rivera del mare che cinge il detto diserto nel quale è l'abitazione di questi Arabi, ma quando ve ne passa alcuna, ella suole andar per la terra ferma, discosto dal mare cerca cinquecento miglia.
Io fuggendo dalle loro mani corsi tutta quella rivera per mare con tre legni di mercatanti, e come questi ne viddero vennero correndo al porto, mostrando di voler con noi fare alcuni mercati che ci sarebbono a utile. Ma non ci fidando di loro, niuno volle smontar nel terreno prima che essi per sicurtà alcuni lor figliuoli diedero in poter nostro. Il che fatto, comprammo alquanti di lor castrati e botiro e si partimmo di subito, temendo per ogni poco di esser sovragiunti da corsali di Sicilia e di Rhodo. Costoro infine sono brutti, mal vestiti, asciutti e macilenti per la gran fame, e tali che pare che la maladizione d'Iddio sia ad ogni tempo stata data sopra questa dannata e pessima generazione, senza da quella partirsi mai.
Soaua, cioè quegli che attendono alle pecore, gente africana che segue lo stile degli Arabi.
Sono molti lignaggi d'Africani i quali tengono esercizio di levar pecore e buoi, né in altro si travagliano tutto dí. E la maggior parte di essi abitano a piè del monte Atlante, e ancora fra il detto monte. Questi, dovunque si trovino, sono sempre tributari o dei re o degli Arabi; tolgo fuori quelli che abitano in Temesna, i quali sono liberi e hanno gran potere. Parlano nella lingua africana, e alcuni tengono l'araba per la vicinanza e conversazione che essi hanno di continuo con gli Arabi che abitano in le campagne di Urbs, in li confini di Tunis.
V'è un altro popolo, che abita dove confina Tunis con i paesi dei datteri, il qual popolo molte volte ebbe ardimento di far guerra al re, come avenne negli anni poco adietro, ne' quai il figliuolo del detto re, partitosi da Costantina per riscuotere i tributi dal detto popolo, fu dal principe di quello assalito, il quale gli s'era fatto incontro con duemila cavalli, e combattendo ruppe la gente del figliuolo del re e ucciselo, togliendone i carriaggi: e ciò che v'era l'anno di legira 915. Doppo questa rotta il medesimo popolo cominciò a essere in buon nome e in molta riputazione appresso tutti. E molti di quegli Arabi che erano al servigio del re di Tunis, fuggendo da luoghi al re sottoposti, se ne vennero ad abitar coi vincitori, in modo che il principe è divenuto un de' maggiori e de' piú famosi signori che abbia tutta l'Africa.
Fede degli antichi Africani.
Gli Africani negli antichi tempi furono quasi idolatri, come sono i Persi, i quali adorano il fuoco e il sole, e tenevano belli e ornati tempi ad onore dell'uno e l'altro, e in quei di continovo ardeva il fuoco, dí e notte guardato che non si spegnesse, nella guisa che nel tempio della dea Veste si soleva osservare appresso i Romani. Il che nelle croniche degli Africani e dei Persi diffusamente si contiene. È vero che gli Africani di Numidia e di Libia adoravano i pianeti e a quelli sacrificavano; e alcuni degli Africani negri ebbero in venerazion Guighimo, che nella lor lingua significa il Signor del cielo: e questa buona mente ebbero senza essere informati né da profeta né da dottore alcuno. E d'indi a certo tempo furono introdotti nella legge giudaica, nella quale vi stettero molti anni, in fin tanto che alcuni regni de negri si fecero cristiani, e tanto rimasero nella fede di Cristo che si sollevò la setta di Maumetto, 268 di legira. Allora, andati a predicare in quelle parti alcuni discepoli di Maumetto, con le loro persuasioni tirarono gli animi degli Africani a quella legge, di maniera che tutti i regni dei negri che confinano con Libia diventarono maumettani. Pure oggidí v'è qualche regno nel quale ci sono rimasi fin ora, e rimangono, cristiani: solo quelli che erano giudei e da cristiani e da Africani furono totalmente distrutti. Quegli altri che abitano vicino al mare Oceano sono tutti gentili e adorano gli idoli, e questi hanno veduti, e ancora avuta qualche pratica con loro, molti Portogallesi.
Gli abitanti di Barberia rimasero essi ancora lungo tempo idolatri, e dugentocinquanta anni avanti il nascimento di Maumetto diventarono cristiani, percioché quella parte dove è Tunis e Tripoli fu dominata da certi signori pugliesi e siciliani, e la rivera di Cesaria e di Mauritania similmente fu signoreggiata da Gotti. In que' tempi eziandio molti signori cristiani, fuggendo dal furor di questi Gotti e lasciando adietro le natie e dolci contrade d'Italia, vennero ad abitar vicini a' terreni di Cartagine, dove poscia vi fecero dominio. Ma è da saper che questi cristiani di Barberia non tenevano l'osservanza e l'ordine della Chiesa romana, ma s'aderivano alle regole e alla fede degli arriani, e di quelli fu santo Agostino. Gli Arabi adunque, quando essi vennero per acquistar la Barberia, trovarono i cristiani già padroni e signori di quelle regioni, per che fecero insieme di molte battaglie. In fine piacque a Iddio di dare agli Arabi la vittoria, onde gli arriani si fuggirono, e chi andò in Italia e chi in Ispagna. Ma, doppo la morte di Maumetto cerca dugento anni, quasi tutta la Barberia divenne maumettana. Egli è vero che molte fiate queste genti ribellarono, e negando la fede di Maumetto amazzarono i lor sacerdoti e governatori; ma i pontefici, ogni volta che ciò udirono, subito mandarono eserciti contro ai detti Barberi. E questo intravenne fin che giunsero in Barberia gli scismatici, cioè quelli che fuggirono dalli pontefici di Bagaded: allora la fede di Maumetto fermò il piede. Tuttavia sempre furono e sono ancora rimase tra lor medesimi molte eresie e differenzie. Ma della legge di Maumetto, cioè delle cose di piú importanza, e della diversità che è fra gli Africani e quegli di Asia, col favor d'Iddio io penso trattarne pienamente in un'altra opera: in tanto forniremo questa.
