Michele Amari
RACCONTO POPOLARE
DEL VESPRO SICILIANO
Dopo la cacciata de' Borboni dalle regioni meridionali d'Italia
occorre la prima volta in questo anno una commemorazione secolare
della ribellione ch'è stata chiamata il Vespro siciliano (Vespro,
per carità, a modo nostro, non Vespri, alla francese) dall'ora nella
quale il popolo di Palermo, odiosamente provocato, dié di piglio a'
sassi e alle armi. Ognuno comprende pertanto come i siciliani,
seguendo una usanza ormai molto estesa in Europa, voglian celebrare la
vittoria del 1282, or che loro è lecito di farlo e che quello
avvenimento, per lungo tempo tenuto vendetta, strage e nulla più,
apparisce nella Storia come legittima e profonda rivoluzione, ispirata
da un sentimento nazionale comune allora in tutta Italia.
Nessun altro significato ragionevole si potrebbe dare alla solennità
che s'apparecchia per questo, e il più assurdo di tutti sarebbe
supporla non amichevole manifestazione contro la Francia, la quale è
in pace con l'Italia e combatté vittoriosamente con noi e per noi nel
1859; oltreché i comuni interessi politici ed economici consigliano
entrambe le nazioni a rispettarsi e giovarsi a vicenda ed a comporre
d'amore e d'accordo i litigi minori, che a quando a quando sorgono
inevitabilmente tra popoli vicini. Chi conosce, poi, i siciliani può
farsi mallevadore che sapranno celebrare con dignità quel gran fatto
istorico, guardandosi dall'offendere i sentimenti di ogni popolo
civile e deplorando anco il troppo sangue sparso in una età che
inferociva nelle vendette sì come nelle offese.
S'io di ciò non fossi convinto mi sarei astenuto dal partecipare alla
commemorazione pubblicando questo mio racconto popolare. Me ne sarei
astenuto per dovere di buon italiano, e particolarmente per l'onore
della Sicilia, ed anche per gratitudine personale. Nel 1842,
perseguitato a cagion della mia storia del Vespro, mi rifuggii in
Francia, dove uomini come Augustin Thièrry, Thiers, Guizot, Villemain
e parecchi altri statisti e dotti, m'accolsero cordialmente, non
ostante l'argomento del mio libro; ond'ebbi agevolezze a continuare i
miei studi in Parigi e quivi mi furon poi dati non comuni onori
accademici. Tutti compresero ch'io avea voluto proporre al mio paese
un grande esempio di virtù popolare e che se avea mirato a colpire gli
oppressori moderni tirando sopra le teste degli antichi, avea sempre
serbata scrupolosamente e messa in luce la verità istorica.
Or che la mala signoria de' Borboni è morta e sepolta, e che i giovani
a' quali, io giovane, parlava fecero il dover loro nel 1848 e nel
1860, celebriamo lieti e sereni in quest'anno la riscossa del Vespro.
Il racconto popolare col quale mi accingo a descriverla come a me par
che fosse avvenuta, sarà sgombro delle citazioni che erano necessarie
nel mio primo lavoro e nelle successive edizioni, accresciute mercé le
nuove fonti che via via si sono scoperte. E mi studierò a porre nello
stile quella chiarezza che mancò tal volta nel mio primo lavoro,
dettato ad un animo giovanile dalle passioni che bollivano alla
vigilia del Quarantotto.
Richieggo i miei lettori che nell'orgoglio legittimo con cui
ricorderanno l'avvenimento del 1282, si soffermino a riflettere quanto
siano state diverse le sorti di quella generazione e della nostra.
Allora la rivoluzione siciliana, non essendo attecchita nella
penisola, che pur v'era disposta, fruttò alla Sicilia libere
istituzioni, ma non evitò una nuova dominazione straniera, né una
lunga decadenza morale e materiale. Al contrario la riscossa de'
nostri tempi, coordinata al movimento di tutta la nazione, ci ha dato
l'Italia libera ed una, Roma sede del Regno, una dinastia nazionale,
la civiltà in progresso, i commerci ravvivati, le industrie rinascenti
e il papato ristretto ne' confini dell'autorità spirituale, i quali
esso avea rotti da più di mille anni, suscitando guerre civili,
invasioni straniere, scandali sopra scandali e discredito alla stessa
religione.
Roma, primo gennaio 1882
Il giogo che la Sicilia spezzò nel 1282 era stato fabbricato a corte
di Roma; così io la chiamerò piuttosto che "Chiesa", la quale
significa propriamente l'universalità dei fedeli; e non dirò sempre il
papa poiché l'uomo che tien quel seggio ubbidisce più spesso che non
comandi. La corte di Roma, dunque, s'era arrogato, nella confusione
giuridica del medio evo, l'alto dominio delle regioni meridionali
della Penisola, compresavi la Sicilia, che dié nome al regno.
Pervenuto questo per eredità all'imperator Federigo Secondo, capo di
parte ghibellina, i papi che fondavano lor potere su parte guelfa, si
trovarono a fronte quel grande ingegno, superiore al proprio secolo.
Gli mossero guerra spietata. Innocenzo Quarto, uomo da non ceder nella
lotta, venne a tale che, convocato un concilio in Lione (1245),
pronunziovvi la deposizione di Federigo dall'impero e dal regno di
Sicilia. Pur non era facil cosa eseguir la sentenza.
Morto Federigo a capo di cinque anni, Innocenzo riassalì il reame con
quelle armi materiali ch'ei poté muovere e con la dolce parola di
"libertà," con la quale suscitò i popoli a fare repubblica sotto la
protezione della Chiesa, com'egli dicea; ma non portò altro che una
spaventevole anarchia, interrotta nel breve regno di Corrado Primo,
ricominciata peggio dopo la costui morte e quella d'Innocenzo, finché
Manfredi non prese la corona in Palermo. Tra que' turbamenti era
avvenuto che Napoli si reggesse a comune, come Innocenzo voleva o non
voleva: e la medesima forma di governo apparve in Sicilia per due anni
all'incirca (1255-56) sotto Alessandro Quarto.
La quale vicenda dobbiam noi notare particolarmente, perché servì
d'esempio, dopo un quarto di secolo, ne' primi moti del Vespro.
