Anonimo romano
Vita di Cola di Rienzo
Prologo e primo capitolo
dove se demostra le rascione per le quale questa opera fatta fu
Dice
lo glorioso dottore missore santo Isidoro, nello livro delle
Etimologie, che lo primo omo
de
Grecia che trovassi lettera fu uno Grieco lo quale abbe nome Cadmo.
'Nanti lo tiempo de
questo
non era lettera. Donne, quanno faceva bisuogno de fare alcuna cosa
memorabile,
scrivere
non se poteva. Donne le memorie se facevano con scoiture in sassi e
pataffii, li
quali
se ponevano nelle locora famose dove demoravano moititudine de iente,
overo se
ponevano
là dove state erano le cose fatte: como una granne vattaglia
overo vettoria [...]
tristezze,
disconfitte inscolpivano [...] e aitri animali in sassi overo iente
armata, in segno de
tale
memoria. E queste sassa fonnavano in quelle locora dove le cose fatte
erano, in segno
de
perpetua memoria. Livro non ne facevano, ché lettera non se
trovava appo li Grieci. E
questo
muodo servaro li Romani per tutta Italia e in Francia e massimamente
in Roma; ché,
facenno
asapere alli loro successori [...] loro fatti, fecero arcora
triomfali in soli[i]s con
vattaglie,
uomini armati, cavalli e aitre cose, como se trova mo' in Persia e in
Arimino. Da
poi
che Cadmo comenzao a trovare le lettere, la iente comenzao a scrivere
le cose e·lli fatti
loro
per la devolezza della memoria, e massimamente li fatti avanzarani e
mannifichi: como
Tito
Livio fece lo livro dello comenzamento de Roma fino allo tiempo de
Ottaviano, como
scrisse
Lucano li fatti de Cesari, Salustio e moiti aitri scrittori non
lassaro perire la memoria
de
moite cose antepassate de Roma. Dunqua io, lo quale [...] mea
ientilezza, como piaciuto
ène
a Dio, aio vedute cose de moita memoria per la loro granne
escellenzia de novitate in
questo
munno, lassaraio passare queste cose senza alcuna scrittura? Certo
non fora
convenevole
che de esse remanga tenebre de ignoranzia per pigrizia de scrivere.
Anche ne
voglio
fare speziale livro e narrazione. L'opera ène granne e bella.
Questo affanno prenno
per
moite cascione. La prima, che omo trovarao alcuna cosa scritta la
quale se revederao
avenire
in simile, donne conoscerao che·llo ditto de Salamone ène
vero. Dice Salamone:
"Non
è cosa nova sotto lo sole, ché cosa che pare nova stata
è". L'aitra cascione de questo
ène
che qui se trovarao moito belli e buoni esempî; donne porrao
omo alcuna cosa
pericolosa
schifare, alcuna porrao eleiere e adoperare, sì che lo leiere
de questa opera non
passarao
senza frutto de utilitate. La terza cascione ène che aio
respietto alla magnificenzia
de
questa novitate, como de sopra ditto ène; ché cosa de
poco essere omo non cura,
lassala
stare, cosa granne scrive. La quarta cascione ène quella che
mosse Tito Livio. Dice
Tito
Livio nella prima decada e fao menzione de Alisantro de Macedonia:
quanta iente abbe
da
pede e da cavallo, quanto tiempo durao soa signoria, quanto se stese
per lo munno. E
dice
che soa grannezza fu nulla cosa in comparazione de Romani. Questo
dicenno
responne
ad una questione la quale omo li potria fare e dicere: "Innello
narrare le istorie de
Romani
como te impacci delli fatti de Alisantro?" Responne Tito Livio e
dice: "Questo faccio
per
ponere requie allo animo mio". Quasi dica: "Lo animo mio
ène stimolato de scrivere
questa
materia. Voglione toccare. Puoi me se posa consolato lo mio animo".
Così dico io:
"L'animo
mio stimolato non posa finente dio che io non aio messe in scritto
queste belle
cose
e novitati le quale vedute aio in mea vita". La quinta cascione
ène anche quella che
scrive
Tito Livio nello proemio dello sio livro, nella prima decada. Dice:
"Mentre che sto
occupato
a scrivere queste cose, so' remoto e non veggo le crudelitati le
quale per tanti
tiempi
la nostra citate hao vedute". Così dico io: "Mentre
che prenno diletto in questa opera,
sto
remoto e non sento la guerra e li affanni li quali curro per lo
paese, li quali per la moita
tribulazione
siento tristi e miserabili non solamente chi li pate, ma chi li
ascoita". Quello che
io
scrivo sì ène fermamente vero. E de ciò me sia
testimonio Dio e quelli li quali mo' vivo con
meco,
ché le infrascritte cose fuoro vere. E io le viddi e sentille:
massimamente alcuna cosa
che
fu in mio paiese intesi da perzone fidedegne, le quale concordavano
ad uno. E de ciò io
poneraio
certi segnali, secunno la materia curze, li quali fuoro concurrienti
con esse cose.