Lettere usate dagli Africani.
Gli istorici arabi hanno per ferma oppenione che gli Africani non tenessero altra sorte di lettera che la latina, e dicono che quando gli Arabi acquistarono l'Africa, massimamente la Barberia, dove fu ed è la civiltà di Africa, essi altra lettera non vi trovarono che la latina. Confessano bene che gli Africani hanno una lingua differente e propria loro, ma che essi usano communemente le lettere latine, sí come fanno nell'Europa i Tedeschi. E quante istorie tengono gli Arabi degli Africani, tutte sono tradotte della lingua latina, opere antiche, e alcune scritte nel tempo degli arriani e alcune avanti. E gli autori di quelle sono nominati, ma i lor nomi mi sono usciti di mente. E penso che queste tali opere siano molto lunghe, percioché gli interpreti loro sogliono dire: "La tal cosa si contiene a settanta libri". Vero è che gli Arabi non tradussero le dette opere secondo gli ordini degli autori, ma pigliarono la somma dal nome dei signori, e di qui disposero e compartirono i tempi per li detti signori e principi, accordandogli con i tempi dei re di Persia o di quei degli Assiri o dei Caldei o dei re d'Israel. E ne' tempi che i scismatici regnarono nell'Africa, cioè quegli che fuggirono dai pontefici di Bagaded, essi comandarono che si devessero abbruciar tutti i libri delle istorie e delle scienze degli Africani, percioché pareva loro che i detti fossero cagione che gli Africani rimanessero nell'antica superbia, e che facessero ribellar e renegar la fede de Maumetto.
Alcuni altri nostri istorici dicono che gli Africani avevano proprie lettere, ma dapoi che i Romani dominarono la Barberia, e d'indi a molti tempi ne furono signori i cristiani che fuggirono della Italia e i Gotti, allora essi perderono le lettere loro. Percioché fa di mestiero ai soggetti seguitar le usanze dei padroni, se essi vogliono piacere a quelli: come sotto al dominio degli Arabi è avenuto ai Persi, i quali similmente hanno perdute le loro lettere, e tutti i loro libri furono abbruciati pur per comandamento dei pontefici macomettani, percioché estimavano che i Persi, mentre avevano i libri che conteneano le scienze naturali e le leggi e la fede degl'idoli, non potessero esser buoni e catolici maumettani. Abbruciate adunque l'opere, proibirono lor le scienzie, e il somigliante fecero i Romani e i Gotti quando, come s'è detto, signoreggiarono la Barberia. E parmi che per testimonio di ciò possa bastare che in tutta la Barberia, cosí per le città di mare come della campagna, cioè di quelle che sono anticamente edificate, quanti epitafi si veggono sopra le sepolture o nei muri di qualunque edificio, tutti sono in latine lettere e niuno altramente. Né io per tutto ciò crederei che gli Africani quelle tenessero per proprie lettere né che in quelle avessero scritto, percioché non è da dubitar che quando i Romani, che fur loro nimici, dominarono quei luoghi, essi, come è costume de' vincitori e per maggior lor disprezzo, levassero tutti i lor titoli e le lor lettere e vi mettessero i loro, per levar insieme con la dignità degli Africani ogni memoria e sola vi rimanesse quella del popolo romano. Sí come volevano eziandio degli edifici de' Romani fare i Gotti, o come volsero far gli Arabi di quelli dei Persi, e come alla giornata sogliono fare i Turchi ne' luoghi che prendono di cristiani, guastando non solamente le belle memorie e gli onorati titoli, ma nelle chiese le imagini de santi e sante che vi truovano. O non si vede egli in Roma medesima a' nostri tempi che alcuna volta, in principio d'un bello e degno edificio da un signore con grandissima spesa incominciato e per morte lasciato imperfetto, il successore o farà disfar per fino alle fondamenta per fare egli nuova fabrica, o, posto che quello fosse fornito o che lo lasci in piè, per ogni poco di novità che vi aggiunge vuole che siano levate le arme di quel signore e che vi si pongano le sue? O pure, se è tanto da bene che ve le lasci, le sue sono messe di sopra, e con lunghi epitafi fatti a misura e a compassi tengono il piú onorato luoco.
Non è adunque da maravigliarsi che la lettera africana sia perduta. E da 900 anni in qua gli Africani usano la lettera araba, e Ibnu Rachich scrittor africano nella sua cronica fa di questa materia una lunga disputa, cioè se gli Africani avevano proprie lettere o no, e conclude che essi l'avevano, dicendo che chi nega ciò può medesimamente negar che gli Africani abbiano avuta lingua propria. Aggiungeva ancora che è impossibile che un popolo che abbia una lingua particolare usi nello scrivere una lettera strana.
Sito di Africa.
L'Africa, sí com'è divisa in quattro parti, cosí esse parti sono nei siti differenti. La riviera del mare Mediterraneo, cioè dallo stretto di Zibeltara per insino a' confini di Egitto, tutta è occupata da monti, e si allargano verso mezzogiorno cerca miglia cento, e in alcuni luoghi piú e in alcuni altri meno. Da questi monti insino al monte Atlante v'hanno pianure e alcuni piccoli colli, e per tutti i monti della detta rivera si trovano molti fonti, i quali poscia si convertono in certi fiumicelli, chiari e all'occhio vaghi e dilettevoli molto. Dapoi delle quai pianure e colli è il monte Atlante, che incomincia dal mare Oceano, cioè dalla parte di ponente, e si estende verso levante fino a' confini di Egitto. Doppo Atlante si scuovrono le pianure dove è Numidia, nelle quali nascono i datteri, ch'è un paese quasi tutto arena. Doppo Numidia sono i diserti di Libia, pur tutti arenosi insino alla terra negra: nondimeno per li detti diserti si truovano molti monti, ma i mercatanti per quelli non fanno il loro cammino, percioché fra i monti vi sono molti passi larghi e piani. Doppo i diserti di Libia è la terra negra, le maggior parti della quale sono piane e arenose, fuor che le coste del fiume Niger e tutti quei luoghi dove bagnano e arrivano l'acque sue.