Alessandro mandò da Napoli frati ed epistole a proclamare la
repubblica in Sicilia; dove i popoli gli dettero ascolto, quantunque
avvezzi, come lo provano gli scritti del secolo tredicesimo, a
distinguere l'autorità spirituale dalla temporale, a riverir quella e
diffidar della corte di Roma, risguardandola come principato ostile,
ingannevole, ambizioso e corrotto. Così fatta opinione pubblica de'
siciliani era sì nota, che i francesi poi li chiamarono per ingiuria
"Paterini", nome di una delle sette religiose, che fin dai tempi
d'Arnaldo da Brescia e molto prima aspirarono alla riforma del clero
in Italia. Le città maggiori della Sicilia si lasciarono sedurre
questa volta dalla corte di Roma, perché aveano mal sofferto il
governo duro e fiscale di Federigo, perché le allettò l'esempio delle
città di Lombardia e di Toscana, perché, da un'altra mano, sapean
bambino di due anni (1254) il successor di Corrado Primo, e vedeano
tanti ambiziosi disputarsi la reggenza. "Viva dunque il comune e fuori
il viceré" gridossi in Palermo; poi in Patti, Vizzini, Aidone, Piazza,
Mistretta, Prizzi, Cefalù, Caltagirone, Nicosia, Castrogiovanni: e se
il movimento, in questa, fu represso dalle armi del viceré, Aidone le
respinge; Messina, dov'ei si ritrae, lo scaccia; fa capitan del popolo
Leonardo Aldighieri; poi, volendo un podestà d'altra terra, com'era
uso in Italia, chiama il romano Jacopo da Ponte. Libertà intanto non
significava rispetto dell'altrui libertà: le città grosse voleano lor
seguito di satelliti. I messinesi prendono e demoliscono Taormina,
perché ricusa il dominio loro. Palermo s'insignorisce di Cefalù e
manda oratori al papa, proponendo non sappiam quale assetto di
confederazione. Allor venne, vicario pontificio nell'isola, Ruffino da
Piacenza dei frati Minori; entrando nelle città trovava le strade
sparse di rami d'ulivo e di palme, era salutato per ogni luogo dal
popolo tripudiante: ritornavano gli esuli, alcun de' quali ebbe feudi
dal papa. Coteste allegrezze duraron poco. Prevalendo ormai Manfredi
in terraferma, le armi sue passarono dalla Calabria in Sicilia, dove
molti nobili si sollevarono per lui. Resisteano invano Piazza, Aidone,
Castrogiovanni: Palermo e Messina si sottomessero. L'edifizio
innalzato sull'arena cascò d'un subito; sì che lo scrittore
contemporaneo Bartolomeo da Neocastro lo chiamava una bolla di sapone
("republica vanitatis").
Del resto la corte di Roma non vi avea giammai fatto assegnamento.
Innocenzo fin dai primi istanti che appellava i regnicoli a libertà,
cercò di venderli a nuovi signori oltramontani; e Alessandro continuò
il doppio gioco, mentre mettea su la repubblica siciliana. Lo provano
mille documenti. La corte di Roma negoziò con Arrigo re d'Inghilterra,
profferendo il trono di Sicilia ad un suo fratello e poi ad un
figliuolo: e la pratica fu spezzata perché Arrigo non avea danari da
condurre un esercito in Italia. Tentato allora Carlo, conte di Angiò e
di Provenza, fratello di san Luigi re di Francia, ripugnava la
coscienza del re all'ingiusta aggressione contro Manfredi: ma le corti
di Roma e di Francia seppero dileguare ogni scrupolo: la prima, tira
di qua, tira di là, accomodossi con lo intraprenditore della guerra
circa la estensione del territorio, la somma del tributo e gli
accessori del vassallaggio. E così Clemente Quarto, di nazione
francese, promulgava a dì 25 febbraio 1265 una bolla, per la quale "il
reame di Sicilia e la terra che si stende tra lo stretto di Messina e
i confini degli stati della Chiesa, eccettuata Benevento" furono
concedute in feudo a Carlo ed ai suoi discendenti, per censo di
ottomila once d'oro all'anno (da 480.000 lire nostrali in valor del
metallo ) e servigio militare al bisogno, con molti altri patti intesi
ad allargare la potestà ecclesiastica a scapito della potestà civile
ed a prevenire lo ingrandimento del re in Italia, e con questa
condizione a favore dei regnicoli: che il re mantenesse le franchigie
godute da loro ai tempi di Guglielmo il Buono.
Notisi come furono designati i territori costituenti il feudo. Mancava
a quelli un nome geografico comune, e la espressa distinzione fatta
tra il "reame" e le "altre terre", mostra la diversità del titolo che
la corte di Roma vantava su l'uno e su le altre. Nell'undicesimo
secolo Roberto Guiscardo con l'astuzia sua e con la sua spada tolse la
Puglia ed altri stati a principi cristiani; accettò poi dal papa una
investitura qual che si fosse. Il conte Ruggiero, all'incontro,
conquistò la Sicilia sopra i saraceni; e il suo figliuolo Ruggiero,
impadronitosi della vicina terraferma, prese titolo di re di Sicilia,
duca di Puglia, principe di Capua, e talvolta negli atti suoi
v'aggiunse di Calabria, di Napoli, di Salerno: con titoli così fatti i
papi riconobbero lui ed i suoi successori; ma nessun di questi pagò
mai censo per la Sicilia. Né era nuovo nell'ordine feudale il caso che
un re indipendente prestasse omaggio ad un altro per territori non
appartenenti alla propria corona; né la corte di Roma aveva ancora
preteso nell'undicesimo secolo di far vassalli dei re. Nell'atto,
dunque, del 1265 la cancelleria pontificia non poté nascondere le
vestigie del diritto pubblico primitivo. La finzione legale
dell'investitura del ducato di Puglia non potea valere affatto pel
reame di Sicilia, pel quale la usurpazione torna più flagrante che pei
ducati e i principati.