Questi
segnali farrao lo leiere essere certo e non suspietto de mio dicere.
Anche questa
cronica
scrivo in vulgare, perché de essa pozza trare utilitate onne
iente la quale
simplicemente
leiere sao, como soco vulgari mercatanti e aitra moita bona iente la
quale per
lettera
non intenne. Dunqua per commune utilitate e diletto fo questa opera
vulgare, benché
io
l'aia ià fatta per lettera con uno latino moito [...] Ma
l'opera non ène tanto ordinata né tanto
copiosa
como questa. Anche questa opera destinguo per capitoli, perché
volenno trovare
cobelle,
senza affanno se pozza trovare. [...]
Cap. II
Como Iacovo de Saviello senatore fu cacciato de Campituoglio per lo puopolo, e della cavallaria de missore Stefano della Colonna e missore Napolione delli Orsini.
Dunqua
da quale novitate comenzaraio? Io comenzaraio dallo tiempo de Iacovo
de Saviello.
Essenno
senatore solo per lo re Ruberto, fu cacciato da Campituoglio dalli
scendichi. Li
scendichi
fuoro Stefano della Colonna, signore de Pelestrina, e Poncello de
missore Orso,
signore
dello Castiello de Santo Agnilo. Questi se redussero nello Arucielo
e, sonata la
campana,
fecero adunare lo puopolo, la moita cavallaria armata e li moiti
pedoni. Tutta
Roma
stava armata. Bene me recordo como per suonno. Io stava in Santa
Maria dello
Piubico
e viddi passare la traccia delli cavalieri armati li quali traievano
a Campituoglio. Forte
ivano
regogliosi. Moiti erano, e bene a cavallo e bene armati. L'uitimo de
quelli, se bene me
recordo,
portava una iuba de zannato roscio e una scuffia de zannato giallo in
capo, una
mazza
a cavallo in mano. Passavano per la strada ritta, per la posana,
donne demorano li
ferrari,
da canto a casa de Pavolo Iovinale. La traccia era longa. La campana
sonava. Lo
puopolo
se armava. Io stava in Santa Maria dello Piubico. A queste cose
poneva cura.
Iacovo
de Saviello senatore stava in Campituoglio. Erase stecconiato
intorno. Non vaize
niente
sio infortellire, ché sallo su Stefano, sio zio, e Poncello
scindichi de Roma, e
doicemente
lo presero per mano e miserollo a valle, acciò che non avessi
pericolo nella
perzona.
Fu alcuno che penzao e disse: "Stefano, como puoi fare tanta
onta a tio nepote?"
La
resposta de Stefano fu superva, disse: "Con doi denari de cerase
lo rappagaraio". Mai
questi
denari non se trovaro. Anche comenzo io dallo tiempo che questi doi
baroni fuoro fatti
cavalieri
per lo puopolo de Roma, bagnati de acqua rosata per li vintiotto
Buoni Uomini in
Santa
Maria de l'Arucielo a granne onore. L'uno fu chiamato missore
Stefano, l'aitro missore
Napolione.
Granne fu la festa, granne fu l'onore là in Campituoglio.
Nella piazza de Santa
Maria
fuoro spase trabacche e paviglioni. Là erano tromme e
ceramelle e onne instrumento.
Vedesi
rompere de aste, currere de cavalli e pettorali de sonaglie. Moite
erano le banniere.
Più
erano le reconoscianze. Moita se faceva festa. Moito li fu fatto
onore. Nella chiesia de
Santa
Maria de l'Arucielo stavano doi lietti, li più onorati. Ben
pareva cosa reale. Queste
cose
me recordo como per suonno. Currevano anni Domini MCCC [...] li
sopraditti cavalieri
bagnati
ne iero allo re Ruberto a Napoli, lo quale li cenze la spada; la
quale cosa moito
despiacque
allo romano puopolo. Certo da queste cose io non comenzo; ca, benché
così
fosse,
io era in tanta tenerezza de etate, che conoscimento non avea
elettivo. Anco voglio
comenzare
da cosa de più aitezza. Incomenzaremo collo nome de Dio dalla
sconfitta dello
principe
della Morea, la quale fu per questa via.