Luoghi fieri e nivosi di Africa.
Tutta la riviera di Barberia e i monti nella riviera contenuti partecipano quasi del freddo piú tosto che altramente, e a qualche stagione dell'anno vi nevica. Per tutti i detti monti nascono grani e frutti, ma frumento non molto in copia, e gli abitanti la piú parte dell'anno mangiano pane di orgio. I fonti che si trovano per li detti monti hanno certe acque che tengono il sapore del terreno e sono quasi torbide, e massimamente nelle parti che confinano con Mauritania. Sono eziandio sopra i detti monti molti boschi di alberi altissimi, e le piú volte pieni d'animali, quai buoni e quai cattivi. Ma i piccoli colli e le pianure che sono fra i detti monti e il monte Atlante sono tutti buonissimi terreni, che producono gran quantità di grani e d'ottimi frutti; e per tutti i detti colli e pianure passano tutti i fiumi che nascono di Atlante e vanno al mare Mediterraneo. Ma in questa parte si truovano pochi boschi, e migliori sono le pianure che v'hanno fra l'Atlante e l'Oceano, come è la regione di Marocco, la provincia di Duccala, e tutta Tedle e Temesne insieme con Azgar insino allo stretto di Zibeltara.
Il monte Atlante è molto frigido e sterile: in esso nascono pochi grani, e per ogni sua parte sono folti e oscuri boschi, e da lui ne nascono quasi tutti i fiumi di Africa. I fonti che si truovano nel detto monte nel mezzo della state sono freddissimi, di maniera che uno che tenesse la mano in quell'acqua per ogni piccolo spazio, senza dubbio ve la perderebbe. Le parti del detto monte non sono tutte ugualmente fredde, percioché v'hanno alcuni luoghi quasi temperati ne' quali vi si può assai bene abitare, e sono eziandio abitati, come vi si dirà partitamente nella seconda parte del nostro libro. Le parti disabitate o sono molto fredde o molto aspere: quelle che rispondono verso Temesna sono le aspere; le fredde riguardano verso Mauritania. Tuttavia quegli che attendono alle pecore vi vanno nel tempo della state a pascervi le loro bestie. Ma il verno non è possibile potervisi fermare per modo niuno, percioché sempre che la neve è venuta giú, subito si muove un vento dalla parte di tramontana, cosí dannoso ch'egli occide tutti gli animali che si truovano in quei luoghi, e molti uomini ancora vi muoiono, percioché quivi è il passo fra Mauritania e Numidia. E avendo in costume i mercatanti dei datteri partirsi di Numidia carichi di datteri nel fine di ottobre, alle volte la neve ve gli coglie di maniera che niuno ve ne resta vivo, conciosiaché, cominciando la notte a nevicare, la mattina si truova la carovana sepolta e affogata nella neve: né solamente la carovana, ma tutti gli alberi sono coperti, di modo che non si può vedere orma né segno dove siano i corpi morti. E io due fiate per gran miracolo sono scampato dal pericolo di questa morte nel tempo che io facevo questi cammini, delle quali non vi dispiacerà intender come una me ne avenisse.
Partiti insieme molti mercatanti da Fez, si trovammo con la carovana del sovradetto mese nell'Atlante. E cominciando cerca all'occaso del sole una fredda e folta neve, si ridussero insieme certi Arabi, i quali erano da dieci in dodici cavalli, e m'invitarono lasciando la carovana a girmene a buono albergo con esso loro. Io, non potendo ricusar lo invito e temendo di qualche inganno, feci pensiero di levarmi da dosso certa buona quantità di danari che mi trovava avere; e perché già questi tali incominciavano a cavalcare, affrettandomi essi, fingendo che 'l bisogno naturale m'astringesse n'andai in disparte sotto un albero, e quivi tra sassi e terreno come il meglio potei nascosi e riposi i danari, segnando con diligenza l'albero. Cavalcammo adunque taciti presso alla mezzanotte; allora un di costoro, parendo loro esser tempo di far quello che avevano in animo, cioè di tormi i danari e lasciarmi alla buona ventura, mi domandò se io alcun danaro aveva addosso. Io risposi che i miei danari aveva lasciato nella carovana a un mio caro e stretto parente. Non fui creduto, e per saperne essi il vero volsero che in quel gran freddo mi spogliassi per insino alla camicia, e nulla non vi trovando cominciarono meco a ridere, dicendo che ciò avevano fatto per ischerzo e per conoscer se io era uomo forte e s'io sapeva sopportare il freddo. Ora, seguendo il cammino sempre al buio e per gl'incommodi sí del tempo come della notte, quando piacque a Dio sentimmo il belar di molte pecore, verso il quale ci inviammo drizzando i cavalli tra boschi e alte rupi, di maniera che ci soprastava un altro pericolo. Infine in certe grotte alte trovammo alcuni pastori, i quali a gran fatica v'avevano condotte dentro le lor pecore e, acceso un buon fuoco, vi stavano al dintorno. I quali come noi viddero e conobbero questi essere Arabi, prima ebbero paura non qualche dispiacer gli facessero, dapoi s'assicurarono sopra la qualità del tempo e ne dimostrarono assai cortese accetto, e dieronci mangiar di ciò che avevano, cioè pane, carne e cacio. Fornita la cena, ci ponemmo a dormire a canto il fuoco, tutti tremando di freddo, e piú io che poco dianzi era stato spogliato ignudo, senza la paura che io aveva. Con questi pastori dimorammo due dí e due notti, che tanto continovò il nevicare. Il terzo dí fu cessato, onde i pastori incominciarono con gran diligenzia a levar via la neve, che aveva tutta rinchiusa e turata la bocca della grotta. Il che fatto ne menarono dove avevano allogati i nostri cavalli, che fu in certe altre grotte, e provedutogli di molto fieno; i quali trovando in buono essere su vi salimmo per dispartirci. Quel giorno si mostrò il sole chiaro e levò quasi tutta la freddezza dei dí trascorsi. I pastori vennero alquante miglia con noi, dimostrandoci alcune piccole vie dove sapevano che non poteva esser molto alta la neve: ma con tutto ciò i cavalli v'andavano sotto insino al petto. Giunti che fummo ne' confini di Fez in una villa, ci fu data certezza che la carovana era stata affogata dalla neve. Allora gli Arabi, perduta la speranza d'esser pagati delle loro fatiche, percioché avevano accompagnata la carovana e assecuratala, pigliarono un giudeo che era nella nostra compagnia, il quale aveva nella carovana cinquanta some di datteri, e il menarono prigione nei lor padiglioni con animo di tenervelo per insino a tanto che egli pagasse per tutti. A me levarono il cavallo e mi accomandarono a Dio. Io, preso a vettura un mulo fornito con certe bardelle che usano coloro tra quei monti, il terzo dí giunsi a Fez, dove trovai che già era stata recata la trista novella, e io similmente da' miei era stato riputato morto come gli altri. Ma ciò per sua bontà non era piaciuto a Dio.