Apparecchiandosi alla guerra, il conte di Provenza tolse denari in
prestito dal re di Francia, da' propri vassalli, da mercanti toscani e
romani, da un principe castigliano che facea il condottiere in Tunisi,
dal cuoco della sua propria moglie, da chiunque gliene desse molto o
poco, con pegni, con ipoteche, con sicurtà su le decime ecclesiastiche
concedutegli dal papa. Il quale scomunicò di nuovo Manfredi e bandì la
crociata contro il regno, sotto il pretesto che dovea cominciare di lì
chi volesse liberare la Terra Santa. Sappiamo come si giuoca sugli
equivoci. Si volle far credere alle anime timorate di là dai monti,
che vi fosse da combattere in carne e in ossa una vanguardia de'
musulmani occupatori del Santo Sepolcro. Ed ecco i turbanti! Erano i
saraceni di Sicilia, fiera gente, deportata in Lucera un quarto di
secolo avanti dall'imperator Federigo, la quale militò per lui e per
Manfredi, valorosa e fedele, che non avea da temere scomuniche.
L'equivoco de' turbanti riuscì benino nel secolo tredicesimo; uno
scrittore straniero l'ha ripetuto seriamente trent'anni fa; e non
sarei meravigliato che rifiorisse nelle mani di qualche futuro
compilatore di storia. Leggiamo nelle croniche guelfe che la mattina
della battaglia di Benevento, Carlo d'Angiò abbia rinviati gli
ambasciatori di Manfredi con queste parole: "Dite al Sultano di Lucera
che oggi io lo manderò all'Inferno o egli mi manderà in Paradiso". Se
non è vera cosiffatta risposta, esprime il pensiero dominante; prova
quel fanatismo religioso che si mescola volentieri co' più vili
interessi mondani. Noi non chiameremo ipocriti dal primo all'ultimo
quei trentamila tra francesi, fiamminghi e provenzali che vennero in
armi con Carlo d'Angiò; que' guelfi italiani che eseguiron le sue
bandiere; quelle centinaia di migliaia d'uomini e di donne che, di qua
e di là dalle Alpi, aiutarono o applaudirono all'impresa. E pur questa
che altro era se non ladroneccio in grande, aggravato da migliaia
d'omicidi? Qual confessore cristiano avrebbe potuto assolvere chi vi
messe le mani?
Carlo ruppe e ammazzò Manfredi; s'insignorì del reame senza grave
contrasto: se non che, entro un anno, i ghibellini ripigliaron animo
dalle Alpi infino al Lilibeo, e possiam dire infino a Tunisi, donde
mossero, per pratiche de' ghibellini, circa ottocento tra spagnuoli,
tedeschi, africani, toscani e siciliani; i quali sbarcati a Sciacca
(1267) sollevaron quasi tutta l'isola, mentre Corradino venia dalla
Baviera con un forte nodo di cavalli tedeschi, e perfin la città di
Roma si chiariva per lui. Trionfò nuovamente (1268) il valore francese
nella battaglia detta di Tagliacozzo; fu doma dopo fierissime vicende
la Sicilia; i supplizi, le confiscazioni, gl'imprigionamenti, la
caccia ai ribelli, la gara delle spie e dei traditori, ingombrarono i
domini di re Carlo d'ambo i lati dello stretto. Ei deturpò ancora la
vittoria con atti di efferata crudeltà, di quelli che i popoli non
dimenticano giammai. Farò cenno soltanto di tre. Sul campo di
battaglia furon presi de' cittadini romani; il re in persona comanda
di tagliar loro i piedi; ma si ravvede, pensa che ritornando a casa, i
mutilati lo infameranno, lui, senatore di Roma; li fa serrar tutti
insieme in un recinto di mura e bruciar vivi. Guglielmo l'Estendart,
suo capitano, entra per tradimento in Agosta, dove si difendeano
valorosamente mille siciliani e dugento toscani: fa ammazzar tutti
alla rinfusa, combattenti e non combattenti, d'ogni età, d'ogni sesso.
Corradino poi, giovanetto di sedici anni, fuggito dopo la sconfitta,
tradito, preso, è trattato al supplizio in piazza di Mercato a Napoli.
Era la prima volta che l'Europa cristiana vedea cascare sul palco la
testa di un re: e avvenne per comando di un altro re, e connivenza,
per lo meno, d'un vicario di Cristo!
L'unità ricomparsa nella nostra storia con la lega Lombarda, svanita a
capo di due secoli per la formazione degli stati di mezzana grandezza,
risalta più che mai dopo la raccontata vittoria di Carlo d'Angiò,
quando i guelfi ripigliarono lo stato quasi per ogni luogo, ed egli
ambì scopertamente di prenderlo sopra tutti, dove come signore
immediato, dove come protettore. Riebbe il governo di Roma per opera
del papa: fu eletto da lui vicario imperiale in Toscana; la rabbia
delle parti lo chiamò signore in varie città a salto a salto su per la
penisola infino al Piemonte; il quale pericolò forte, confinando con
la Provenza, donde i vicari di Carlo ordian trame contro Genova;
mandarono gente a guastar le terre subalpine che ricusassero di
sottomettersi.
Qua e là, per tutta Italia, già sventolavano le bandiere co' gigli,
s'udivano capitani ed armigeri parlar francese, e si vedeano far da
padroni: donde la coscienza della nazionalità italiana, che avea
prestata sì gran forza a parte guelfa contro i tedeschi, si volse
contro i francesi, i quali la offendeano tanto e più allegramente. Il
sentimento nazionale di quel tempo nol fingiam noi nella nostra
immaginativa, con le idee del secolo diciannovesimo, con gli animi
commossi dagli avvenimenti politici tristi e lieti della nostra vita:
lo veggiamo scaturire dai fatti della storia; lo leggiamo nelle
cronache contemporanee e sian pur quelle del frate Salimbene e di Saba
Malaspina segretario del papa. Che più? Ce l'attestano i nomi delle
due "parzialità", come le dissero, "latina" e "gallica", nate nel
collegio dei cardinali: ché i linguisti non aveano per anco inventata
la razza latina, né i politici n'avean fatto strumento di ambizione.
Il vero sentimento latino opposto a' nuovi dominatori si manifestò
solennemente in un'adunanza tenuta in Cremona il 1269, nella quale
convennero deputati, allora li chiamavano sindichi, delle primarie
città del Piemonte, della Lombardia e dell'Emilia, per deliberare sul
partito che tutte riconoscessero signore Carlo d'Angiò. Allora Torino,
Milano, Bologna ed altre città guelfe dichiararono gradir il re amico,
non signore; onde non si venne a conchiusione. Né furon alcuni guelfi
soltanto que' che aprirono gli occhi; si mise in guardia la stessa
corte di Roma, quasi ascoltando le mistiche ammonizioni attribuite
erroneamente all'abate Gioacchino: "Se la Chiesa si appoggia ai
francesi, prende per bastone una canna che le bucherà la mano". Indi
Gregorio Decimo fece opera a raffrenare la potenza di Carlo; Niccolò
Terzo cercò d'abbatterla; i cardinali si divisero come abbiam detto.