Cap. III
Como fu sconfitto lo principe della Morea a porta de Castiello Santo Agnilo, e como fu trovato Guelfo e Gebellino, e delle connizione de Dante e que fine abbe soa vita.
Currevano
anni Domini MCCCXXVII, dello mese de settiembro, nella viilia de
santo Agnilo de
vennegne,
quanno fatta fu la granne sconfitta per li Romani a porta de
Castiello; la quale fu
per
questa via. Li elettori dello imperio nella Alamagna liessero
Ludovico duce de Bavaria in
imperatore,
lo quale non fu obediente a papa Ianni, como se dicerao. Quanno la
venuta de
questo
elietto a Roma fu intesa, papa Ianni, lo quale era in quello tiempo,
e Ruberto re de
Apuglia
se provedevano de pararese a soa venuta. Dunqua de loro commannamento
missore
Ianni della Rascione, principe della Morea, frate dello re Ruberto, e
missore Ianni
Gaietano,
legato in Toscana, se muossero con iente moita a Roma per fare
contrasto e
reparo.
La adunanza fu fatta nella citate de Nargne. La iente fu moito bella
e bene acconcia.
Setteciento
fuoro li cavalieri, pedoni senza fine. Tutti li baroni de casa Orsina
erano con
essi:
missore Napolione, cavaliero noviello dello puopolo, Bertollo de
Francesco dello Monte,
nepote
dello legato, canfione della parte guelfa, missore Antrea de Campo de
Fiore e moiti
aitri.
La iente ne veniva grossa e smesurata per occupare Roma. Romani, in
semmiante de
fare
buono scudo, se 'nantipararo e fecero capitanio dello puopolo uno
vertuosissimo
barone
de casa della Colonna - Sciarra fu sio nome -, lo quale fu delli più
dotti e savii de
guerra
che in quello tiempo fussi. 'Nanti che lo legato approssimassi,
Sciarra abbe tutte le
fortezze
de Roma. Bene abbe Castiello Santo Agnilo. Puoi ordinao lo puopolo e
fece
caporioni.
Fece capo vinticinque, tutti romani. Ordinao tutti conestavili. Moito
li teneva
solliciti.
Bene guardava le porte. Spesso faceva parlamento. Moite spie avea.
Iacovo
Saviello,
Teballo Santo Stati e moita baronia collo puopolo era. Quanto la
venuta dello legato
più
approssimava, tanto li Romani stavano più solliciti. Ecco che
la notte della viilia de santo
Agnilo
fuoro ionti in Roma. E entraro nella citate Leonina, non per la
porta, ché se guardava,
ma
entraro per lo muro rotto. Ruppero lo muro quale stao sotto le
Incarcerate e, dato quello
muro
per terra, fecero uno granne guado in fronte allo pozzo e per quella
così fatta via
tradussero
loro banniere, loro legioni de iente. Entrati, occuparo da porta de
Castiello fi' a
Santo
Pietro. Tutto era copierto de iente armata. Bene sonavano tromme e
trommette,
naccari
e cerammelle. Gran festa facevano. Bene scrissero lettere della
entrata de Roma.
Fra
tanto la porta dello brunzo stava enzerrata. Quanno Sciarra, lo
franco capitanio, sappe
che
la iente era ionta, non se dubitao niente, anco se armao e fece
sonare la campana a
stormo.
Mesa notte era e forza lo primo suonno. Uno vanno con tromme mannao
per la
terra,
che onne perzona fosse armata, ca·lli nemici erano entrati in
Puortica, e che
traiessino
a Campituoglio. La iente che dormiva subitamente se sviglia. Ciascuno
prenne
arme.
Coscia abbe nome lo vannitore. La campana sonava terribilemente. La
iente trasse a
Campituoglio.
Là traie la baronia e·lli populari. Lo buono capitanio
parlao e disse ca venuti
erano
per entrare in Roma, per mozzare le zinne delli pietti delle donne de
Roma. Moito
inanimao
la iente. Poi partìo la iente in doi parte. De l'una parte fu
capo esso, dell'aitra fu
capo
Iacovo de Saviello, lo quale fu mannato alla porta de Santo Ianni,
quale se dice porta
Maiure.
E questo perché sapeva ca quella iente se era partuta e veniva
da doi porte, parte
da
porta Castiello, parte da porta Maiure. Ma non venne così, ca,
como Dio voize, fu dato lo
dìe
de santo Agnilo. Quelli intesero lo dìe po' santo Agnilo.