Ora, lasciando di raccontar le mie sventure, ritornerò al lasciato ordine. Di là dal monte Atlante sono paesi secchi e caldi, dove si trovano pochi fiumi, i quali nascono pure in Atlante e corrono verso il diserto di Libia spargendosi nell'arena, e alcun di loro forma qualche lago. Nei detti paesi vi sono pochi terreni buoni alla semenza, ma infinite piante di datteri; si trova ancora qualche altro albero fruttifero, ma questi sono rari. E ne' luoghi di Numidia che confinano con Libia sono certi monti aspri, ma senza albero niuno, ne' piedi de' quali ci sono molti luochi di certi alberi tutti spinosi, i quali non fanno frutto. Né fonti vi sono né fiumi, se non alcuni pozzi quasi incogniti alle genti, tutti fra quei colli e monti diserti. In tutti i terreni di Numidia sono molti scorpioni e serpi, dai morsi e punture de' quali nella state ogni anno vi muore di gran gente. Libia è eziandio paese disertissimo, secco e tutto arena, dove non si trova né fonte né fiume né acqua, eccetto pure certi pozzi i quali hanno acqua piú tosto salsa che no, e questi non sono molti. E v'hanno alcuni luoghi ne' quali per sei e sette giorni di cammino non si trova acqua, e bisogna che i mercatanti se la portino negli utri sopra i camelli, massimamente nella strada che è da Fez a Tombutto o da Telensin ad Agadez.
E assai peggio è il viaggio che s'è trovato da moderni, il quale è di andar da Fez fino al Cairo per lo diserto di Libia. Nondimeno in questo viaggio si passa a canto d'un grandissimo lago, d'intorno al quale sono i popoli di Sin e di Gorrhan. Ma nel viaggio di Fez a Tombutto si trovano alcuni pozzi foderati dentro o dei cuori dei camelli o murati con le ossa de' detti animali, ed è gran pericolo a' mercatanti, quando si mettono a quel viaggio d'altro tempo che il verno, percioché allora soffiano alcuni silocchi o venti meridionali, e levano tanta arena che cuopre i detti pozzi, in tanto che i mercatanti, che si partono con speranza di trovar ne' luoghi consueti l'acqua, non vi discernendo né segno né vestigio di pozzo per esser coperti dalla arena, sono costretti a morirsi di sete, e sovente da viandanti si veggono l'ossa loro e di loro camelli biancheggiare in diversi luoghi. A questo c'è un solo rimedio e molto strano, il quale è che amazzano alcun camello, e spremendo dalle loro budella l'acqua che vi trovano, se la beono e compartono per insino che s'abbattino a qualche pozzo o che per la lunga sete muoiono. E trovansi nel diserto di Azaoad due sepolture fatte di non so che sasso, nel quale sono intagliate alcune lettere che dicono ivi esser sepelliti due uomini, uno de' quali fu ricchissimo mercatante, e passando per quel diserto infestato dalla sete comperò dall'altro, che era vetturale, una tazza di acqua per diecimila ducati: ma tuttavia morí dalla sete e il mercatante che comperò l'acqua e il vetturale che gliela vendé.
Sono nel detto diserto molti nocivi animali e degli altri ancora che non sono nocivi: ma di questi io sono per dirvi nella quarta parte del libro dove io tratterò di Libia, o vero dove io farò particolar menzione degli animali che si trovano in Africa. Penso ancora di raccontare altrove i pericoli che avenuti mi sono per li viaggi ch'io ho fatto in Libia, massimamente in quello di Gualata, di maniera che non poca maraviglia vi resterà nell'animo, conciosiaché alle volte abbiamo perduta la strada di trovar l'acqua percioché la guida si smarriva; e oltre abbiamo trovati i pozzi turati d'arena; e quando i nimici tenevano i passi dell'acqua, fu di necessità di risparmiar la poca che ci trovammo il meglio che per noi si poté, compartendo quella parte, che devea darci il bere a fatica per cinque giorni, per altretanti. Ma se io qui volessi distendere le particolarità di un solo viaggio, non bisognerebbe che io scrivessi di altro.