Intanto negli stati ecclesiastici confinanti col regno le popolazioni
non si acquetavano al predominio francese; i cittadini d'Ascoli Piceno
aiutavano gli usciti a fare scorrerie in Abruzzo, ad occuparvi delle
castella. Né i romani poteano conciliarsi con chi per troppa superbia
sdegnava a dissimulare. Si narra che Guglielmo l'Estendart, vicario di
Carlo nell'uffizio di senatore, abbia una volta parlato chiaro a tal
gentiluomo romano che gli rinfacciava quel suo continuo aizzare i
cittadini l'un contro l'altro, donde non potea nascere che la rovina
della città e quindi grave dispiacere del re. "E che ne sai tu ch' ei
se ne dorrebbe? - gli replicò Guglielmo. Or bene, tel dico: ei non
brama altro che di veder annichilito questo popolo maligno, e Roma
divenuta una bicocca". Si era venuto assai prima ad aperta guerra
nell'Italia di sopra, dove Genova ed Asti presero le armi; fecero lega
con Pavia e con Guglielmo Settimo, marchese di Monferrato, poc'anzi
partigiano di Carlo, ma ravvedutosi a tempo. Genova, ancorché abbia
fatta la pace con Carlo, non gli divenne amica mai; gli astigiani non
deposero mai le armi, né il marchese di Monferrato; il quale anzi
attirò nella briga due principi spagnuoli che non avean visto di buona
voglia Carlo d'Angiò farsi signore della Provenza.
Voglio dire Alfonso re di Castiglia e Pietro d'Aragona, i quali, amici
l'un dell'altro contro il solito de' vicini, si accostarono per motivi
diversi a' ghibellini d'Italia: l'un perché sperava sempre la elezione
ad imperator d'Occidente; l'altro perché pretendeva al trono di
Sicilia. Pietro avea sposata (1262) Costanza figliuola di Manfredi;
avea ambita la dignità di senatore di Roma prima che il papa la desse
a Carlo d'Angiò, e salito al trono de' suoi padri dopo la morte di
Manfredi e di Corradino, faceasi innanzi come successore di casa
Sveva.
Carlo stesso gli spianò la via. Quasi non rimanessero a vincere altri
ostacoli alla sua dominazione in Italia, Carlo volle signoreggiare il
bacino orientale del Mediterraneo: carpì in Palestina i miseri avanzi
del reame di Gerusalemme; in Grecia il principato d'Acaia e di Morea;
tentò l'Albania; disegnò in ultimo di togliere l'impero bizantino a
Michele Paleologo, col solito pretesto della religione e il solito
favore d'un papa francese. Il quale a dir vero l'aveva creato egli
stesso, usando violenza in Viterbo al Conclave; poiché temeva non vi
preponderasse la parzialità latina. Il Paleologo allora pensò a' casi
suoi. S'accontò con Pier d'Aragona, per mezzo, com'e' pare, dei
genovesi che trafficavano nel suo stato; i quali videro i loro
commerci di Levante minacciati dal vecchio nemico provenzale e da
Venezia che s'era collegata con lui.
Indí un'altra lega della quale io tengo certissimo il fatto, dubbi
molti particolari, altri falsamente supposti ed anche finti
addirittura. Ne ragionerò più largamente a suo luogo: basti fin qui al
lettore di saper che Pietro d'Aragona armava e trattava per messaggi
col Paleologo; che questi gli fornia danari e più ne promettea; che
Sancio di Castiglia e Pietro e gl'italiani delle provincie meridionali
rifuggiti a corte di Aragona tramavano con quanti nemici vecchi e
nuovi avesse Carlo d'Angiò dalle Alpi fino al Tevere: il marchese di
Monferrato, Corrado d'Antiochia, il conte Guido Novello, Guido da
Montefeltro ed altri capi ghibellini; che infine coteste pratiche son
da supporre estese giù per la terraferma e in Sicilia. Era scopo
comune muover grossa guerra all'Angioino dove e come si potesse; ma
sembra che il disegno non fosse maturo, i luoghi non determinati e le
forze maggiori non pronte, quando il popolo di Palermo, indegnamente
provocato, gridò "Muoiano i francesi!".
Per sedici anni i siciliani al par che i regnicoli di terraferma erano
stati senza tregua spogliati e vilipesi. Non s'era parlato mai più
delle franchigie de' tempi normanni, stipulate nella concessione di
Clemente Quarto, delle quali ognun sapea la più importante, quella che
fu radice del diritto pubblico in Europa e specialmente in Inghilterra
e in Sicilia dal dodicesimo secolo in giù e ne sono germogliate le
odierne istituzioni rappresentative: che la colletta, ossia
contribuzione diretta e generale, fosse consentita in parlamento dai
baroni, prelati, e sindichi, o come oggi si dice, deputati delle
città. Re Carlo non convocò mai parlamenti e levò sempre la colletta
com'ei volle, e spesso non una, ma due volte all'anno; mantenne,
accrebbe, aggravò ancora con la molestia e durezza della riscossione,
le contribuzioni indirette de' tempi di Federico Secondo: gabelle
d'entrata e d'uscita su varie merci, privative di traffichi e
d'industrie, dazi di produzione; sforzò i ricchi a prestar danari al
fisco; a prendere in appalto le entrate regie e in fitto i poderi
demaniali; a cambiar l'antica moneta d'argento con la moneta nuova di
bassa lega ch'ei faceva coniare in Brindisi e in Messina; ad accettar
al valore edittale i suoi "caroleni" d'oro, con minaccia di sentirseli
improntare arroventati su la fronte. Gli agricoltori delle campagne
vicine ai demani regi ebbero in soccio per forza le greggi, perfino i
polli e le api del re; chi non possedeva altro dovea prestargli il
lavoro delle braccia: e tuttociò sotto pena di confiscazioni, multe,
battiture, prigionia. E messo tra parentesi il diritto di proprietà,
usava il re di far bandita nelle altrui possessioni, bandita di caccia
ovvero di pascolo per gli armenti, ch'ei mandava ne' campi, senza
badare se incolti fossero o seminati.