Donne la cosa venne falluta, ca
non
vennero alle porte ad uno ponto né ad uno dìe. Quanno
Iacovo ìo alla porta, non trovao
alcuno.
Là se tenne senza alcuno impaccio conestavilito. Dall'aitra
parte cavalca Sciarra
con
sio confallone. Granne ène la cavallaria. Sette rioni se
abiaro denanti armati.
Esmesurato
era lo puopolo. Ionze a ponte de Santo Pietro. Io me recordo che in
quella notte
uno
cavalieri romano armato, essenno cavalcato a ponte, odìo una
trommetta de nimici.
Volenno
fuire tramazzao da cavallo. Lassao lo cavallo e vennesene a pede.
Sacci ca non
abbe
carestia de paura! Quanno lo puopolo fu ionto a ponte, allora se
faceva dìe. Era la
aurora.
Allora Sciarra commannao che·lla porta dello brunzo fossi
operta. La folla era
granne.
Moito fuoro storditi li nimici, vedenno per lo ponte li moiti
pennoncielli. Sapeno ca
onne
pennone avea venticinque uomini. Ora se opere la porta. Lo rione
delli Monti vao
denanti.
Allocase lo puopolo per li puortichi, per la piazza de Castiello. Là
erano schierati li
sollati
e l'aitre iente. Ora vedese currere de cavalli. L'uno lo broccia de
sopra a l'aitro. Chi
dao,
chi tolle. Tromme sonavano de·llà e de cà.
Granne è lo romore, granne è lo stormo. Chi
dao,
chi tolle. Sciarra e missore Antrea de Campo de Fiore se infrontano
insiemmori e sì se
villaniaro
forte. Puoi se ruppero aduosso le aste. Puoi se colpiavano delle
spade. Non ne
voleva
la vita l'uno de lo aitro. Intanto se departiero e tornaro a loro
iente. Vedese ferire,
lanciare
e prete iettare. Ben pare che fossi stormo crudele. Lo puopolo de
Roma vao 'nanti e
reto
como onna de mare. Ma li nimici daienno lato, li Romani se allocaro
fi' a mesa la
piazza.
Là fu fatta una novitate così. Uno, lo quale avea nome
Ianni Manno de Colonna,
portava
lo confallone dello puopolo de Roma. Como ionze allo pozzo lo quale
stao in quella
piazza
denanti alle Incarcerate, donne era rotto lo muro, prese questo
confallone e iettaolo
nello
pozzo. E questo fece per dare uitima sconfitta allo puopolo de Roma.
Bene debbe lo
traditore
perdire la vita. Non perciò perdìo vigore lo Romano,
ché ià lo principe dava a reto.
Ora
vedese fuire, ora vedese commattere. Là se pare chi ène
figlio de bona mamma.
Sciarra
della Colonna forte conforta soa iente e fece una notabile cosa, che
la soa
sopravesta
cagnao in poca ora. Granne senno lillo fece fare. Granne parte dello
puopolo
passao
canto lo fiume, dallo lato de Santo Spirito. Là per la folla
affocati fuoro cinque pedoni
romani.
Anco là fu un'aitra novitate. Uno granne omo de Roma - Cola de
madonna
Martomea
delli Aniballi avea nome - fu perzona assai ardita, iovine como
acqua. Coize
audacia
de volere prennere per la perzona lo principe. Speronao lo destrieri
e ruppe la forte
schiera
dove stava affasciato lo principe. Venneli denanti e destese la mano
per pigliarlo.
Bene
se ne·llo credeva menare; ma non respusero le mesure, ca·llo
principe li menao de
una
mazza de fierro e ferìo lo cavallo. La potenzia dello
destrieri dello principe fu tanta che
recessava
a reto Nicola e recessannose a reto Nicola, non abbe sufficiente
spazio lo sio
cavallo.
Donne li piedi dereto li vennero meno e cadde in quello fossato lo
quale stao in
fronte
alla porta dello spidale de Santo Spirito, lo quale ène fatto
per defesa de l'uorto. In
quello
fossato lo cavallo e esso, credennose retornare, caddero menati a
forza dalli cavalli
dello
principe, e là fu occiso. Granne fu la tristizia che Roma abbe
de così inclito barone.
Allora
se fiariao lo puopolo. Lo principe deo a reto. Inchinao soa schiera.
Comenzaro a fuire.
Lo
luoco donne se partiro fu porta Veredara. Quella fu la via che li
campao. Ora se aiza la
terza.