Nella terra negra sono i paesi caldissimi, e participano anco dell'umido per cagione del fiume Niger. E tutte le regioni che sono vicine al detto fiume hanno buonissimi terreni, dove vi nasce grandissima quantità di grani e trovavisi infinito numero di bestie; ma non v'ha frutto di niuna sorte, eccetto alcuni frutti che producono alberi molto grandi, i quali si assomigliano alle castagne ma tengono alquanto dell'amaro. Questi arbori si discostano dal fiume verso la terra ferma; il frutto ch'io dico è chiamato nella lor lingua goro. Egli è vero che qui nascono in quantità cocuccie, citrioli, cipolle e altri frutti. Né in tutta la riviera del Niger né ancora ne' confini di Libia si trovano monti o colle alcuno, ma ben molti laghi formati dall'inondazion del Niger; e intorno quelli sono molti boschi, ne' quali v'abitano elefanti e altri animali, come eziandio particolarmente a suoi luoghi vi si dirà.
Moti naturali dell'aere in Africa, e diversità che da quelli procedono.
In tutta quasi la Barberia, passata nella metà dello ottobre, incominciano le pioggie e il freddo; nel decembre eziandio e nel gennaio il freddo è maggiore, come negli altri luochi, ma quivi solamente nella mattina, di maniera che a niuno fa bisogno di scaldarsi al fuoco. Nel febraio ordinariamente v'ha quasi men freddo, ma sovente in un giorno il tempo farà cinque e sei volte mutazione. Nel marzo soffiano impetuosissimi venti di ponente e di tramontana, e questi ingravidano il terreno e fanno fiorire gli alberi; e nell'aprile quasi tutti i frutti cominciano a prender forma, intanto che ne' piani di Mauritania a' principii di maggio ed eziandio al fine di aprile si mangiano ciriegie. E come sono passate tre settimane di maggio, si colgono i fichi maturi come la state, e nella terza settimana di giugno incomincia a maturarsi l'uva e vi si mangia ancora. Le mele, le pere, armellini, grisomeli e i pruni divengono maturi fra il luglio. I fichi dell'autunno son maturi nello agosto, e cosí le giuggiole; ma nel settembre è il colmo e dei fichi e delle persiche. Passato mezzo agosto incominciano a seccar l'uva, e la seccano al sole; e se piove nel settembre, di tutta l'uva che è rimasa fanno vini e mosti cotti, massimamente nella provincia di Rif, come pure particolarmente vi si dirà. Nel mezzo d'ottobre colgono le mele, le granate e i cotogni; nel novembre l'olive: ma non si colgono con le scale, come si fa nella Europa, spiccandole con le mani, percioché non si può fare scale tanto lunghe che arrivino all'altezza degli alberi, conciosiacosaché là gli olivari sono grossissimi e altissimi, massimamente quegli di Mauritania, di Cesaria; ma quelli che sono nel regno di Tunis tengono somiglianza con gli altri che nascono nella Europa. Quando adunque gli uomini vogliono coglier le olive, vanno sugli alberi con bastoni lunghissimi in mano, e percotendo i rami le fanno giú cadere. Il che conoscono esser lor danno, percioché ciò faccendo danno sopra gli occhi dei ramoscelli giovanetti e molti ne guastano. Aviene ancora che le olive di Africa tale anno vi sono in abondanza e alcun altro non vi se ne trova acino. E v'hanno certe olive grosse che non sono buone da fare oglio, ma si mangiano concie, eziandio in tutte le stagioni.
Termini e qualità dell'anno. Sempre i tre mesi della primavera sono quasi temperati. Entra la primavera a' quindici di febraio e compie a' diciotto di maggio: e in tutta questa stagione è quasi di continovo il tempo bello, ma se non piove da' venticinque d'aprile insino a' cinque di maggio l'aricolta dell'anno è pessima, e chiamano l'acqua che apportano quelle pioggie acqua di Naisan. La quale essi tengono per benedetta aqua d'Iddio, e molti se la serbano in vaselli e ampolle, tenendosela in casa per divozione. La state pur dura per insino a' sedici di agosto, e tutto questo tempo è calidissimo, spezialmente il giugno e il luglio, e per tutti questi cotai tempi è sereno e bell'aere, eccetto che alcuni anni se piove o di luglio o di agosto. Da quelle acque procede malvagità di aere, e molti s'infermano d'una acuta e continova febbre, e pochi sono quelli che scampino. La stagione dell'autunno appo loro incomincia a' diciasette di agosto e segue fino a' sedici di novembre, e questi due mesi, cioè agosto e settembre, sono di minor calore; ma pur tuttavia que' dí che si framettono ne' quindici di agosto per insino a' quindici di settembre sono dagli antichi chiamati il forno del tempo, percioché agosto fa maturare i fichi, le melagrane e i cotogni, e secca l'uva. Da' quindici di novembre incomincia la stagione del verno e si estende fino a' quattordici di febraio, e nel suo principio s'incomincia a seminare i terreni del piano; ne' monti s'incomincia l'ottobre. Gli Africani hanno oppenione che nell'anno sono quaranta dí caldissimi, i quali sogliono principiar da' dodici di giugno; cosí all'incontro tengono che ce ne siano altretanti freddissimi, che cominciano a' dodici di decembre. E gli equinozii similmente tengono, e cosí sono, ne' sedici di marzo e ne' sedici di settembre; tengono eziandio che 'l sole ritorni ne' sedici di giugno e ne' sedici di decembre. Cosí questa tal regola è appresso loro, e la serbano sí nell'affitar dei loro poderi e sí nel seminare e raccorre, come nel navicare e nel trovar le stanze e le revoluzion dei pianeti. Ma molte cose pertinenti a ciò e piú utili fanno insegnar con diligenza nelle scole a' fanciulli.