Le angherie e i soprusi del demanio regio si rinnovavano poi in
ciascuno de' feudi conceduti dal re agli avventurieri che lo seguirono
in Italia. Provvide a costoro con le possessioni confiscate a'
ribelli; ricercò e trovò ribelli per confiscare le terre; altri
spogliò cavillando su i titoli de' feudi e su la validità delle
concessioni fatte dagli ultimi monarchi svevi; arrivò a tanto abuso
della legge feudale, da vietare i matrimoni delle eredi finché non
isposassero un francese o non abbandonassero il feudo: della quale
iniquità si muove lamento in una rimostranza indirizzata alla corte di
Roma dopo la rivoluzione. Per tali modi rinnovando in parte il
baronaggio, re Carlo sostituì agli indigeni gli oltramontani, i quali
trattavano i vassalli ad esempio del re e all'usanza de' propri paesi.
Né si dica che gli abusi dei quali allor si fece tanto scalpore
tornino su per giù al sistema feudale. Sistema se si voglia, ma assai
più duro e disumano che il diritto della feudalità siciliana, la
quale, essendo stata istituita allo scorcio dell'undicesimo secolo,
era scevra di molte ingiustizie delle età più barbare che l'avevano
prodotta in Francia. Basti accennare a' "villani", infima classe della
popolazione rurale in Sicilia, i quali godeano diritti ignoti a' servi
della gleba degli altri paesi. Anche i borghesi siciliani erano
avvezzi a franchigie tali che i borghesi di Francia durarono tanta
fatica e sparsero tanto sangue per conquistarle.
Torna, del resto, assai difficile distinguere le innovazioni del
diritto, vero o supposto, dagli abusi di fatto. Li inaspriva e rendea
più intollerabili nel regno l'antagonismo nazionale, il quale v'arse
più forte che nel resto d'Italia, essendo più diretta e permanente la
soggezione ed assai maggiore il numero degli stranieri che
ingombravano il paese: officiali d'ogni grado, famigliari, feudatari e
suffeudatari, soldati mercenari ed anche intere colonie, poiché il re
n'avea fatte venir di Provenza ed istituite con particolari privilegi
nelle città di Lucera e d'Agosta, spopolate da lui stesso. Invece di
sforzarsi a cancellar la distinzione tra vincitori e vinti, come la
giustizia e l'utile suo proprio gli avrebbero consigliato, re Carlo la
ribadì nelle leggi, nella quotidiana amministrazione della giustizia,
nella elezione agli uffizi, nella distribuzione dei favori; la portò
perfino nel Santuario. Quando egli edificò l'abbadia cisterciense di
Scurcola, presso il campo di battaglia dove avea vinto Corradino,
prescrisse nell'atto di fondazione che non vi si ammettessero frati,
se non che sudditi del reame di Francia, o delle contee di Provenza e
di Forcalquier.
Onde ognun vede che viveano nello stesso suolo due genti in istato
permanente di guerra. Gli onori e i comodi appartengono a chi ha in
bocca il linguaggio straniero; agli indigeni fame e strapazzi; e
peggio, se osino lagnarsi. Il re spreme danaro; sfoga la superbia
sopra i sospetti di lesa maestà; li serra nelle spelonche di Castel
dell'Uovo a Napoli; incarcera le madri, i fratelli, le sorelle de'
fuggitivi; proibisce i matrimoni alle figliuole de' feudatari o degli
esuli, quando non gli è benvisto lo sposo: del resto egli abbandona i
sudditi inoffensivi alla cupidigia, alla libidine, ad ogni violenza
degli oltramontani: e questo è quello che non gli perdonano gli
scrittori guelfi contemporanei. Al par che i cronisti di parte
siciliana, essi ci narran cose che sarebbero incredibili, se non si
apponessero ad uomini che odiati riodiavano, disprezzavano e non avean
da temere gastighi: entrar a libito nelle case, cacciandone i padroni;
prendere le masserizie; togliere senza prezzo le derrate; sforzare de'
borghesi a recar pesi in ispalla, a servire i signori a mensa;
obbligare giovanetti nobili a girar lo spiedo in cucina! Peggio di
tutto il piglio licenzioso verso le donne. Il contemporaneo siciliano
Niccolò Speciale scrive che ogni cosa avrebbero sopportato i suoi
compatriotti, se gli stranieri non avessero incominciato a prender
loro le donne: e sembra dalle sue parole che il mal vezzo fosse
oltremodo cresciuto negli ultimi tempi. "Lunga pezza- ei dice - i
nostri patirono le estorsioni, gli esilii, le carceri, le
deportazioni, le ingiurie alle proprie persone e mormorarono
sottovoce; ma quando il furore della gelosia cominciò a ferir il cuore
degli amanti, borbottò il popolo senza timore: pensò di mandare al re
chi lo ragguagliasse di tanta scelleraggine dei suoi. Ma sia occulto
consiglio di Dio, sia forza del Destino, il re fu sordo com'aspide e
non solamente non raffrenò quei malvagi, ma voltossi contro coloro che
esponeano i richiami; li scacciò con tanti vituperi per loro e tante
minaccie di nuovi mali alla Sicilia".
Le esazioni e le vessazioni del fisco passarono ogni misura, quando re
Carlo prese ad armar contro Costantinopoli. Chiamato al servizio
militare chi lo dovea per obbligo feudale e chi nol doveva; arruolati
que' non poteano andare in guerra, ma avean di che riscattarsi;
sforzati contro ogni diritto i baroni a fornire le navi. E n'era
mestieri per mettere insieme cento galee, dugento uscieri, come eran
chiamati i barconi pe' cavalli, e navi grandi quante bastassero a
trasportare dieci mila uomini d'arme e assai più migliaia di fanti.
Per tutti i porti di Sicilia, Puglia, Principato, Terra di Lavoro,
Calabria, si allestivano i legni e al dir di Saba Malaspina i valenti
armaioli di Palermo e di Messina, fabbricavano arnesi per cavalli e
numero infinito di archi, balestre, saette, proiettili d'ogni maniera.
Intanto i feudatari e suffeudatari siciliani ascritti alla milizia si
sentiano propriamente strozzare, dovendo apparecchiarsi a lor proprie
spese ed aspettare che lor fossero pagati tre mesi di stipendio il
giorno della partenza. Allora tra capitale e usura avrebbero consumato
tutto il danaro: e che cosa lascerebbero alle famiglie in Sicilia?
Parlavano di abbandonare i beni, fuggir dal paese. Dicono le croniche
che furono mandati al papa il vescovo di Patti ed un frate
predicatore, per chiedergli che intercedesse a favor de' siciliani
venuti a sì dure strette; che Martino Quarto li respinse; che uscendo
dal palagio pontificio, il vescovo e il frate furono imprigionati
dagli ufficiali di Carlo, rifatto allora senator di Roma. Risaputi
que' richiami, Carlo inviperì; proruppe in minaccie contro i
siciliani; chiunque da Napoli ritornava in Palermo o in Messina,
raccontava che il re volesse cominciar la guerra d'Oriente proprio
dalla Sicilia, cacciarne tutti gli abitatori, dar l'isola a
popolazioni più mansuete. Altri sussurrava che i debitori del fisco
s'avessero a marchiare in fronte e che i bolli eran belli e fatti. Di
certo il lievito fermentava più forte in Sicilia che in terraferma,
sia per la coscienza più profonda della usurpazione di chi avea
conceduto e di chi aveva accettato il regno, sia per la natura degli
uomini meno tolleranti, sia che gli ufficiali trascorressero peggio in
provincie lontane. Palermo, antica capitale, si rammaricava fors'anco
del perduto splendore della corte; le parea vergogna di ubbidire ad un
giustiziere di provincia: e Giovanni di San Remigio, che ultimo tenne
quello uffizio, non par sia stato dei meno molesti. Per rispondere
alla crescente mala contentezza del popolo, egli avea toccata
duramente una corda molto sensibile nel paese, avea vietato ai
cittadini di portar le spade e le lancie, come si usava per onoranza
"ab antico".
Tra così fatte disposizioni degli animi, si celebrò in Palermo la
Pasqua di Risurrezione del 1282. Nella settimana santa era avvenuto
che affollandosi la gente nelle chiese, i famigliari del fisco vi
cercassero dei debitori latitanti, usciti fuori per devozione, con la
speranza che nessuno osasse molestarli in que' giorni, entro l'asilo
delle chiese. Nol curavano gli agenti fiscali; riconoscendo i
debitori, li trascinavan fuori, li ammanettavano, li menavano in
prigione ingiuriandoli: "Pagate, Paterini, pagate!" Chi sa quante
volte coloro che guardavano non
dissero tra sé "un giorno s'ha a finire" dissero ancora in compagnia!
Il 31 marzo, martedì dopo la Pasqua, si solea far gran festa fuor le
mura meridionali della città, nella chiesa di Santo Spirito. Era stata
questa fondata, con un monastero di Cisterciensi, dall'arcivescovo di
Palermo il 1173, e fabbricata in quel bello stile d'architettura, del
quale ammiriam oggi gli avanzi. Vero o falso che sia, leggiamo che
quando se ne gittarono le fondamenta si ecclissò il sole; che
scavandovi si trovò un grandissimo tesoro; che nel monastero ebbe
stanza alcuna volta l'abate Gioacchino Calabrese, personaggio un po'
mitico del dodicesimo secolo, celebre per dottrina scritturale e
profezie. Cent'anni or sono il marchese Caracciolo, uomo culto,
imbevuto delle idee della rivoluzione francese, essendo viceré di
Sicilia e volendo abolire la trista usanza delle sepolture in città,
scelse infelicemente per cimitero pubblico il prato di quella chiesa,
troppo vicino all'abitato: e sia ch'egli pensasse al Vespro o no,
ch'ei ne comprendesse il gran momento storico o lo giudicasse
superficialmente, dié pretesto ad un'accusa molto sottile: ch'ei
voleva gittar lì le ossa de' palermitani per far onta a loro e
vendicare i suoi diletti francesi. Il cholera poi del 1837 riempì le
fosse in men d'una settimana; onde si destinò al riposo de' morti
altro luogo che questo, santificato da due stragi.
Il quale era lieto d'erbe e di fiori il 31 marzo 1282: vi traea gran
popolo dalla città; entravano in chiesa, facean crocchi fuori,
passeggiavano, e com'è usanza ne' dì festivi, anco vi si mangiava, si
bevea, si ballava. Il giustiziere mandò i suoi famigliari a mantener
quivi la pace, come diceasi in linguaggio d'uffizio. E la sola
presenza loro bastava a turbarla. Perché non sollazzarsi anch'essi?
Accostansi alle brigate; entrano senza preamboli nelle danze; prendon
per mano una o un'altra donna; scherzano a modo loro, con parole e
sconci gesti. De' giovani palermitani, e secondo un cronista ve n'era
anco di Gaeta, stando lì a guardare, brontolavano; alcuno ammonì i
famigliari a lasciar chete le donne. "O come? Questi vili Paterini non
oserebbero parlare se non portasser armi. Frughiamoli!". E si mettono
a frugare addosso alla gente: era anco bella l'occasione di vedere se
le mogli portassero sotto i panni i coltelli de' loro mariti. Andava
alla chiesa una giovane avvenente di aspetto signorile, co' suoi
parenti, con lo sposo. Droetto, famigliare del giustiziere, le si fa
incontro per cercare armi; le caccia la mano in petto: secondo Niccolò
Speciale l'insulto fu più sconcio. A tant'oltraggio la donna stette
per cascare svenuta; la sostenne lo sposo, e in un batter d'occhio un
giovinotto, strappata la spada dal fianco a Droetto, gliel'immerge nel
ventre. Gli astanti urlarono: "Muoiano i francesi" e il grido, come
voce di Dio, dice uno scritto d'allora, tuonò per tutta la campagna.
Con sassi, coltelli, bastoni si gittano addosso ai francesi. Di questi
improvvisi movimenti, quasi scoppio di mina quando vi passa la
scintilla elettrica, son piene le memorie di Palermo dal decimo secolo
infino a' nostri giorni. Seguì breve zuffa, e di dugento francesi non
ne scampò un solo.