Ci sono ancora molti contadini, e arabi e altri, che senza avere imparato mai lettera alcuna sanno parlar delle cose della astrologia molto copiosamente, adducendo di ciò che dicono ragioni evidentissime. Le regole e la cognizione che essi hanno sono cavate dalla lingua latina e portate nella arabica, e appellano i mesi per gli stessi nomi che gli appellano i Latini. Hanno similmente un gran volume in tre libri diviso, il quale essi chiamano nella lingua loro il Tesoro degli agricoltori, ed è tradotto dalla lingua latina all'arabica in Cordova nel tempo di Mansor, signore di Granata. Il qual libro tratta di tutte le cose che fanno di bisogno alla agricoltura, cioè del tempo e del modo del seminar, del piantare, d'incalmar gli alberi e di contrafare ogni frutto o grano o legume. E maravigliomi molto che appresso gli Africani siano molti libri tradotti dalla lingua latina, i quali oggi non si trovano appresso i Latini. I conti e le regole che tengono gli Africani, e ancora tutti i maumettani, per le cose pertinenti alla fede e alla legge loro tutti sono secondo la luna. E hanno l'anno loro di trecentocinquantaquattro giorni, percioché sei mesi fanno di trenta dí e altri sei di ventinove, il che posto insieme aggiugne alla detta somma. Le feste e i digiuni loro vengono in diversi tempi. L'anno adunque arabo e africano è meno del latino undici giorni, e quelli undici giorni fanno tornar l'anno nostro adrieto.
È da sapere ancora che nelle parti ultime dell'autunno e tutto il verno, ed eziandio alcuna parte della primavera, sono tempi tempestosi e orridi di grandini, di folgori e di saette, e molti luoghi sono in Barberia ne' quali nevica. In quella tre venti che soffiano da levante, da silocco e da mezzogiorno sono molto nocevoli, massimamente il maggio o il giugno, percioché guastano tutti i grani e non lasciano crescere né divenir maturi i frutti. Ancora ai grani fa gran danno la nebbia, e quella piú che si mostra quando fiorisce il grano, percioché alle volte ella dura tutto il dí. Nel monte Atlante l'anno non è piú che due stagioni, percioché d'ottobre insino ad aprile tutti i sei mesi sono verno, e d'aprile fino a settembre tutto è state; ma per tutto l'anno in tutte le sommità del detto monte si trova di continovo neve. In Numidia le stagioni corrono quasi con maggiore velocità, percioché il maggio si colgono i grani e i datteri nell'ottobre; e la metà di settembre con tutto ottobre fino a gennaio è la piú fredda parte di tutto l'anno. Se piove il settembre, i datteri quasi per la maggior parte si guastano e fassene trista raccolta. Tutti i terreni di Numidia vogliono essere adacquati per la sementa, onde, se aviene che non piova in Atlante, tutti i fiumi di Numidia rimangono quasi secchi, di maniera che non possono adacquare i terreni, e non piovendo similmente l'ottobre non bisogna aver speranza di seminar quell'anno; cosí, mancando l'acqua il mese d'aprile, non si può coglier grano nelle campagne. Ma quando non piove è buona raccolta di datteri, e quegli di Numidia stimano molto piú la raccolta dei datteri che del grano, percioché, ancora che egli fosse grandissima abondanza di grano, non perciò sarebbe a sufficienza per la metà dell'anno; ma quando la raccolta dei datteri è buona allora non mancano grani, percioché gli Arabi e i camelleri che seguono il mestieri della mercanzia dei datteri portano infinito grano per farne baratto con essi datteri.
Ancora ne' diserti di Libia, se si mutano le stagioni nella metà d'agosto e se durano le pioggie fino al novembre, ed eziandio per tutto decembre e gennaio e qualche parte di febraio, allora ne segue l'abondanza delle erbe, trovansi per tutta Libia molti laghi, e molta copia di latte. Per questa cagione i mercatanti della Barberia fanno il loro viaggio alla terra negra. In questa le stagioni incominciano piú per tempo e ivi comincia a piovere nel fine di luglio, ma non piove molto, e la pioggia nella terra negra ha questa virtú, che ella né giova né fa danno, percioché alla sementa dei terreni bastano le acque del Niger, le quali crescendo rendono morbidi e fertili tutte quelle campagne non altrimenti che faccia il Nilo nello Egitto. Egli è vero che in alcuni monti fanno di bisogno le pioggie; e il Niger né piú né meno cresce nel tempo che cresce il Nilo, il che è a' quindici di giugno e dura quaranta dí e altretanti decresce. E quando cresce il Niger, puossi discorrer con barche quasi tutti i paesi dei negri, percioché allora tutti i piani e le valli e i fossi diventano fiumi; ma è molto pericoloso il navicar con alcune barche che vi si usano, come nella quinta parte dell'opera abastanza descriverò.
Brevità e lunghezza di etadi.
Per tutte le città e terreni della Barberia le età degli uomini aggiungono per insino a sessantacinque o a settanta anni, e v'hanno pochi che questo numero passino; ma pur si trovano ne' monti della Barberia uomini che forniscono cento anni e alcuni che ve gli passano. E sono questi d'una gagliarda e forte vecchiezza, percioché ho veduto io vecchi d'ottanta e piú anni arar la terra e zappar le vigne, e far con destrezza mirabile tutti gli altri lavori che vi bisognano; e quel ch'è piú, ho veduto nel monte Atlante uomini di ottant'anni entrare in battaglia e combatter valorosamente con giovani, e molti di loro rimaner vincitori. In Numidia ancora, cioè nel paese dei datteri, sono uomini di lunga vita, ma caggiono loro i denti e molto si accorta la vista. Il cader dei denti procede dal continovo uso di mangiar datteri, e lo accortar della vista avviene perché que' paesi sono molto infestati da un vento di levante, il quale movendo l'arena la leva in alto, di maniera che la polvere offende loro molto spesso gli occhi e col tempo gli guasta. Quelli di Libia vivono quasi meno di quelli delle altre regioni, ma gagliardi e sani insino a sessanta anni o d'intorno; è vero che essi sono magri e sottili. Nella terra negra sono le vite molto piú corte di quelle dell'altre generazioni, ma gli uomini stanno sempre robusti e i lor denti sono sempre fermi e a un modo: ma sono uomini di gran lussuria, sí come anco quegli di Libia e di Numidia; e quei di Barberia sono generalmente di minor forza.