Corsero in città i sollevati, gridando sempre "Muoiano i francesi;
muoiano i tartaglioni" e quanti ne vedeano li metteano a morte. La
tradizione porta che nel dubbio s'alcun fosse straniero, lo sforzavano
a dir "ciciri"; e chi falliva nella pronuncia era spacciato. Una turba
assalisce il palagio del giustiziere, irrompe, ammazza le guardie: nel
trambusto Giovanni da San Remigio si sottrasse ferito in volto, montò
a cavallo col favor della notte; prese la via di Vicari, accompagnato
da due soli famigliari. Per tutta la città continuavano le uccisioni
la notte e la dimane: si cercavano a morte gli oltramontani nelle
case, ne' conventi de' frati Minori e de' Predicatori, sotto gli
altari: le vittime sbalordite non si difendeano. Narrasi che alcun
porse la propria spada agli assalitori; un altro, scoperto nel
nascondiglio, si aprì la strada, ne uccise tre e cadde con loro. Tra i
vendicatori della carnificina d'Agosta vi fu chi lavossi proprio le
mani nel sangue: scannavan le donne, perfino le incinte; spararono il
corpo a donne siciliane per trovar la prole de' francesi e spegnerla
pria che venisse alla luce. Perirono duemila francesi in quel primo
impeto, né ebbero sepoltura. Poi furono scavate delle fosse qua e là,
perché i morti non appestassero i viventi; alcune delle quali erano
additate ancora nel sedicesimo secolo presso la chiesa di san Cosma e
Damiano; il sito d'un'altra fu segnato, non sappiam quando, con un
colonnino sormontato di una croce di ferro: il qual rozzo monumento
dal centro della odierna piazza Valguarnera fu poi tirato in un canto
e rimasevi lungo tempo; ma in oggi è stato rimesso a posto con una
nuova croce di pietra.
In mezzo a' raccontati orrori alcuni savii pensarono all'avvenire. La
stessa notte il popolo di Palermo, convocato a parlamento, disdice per
sempre il nome regio; statuisce di reggersi a comune sotto la
protezione della Chiesa, come s'era fatto il 1255; elegge a capitan
del popolo Ruggiero Mastrangelo, nobil uomo, e gli aggiugne dei
consiglieri. S'innalzò il vessillo dell'aquila palermitana. Raccolto
un grosso d'armati, si uscì in traccia del viceré.
Il quale, giunto in sulla mezza notte a Vicari, mal poté dissimulare
ciò ch'era successo in Palermo. Chiamò alle armi i feudatari de'
contorni; talché trovossi tanto o quanto preparato, quando comparvero
i palermitani, che s'eran messi a inseguirlo e lor s'erano
accompagnati degli uomini di Caccamo. Gl'intimavano di deporre le armi
egli e i suoi, offrendo salva la vita se diritto s'imbarcassero per
Acquamorta di Provenza. Spregiando quegli assalitori disordinati, uscì
il cavalier francese co' suoi uomini d'arme, e li metteva in fuga,
quando d'un subito si arrestano, si guardano in viso: "Muoiano i
francesi" e li ricacciavano entro il castello. Il viceré allora
ripigliò le pratiche della resa, affacciossi al muro; ma tra proposte
e risposte que' di Caccamo lo trafissero con le saette; scalarono
tutti quanti il muro e uccisero i francesi ch'eran dentro.
Parmi verosimile che quel giorno o il seguente si fossero sollevate
altre terre; prima, di certo, Corleone, colonia lombarda, la quale
avea testé sofferti aggravi grandissimi, per cagione de' contigui
poderi del re. Corleone fu sì pronta alla rivoluzione, che il 3 aprile
gli ambasciatori suoi non solo erano venuti in Palermo, ma avevano
formato una lega, della quale ci rimane il testo originale in
pergamena, e conferma i particolari che i cronisti più autorevoli ci
danno circa gli ordinamenti e gli uomini surti in que' primi giorni
della riscossa.
Leggiamvi che Ruggiero Mastrangelo, Arrigo Baverio (Barresi?) Niccolò
d'Ortilevo Militi e Niccolò d'Ebdemonia, tutti e quattro capitani del
popolo di Palermo, insieme col giudice Iacopo Simonide baiuolo della
città e coi consiglieri, ch'erano il giudice Tommaso Grillo, il
giudice Simone de Farrasio, Perrono di Caltagirone, Bartolotto de
Milite, il notaio Luca de Guidayfo, Riccardo Fimetta Milite e Giovanni
de Lampo, stipularono a nome del comune di Palermo unione, fedeltà e
fratellanza col comune di Corleone; scambievole aiuto con arme,
persone e danari; reciprocità di cittadinanza e di franchigia dalle
gravezze: e Palermo promettea speciale aiuto a Corleone nel
distruggere il vicin castello di Calatamauro, del quale rimangono
ancora le rovine in sito fortissimo. Il popolo di Palermo, adunato di
nuovo a parlamento, aveva assentita così fatta lega, a proposta degli
oratori di Corleone, per nome Guglielmo Basso, Guillone de Miraldo e
Guglielmo Corto. La giurarono questi sul vangelo insieme co' capitani
del popolo e coi consiglieri di Palermo nominati dianzi, e se ne stese
all'uso d'allora atto pubblico per man di notaio.
Nel medesimo tempo i corleonesi avean fatto capitan del popolo un
Bonifazio, patriotta ardente, com'ei sembra alle parole che gli
attribuisce un cronista ed a' fatti che narra di lui: che messosi alla
testa di tremila uomini occupò con molta uccisione le castella
all'intorno; dié il guasto ai poderi demaniali; s'impossessò delle
torme di cavalli nutriti per la guerra contro i greci; li adoperò
contro i francesi e venne ansioso in Palermo a incalzar l'opera che
fervea tanto ed a lui parea tiepida.
Perché molte popolazioni del Val di Mazara avean dato sì addosso ai
francesi, come riseppero il tumulto di Palermo, ma temean di fare il
secondo passo e disdir l'obbedienza a re Carlo, e Calatafimi ancorché
vicina, manteneasi fedele al feudatario Guglielmo Porcelet, ch'era
stato sempre giusto e benigno coi vassalli. Per ventura non durò a
lungo la esitazione: le terre liberatesi dagli oppressori nominarono
ad una ad una i lor capitani di popolo; armarono gente, e mandarono
sindichi in Palermo.
Verso la metà d'aprile, ché il giorno per l'appunto non cel dice
nessuno, s'adunarono nell'antica metropoli pressoché tutti i
rappresentanti della Sicilia occidentale, e vi si trovò una grande
accolta delle turbe d'armati, le quali, dopo aver gridato una qua una
là per due settimane "Morte ai francesi", intonavano or tutte insieme
la necessaria variante: "Morte pria che servire a' francesi", e
seppero mantener la seconda parola come la prima. Il parlamento
decretò, senza arringhe, credo io, la costituzione in repubblica sotto
il nome della Chiesa; gli rispondea dalla piazza la maschia voce del
popolo: "Evviva, libertà e buono stato!". Ruggiero Mastrangelo e
Bonifazio da Corleone allora mostrarono al parlamento ch'era uopo
accompagnar nuovi fatti a quelle nuove parole; unir tutta quanta la
Sicilia per amore o per forza; mandare immediatamente eserciti che
corressero l'isola a questo effetto; apparecchiarsi a respingere Carlo
d'Angiò, il quale non avrebbe tardato guari ad assalire il paese.
Deliberato unanimemente di far oste, il popolo echeggiò: "Andiamo,
andiamo!". Si divisero in tre schiere, una delle quali mosse sopra
Cefalù, l'altra per Castrogiovanni, la terza per Calatafimi. Levavano
una insegna con le chiavi di san Pietro dipinte su i margini, e
l'aquila di Palermo, credo io, nel campo. Arrivati i palermitani a
Calatafimi, Porcelet aprì loro le porte sotto fede di ritornarsene
diritto in Provenza. Fu onorato e scampò egli e i suoi. Le altre due
schiere percorsa la regione occidentale e la meridionale dell'isola,
aiutaronvi il movimento, che fu accompagnato per lo più da stragi: i
francesi a' quali la sorte concesse di scampare, si rifuggivano in
Messina, spogliati bensì d'ogni cosa. Sperlinga e poche altre castella
tennero fermo, poi si arresero alla spicciolata.
Dell'ordinamento politico in questo periodo sappiam da Saba Malaspina
che furon fatti dei capitani: Simon di Calatafimi nei "Monti de'
lombardi"; Giovanni de Foresta in Lentini; Santoro di Lentini in Val
Demone e nella pianura di Milazzo; un messer Alamanno in Val di Noto e
molti altri nobili in altre regioni e terre, dice il cronista.
Sembrano dunque dei capi militari, eletti dalle leghe che si formavano
qua e là a seconda di circostanze locali tra i borghesi delle città e
terre più grosse, le quali chiamarono talvolta al comando uomini delle
famiglie nobili per la reputazione loro nelle armi. "Monti de'
lombardi" mi par che in quel tempo significhi una parte degli odierni
circondari di Piazza Armerina e di Nicosia, con qualche appendice
nella valle dell'Alcantara e qualche altra sopra ambedue le pendici
dell'Appennino siculo, poiché nei ricordi del secolo precedente erano
appellati lombardi gli uomini di Randazzo, Capizzi, Nicosia, Maniaci,
e vanno aggiunti di certo que' di Aidone e di San Fratello, a cagion
del parlare affine al dialetto del Monferrato, dalla quale provincia
d'Italia mosse già una corrente di emigrazione verso la Sicilia allo
scorcio dell'undecimo secolo. Io n'ho discorso più particolarmente
nella "Storia dei Musulmani di Sicilia". Non è uopo avvertire che
Corleone, della quale abbiam detto di sopra, rimanea fuori de' Monti
de' lombardi, sendo lontano il sito, e la gente venuta da altre
provincie dell'Alta Italia nella prima metà del secolo decimoterzo. I
documenti poi non suppliscono al silenzio de' cronisti circa questo
primo imperfetto ordinamento o necessario disordine della rivoluzione.
Ma chi badava a notare i particolari d'un governo provvisorio, quando
un sol pensiero preoccupava tutti gli animi: che farà Messina?
Surta a vista della Terraferma, su quel mirabile porto che dava
ricetto ai navigli quasi pronti all'impresa di Costantinopoli, Messina
col suo popolo numeroso, dedito al mare, ricco, vivace, risoluto, era
arbitra delle sorti, nel duello mortale imminente tra la Sicilia e
Carlo d'Angiò. Parteggiavano per costui famiglie messinesi potenti,
come quella De Riso; sperava Carlo nella rivalità che corse tra
Palermo antica capitale e Messina, or sede del suo vicario nell'isola.
E par ch'egli abbia cercato di attirarsi altri autorevoli cittadini
non tanto amici, poiché leggiamo che nel dì stesso nel quale si compì
la rivoluzione di Messina v'era tornato dalla corte di Napoli, insieme
con Matteo e Baldovino De Riso, Bartolomeo Mussone, magistrato
principale della città.
All'incontro la comune avversione allo straniero, la comune
afflizione, i commerci frequenti, ravvicinavano gli animi nelle due
città maggiori della Sicilia; molti messinesi che godeano privilegio
di cittadinanza in Palermo vi aveano di certo amici e negozi. E le
pratiche tra le due città non tardarono. Ci rimane il testo d'una
lettera latina data il 13 aprile e tutta cucita di frasi bibliche, la
quale par sia stata veramente spacciata dai palermitani ai messinesi:
e questi se non la capivan tutti, eran tutti convinti da molto tempo
che dicesse il vero e consigliasse il solo partito giusto e savio che
rimaneva a tutti i siciliani. La capì meglio d'ogni altro il popolo
minuto: i popolani grassi che sapean forse il latino, voleano e non
voleano, e non osavano contrastare ad Erberto d'Orleans, vicario del
re.
Erberto fece salpare immantinente contro Palermo il prode marinaio
messinese Riccardo De Riso con sette galee della città e quattro
d'Amalfi: l'armatetta, arrivata ch'essa fu, bloccava il porto
osteggiava la città quanto potea; le ciurme gridavano le lodi di re
Carlo, con tante minaccie contro i ribelli. E questi, zitti, a
innalberar su le mura la croce messinese allato all'aquila
palermitana. Gli amici poi mandavano a dire agli amici che non si
risponderebbe alle ingiurie né ai colpi. "Ma perché veniano addosso ai
fratelli i quali, ispirati da Dio, aveano impreso a liberar se stessi
ed anche loro dalla servitù?". Non mi sembra inverosimile che la