Infermitadi che spesse volte accadono agli Africani.
Nel capo ai piccioli fanciulli e ancora alle donne di matura età suol nascere certa tigna, della quale se non con grandissima fatica guariscono. Da dolore di capo molti uomini sono offesi, e questo alle volte lor viene senza alcuna febbre. Dolor di denti similmente non pochi offende, e pensasi che ciò avenga percioché, mangiando essi le minestre calde, dietro di quelle beono acqua fredda. Sono eziandio molestati da doglia di stomaco, la quale per ignoranza chiamano dolor di cuore; torgimenti e passioni di corpo acutissimi a molti intervengono quasi in ciascun giorno, e questo pur per cagione dell'acqua fredda che beono. Sciatiche e dolori di ginocchi sono assai frequenti, e procedono dal sedere spesso sul terreno e dal non portar calze di sorte alcuna. Pochi sono che patiscano difetto di podagre, ma si trovano alcuni signori che l'hanno, percioché sono avezzi a ber vino e a mangiar polli e delicate vivande. Per mangiar molte olive, noci e altri cibi grossi e di niun valore lor nasce la rogna, che ad essi molto è di fastidio. A quei che sono di natura sanguigni, per seder similmente il verno in terra, si move alle volte una fiera e maligna tosse. Pigliasi piacere molte fiate il venerdí, nel quale essendo costume di ragunarsi nei tempi migliaia di persone, quando il sacerdote è su la piú bella parte del predicare, se aviene che un tossa l'altro comincia a tossire e di mano in mano tutti quasi ad un tempo, né cessano insino al fornir della predica, di maniera che al partire nessuno l'ha udita.
Del male che nell'Italia è detto francioso io non credo che in tutte le città di Barberia la decima parte ne sia scampata, e suol venire con doglie, con bolle e con piaghe profondissime; ma molti tuttavia ne guariscono. È vero che nel contado e nei monti d'Atlante quasi niuno è offeso da questo male; similmente in tutta Numidia, cioè pure nel paese dei datteri, non si trova chi l'abbia. Né meno in Libia o in terra negra si ragiona di quello, anzi, se alcuno lo pate, tosto che si conduce in Numidia o nella terra negra, come sente quell'aere si risana e riman netto come un pesce. E io ho veduto con gli occhi miei quasi un centinaio di persone che, senza altri rimedii, per la mutazion sola dell'aere sono guariti. Questo tal male non era prima nell'Africa, anzi in quei luoghi niuno l'aveva sentito nominare, ma ebbe principio nel tempo che Ferrando re di Spagna cacciò di Spagna i giudei. Che, poscia che essi vennero nella Barberia, essendo molti di loro imbrattati, avenne che alcuni tristi e ghiotti Mori usarono con le loro donne e nel presero. D'indi seguitando di mano in mano s'incominciò a infettar la Barberia, in modo che non si trova famiglia che o sia netta o non abbia avuto questo male. E appresso loro per indubitata prova tiensi l'origine esser venuta di Spagna, e cosí gli dicono mal di Spagna; ma quei di Tunis lo chiamano francioso come gli Italiani, tra' quali molto crudele esso si ha fatto sentire per alcun tempo; cosí in Egitto e in Soria, dove cotal nome gli è detto.
Mal di fianco d'alcuni aviene. In Barberia pochi patiscono quel male o difetto che da' Latini è detto ernia; ma nell'Egitto molti se ne dolgono, e alle volte ad alcuni tanto si gonfiano i testicoli che è una maraviglia a vedere. Credesi che tale infermità proceda dal mangiar gomme e molto cacio salato. Il caduco spesse fiate nella Africa accade a fanciulli, ma essi venendo in età guariscono; e hannolo molte donne, massimamente nella Barberia e nella terra negra; ma per isciocchezza quei che sono inoffesi da questo male essi gli tengono spiritati. La peste nella Barberia usa venire in capo di dieci, di quindici o di venticinque anni, e leva quando viene gran quantità di gente, percioché essi non v'hanno niuno riguardo dal detto male né vi usano rimedii, fuori che dove è la ghiandussa sogliono far certe unzioni d'intorno con terra armenica. Questa nella Numidia non si fa sentire se non dopo lo spazio di cento anni, ma nella terra negra ella non vien mai.
Virtuti e cose lodevoli che sono negli Africani.
Gli Africani, cioè gli abitanti nelle città della Barberia e massimamente nella rivera del mare Mediterraneo, sono uomini che grandemente si dilettano di sapere, e si danno con molta cura agli studi: tra' quali quello della umanità e quello delle cose della fede e delle leggi loro tengono il primo luoco. Anticamente usavano di studiar nelle discipline matematiche, nella filosofia ed eziandio nell'astrologia; ma da quattrocento anni in qua, come s'è in parte detto, molte scienzie furono loro vietate dai dottori e dai principi loro, sí come fu la filosofia e l'astrologia giudiciaria. Quelli eziandio che abitano nelle città di Africa sono molto divoti nella fede loro, obediscono ai loro dottori e sacerdoti, e hanno gran cura di saper le cose necessarie di essa fede. Vanno continovamente a fare ordinarie orazioni nei tempi, sostenendo un fastidio da non credere, di lavar per cagione delle dette orazioni molte membra, e alle volte lavano tutto il corpo, come ho meco proposto di dire nel libro secondo della fede e legge maumettana.
Sono ancora gli abitanti nelle città di Barberia uomini ingeniosi, come si vede nell'artificio di belli e diversi lavori, e sono bene ordinati e molto gentili. Sono eziandio uomini di gran bontà, né hanno molto di malizia, e tengono il vero e nel cuore e nella lingua, ancora che negli antichi secoli, come di ciò fanno fede le istorie degli scrittori latini, siano stati altrimenti tenuti. Sono uomini valorosi e di grande animo, massimamente quelli che abitano ne' monti. La fede osservano sopra tutte le cose del mondo, e prima mancarebbe in loro la vita che essi mancassero di quello che hanno promesso. Sono sopra ogni altra cosa gelosissimi, e disprezzano piú tosto la vita che voglino sostenere una vergogna ricevuta per conto delle loro donne. Desiderosi di ricchezza e di onore sono oltra modo. Vanno appresso in tutte le parti del mondo mercatanti, e sono accettati per lettori e maestri in diverse scienzie: se ne veggono di ogni tempo in Egitto, in Etiopia, in Arabia, in Persia, in India e in Turchia, e dovunque essi vadino vengono molto ben veduti e onorati, percioché tutti sono sufficienti perfettamente in quella arte che hanno imparato. Sono ancora onesti e vergognosi, né parlano mai in publico parole disoneste. Il minore rende onore al maggiore e nei ragionamenti e in ogni altra particolarità. E tengono questo buon rispetto, che 'l figliuolo nella presenza del padre o del zio non ardisce ragionar né di amore né di giovane amata; e similmente hanno a vergogna di cantare canzone amorose, ove veggono l'aspetto dei loro maggiori. Se i fanciulli si abbattono per sorte fra ragionamenti pur d'amore, subito si dipartono da quel luogo. E questi sono i buoni costumi e le oneste creanze che sono ne' cittadini di Barberia.
Coloro che abitano ne' padiglioni, cioè gli Arabi e i pastori, sono uomini liberali, pieni di pietà, animosi, pazienti, conversabili, domestici, di buona vita, obedienti, osservatori di fede, piacevoli e di allegra natura. Gli abitanti dei monti ancora essi sono liberali, animosi, vergognosi e onesti nel viver commune. Quei di Numidia sono piú di questi ingeniosi, percioché si danno alle virtú e studiano nella legge loro, ma delle scienzie naturali non hanno molta cognizione; sono uomini esercitati nelle arme, coraggiosi e molto benigni similmente. Gli abitatori di Libia, cioè gli Africani e gli Arabi, sono liberali, piacevoli e ne' bisogni degli amici s'affaticano con tutto il cuore. Veggiono volentieri bene a' forestieri; sono di gran cuore, schietti e veri. I negri sono di vita buona e fedeli, accarezzano molto i forestieri e danno tutto il loro tempo a piaceri e a far vita allegra, danzando e stando le piú volte su conviti e in sollazzi di diverse maniere. Sono schiettissimi e fanno grandissimo onore agli uomini dotti e religiosi. E questi nell'Africa hanno il miglior tempo di tutti gli altri Africani che vi sono.
Vizii e parti biasimevoli che sono negli Africani.
Non è dubbio che queste genti, quante hanno in loro virtú, altretanti vizii non abbiano: ma veggiamo se questi vizii sono piú o meno. I sopradetti abitanti nelle città della Barberia sono poveri e superbi, sdegnosi senza comparazione, e ogni piccola ingiuria scrivono, come si dice, in marmo né mai se la lasciano uscir di mente. Ispiacevoli di maniera che raro è quel forestiere che possa acquistar l'amicizia loro, sono eziandio uomini semplici e crederebbono ogni cosa impossibile. Il volgo è molto ignorante nella cognizion naturale, in modo che tutte le operazioni e moti della natura tengono assaissimi per atti divini. Sono irregolati sí nel vivere come nelle azion loro, soggetti alla colera grandemente, e le piú volte che parlano usano parole superbe e con voce alta, e per le strade communi rara quella fiata che non se ne vegghino due o tre che facciano battaglia con le pugna. Sono di natura vile e appresso i lor signori tenuti in poco prezzo, onde si può dire che un signore faccia molte volte piú conto d'una bestia che d'un suo cittadino. Non hanno né primari né procuratori che gli abbiano a reggere o a consigliare in cosa alcuna cerca al governo. Sono eziandio molto grossi e ignoranti nella mercanzia: non hanno banchi di cambio, né meno chi da una città all'altra dia spedimento alle cose, ma conviene che ogni mercatante sia presso alla sua robba, e dove quella è condotta ivi ne va il padrone. Avarissimi piú di ogni altra cosa, in tanto che si trova gran quantità di uomini che mai non hanno voluto alloggiar forestieri, né per cortesia né per amor d'Iddio; e pochi ancora sono quelli che rendono il cambio a coloro da' quali hanno avuto piaceri. Sono sempre turbati e pieni di maninconia, né porgono volentieri orecchia a piacevolezza niuna, e questo aviene per esser di continovo occupati nelle bisogne del vivere, percioché la lor povertà è grande e i guadagni sono piccoli.
I pastori, cosí dei monti come delle campagne, vivono amaramente delle fatiche delle lor mani e stanno in continova miseria e necessità. Sono bestiali, ladri, ignoranti, né pagano mai cosa che lor si dia a credenza. E di costoro sono in maggior numero i cornuti che d'altra sorte. A tutte le giovani, prima che si maritino, è lecito d'avere amanti e di godersi dei frutti d'amore; e il padre medesimo accarezza l'innamorato della figliuola, e il fratello della sorella, di maniera che niuna porta la virginità al marito. È ben vero che come una è maritata gli amatori non la seguono piú, ma si danno a un'altra. La piú parte di questi non sono né maumettani né giudei, né men credono in Cristo, ma sono senza fede e senza non pur religione, ma ombra di religione alcuna, di modo che né fanno orazione né tengono chiese, ma vivono a guisa di bestie. E se pur si trova alcuno che senta qualche poco di odore di divo