Lo fuire ène granne. Maiure è lo maciello. Così
se macellavano como le pecora. Nulla
resistenzia
faco. Moita iente ce fu occisa. Moita preda Romani guadagnaro.
Alquanti baroni
romani
della parte Orsina, li quali fecero resistenzia, fuoro presoni. In
presone stettero tanto
quanto
lo capitanio voize. Infra li quali fu Bertollo capo de parte Orsina,
capitanio della
Chiesia
e della parte guelfa. E se non fusse che Sciarra lo portava in
groppa, li Romani lo
àbberano
muorto. Aitra iente non fece defesa, cioène Napoletani,
Provenzali, Franceschi,
Pugliesi.
Tante fuoro le corpora morte che nude iacevano, che non se pote
dicere. Per tutta
piazza
de Castiello fi' a Santo Pietro, da Santa Maria in Trespadina, da
piazza de Santo
Spirito,
per tutte puortica, dalli Armeni, per onne strada iacevano como la
semmola
seminati,
tagliati, nudi e muorti. Là fra questa iente iaceva lo conte
de Santo Severino e
moita
aitra bona iente: la vista lo mustrava. Ora se delequa lo principe
con quella soa iente
che
potéo cogliere. Po' moiti dìe fuoro trovati uomini
muorti per le vigne, armati, nelle
capanne
e nelli cupi delli arbori, li quali nello stormo erano stati feruti.
Per la via lo spirito li
avea
abannonati. Sciarra tornao a Campituoglio con granne triomfo. Bello
pallio mannao a
Santo
Agnilo Pescivennolo e uno bello calice per merito e onore de questa
romana vittoria.
In
questo tiempo fuoro fatte quelle maladette parte, Guelfi e Gebellini,
li quali non erano stati
'nanti,
anco erano stati Bianchi e Neri. Una sera, quanno la iente lassa
opera, appriesso allo
cenare
nella citate de Fiorenza se appicciaro doi cani. L'uno abbe nome
Guelfo, l'aitro
Gebellino.
Forte se stracciavano. A questo romore de doi cani la moita
iovinaglia trasse.
Parte
favorava allo Guelfo, parte allo Gebellino. Quanno se fuoro li cani
[...]
Cap. IV
De
papa Ianni e della venuta dello Bavaro a Roma e della soa partenza
e
dello antipapa lo quale fece.
.........
Cap. V
Dello mostro che nacque in Roma e dello legato dello papa lo quale fu cacciato de Bologna.
[...]
una citate, da priesso a Bologna vinti miglia: Ferrara hao nome. De
questa Ferrara so'
cacciati
alquanti citadini nuobili, li quali se chiamano quelli da Fontana. E
questo avenne
perché
venniero Ferrara a Veneziani. Ora ne soco signori in luoco loro li
marchesi da Este.
Questi
de Fontana pregaro lo legato che li tornassi in loro casa per anni
tre. Li marchesi de
Ferrara
respusero allo legato fiorini quattordici milia per anno, acciò
che non tornassino
quelli
li quali vennuta avevano la loro patria a Veneziani. Po' li quattro
anni dello tributo, lo
anno
settimo dello sio dominio, lo legato non li pareva essere signore se
non aveva la
signoria
libera. Fece una oste generale e sì·lla mannao sopra
Ferrara. Ferrara ène una
longa
terra, miglio uno, e iace sopra la ripa de uno nobile e granne fiume
lo quale hao nome
Po.
Da l'aitro lato li stao un aitro vraccio de Po. Questa citate, como
ditto ène, è signoriata
dalli
marchesi da Este, li quali so' nuobili uomini, moito amati dalli
tiranni de Lommardia.
L'oste
dello legato fu potentissima. De colpo abbe tutto lo contado de
Ferrara. Puoi passao
lo
Po e fece uno ponte de lename a soa posta. Puoi toize lo borgo de
Ferrara, lo quale vao
invierzo
Venezia. Poca cosa era da fare. La terra era perduta. Per acqua e per
terra staieva
assediata.
Erance da fare uno bottone. Lo capitanio dell'oste era lo conte de
Armeniac, lo
quale
sparlava contra li baroni de Romagna e dicevali traditori, lo quale
per grannezza soa
non
curava de fare quella guardia la quale aveva de bisuogno. Anco ce fu
lo puopolo de
Bologna,
lo quale non stava volentieri fore de casa. Anco ce fu la moita
sollaria, li quali non
erano
pacati, ca·lle pache che se·lli mannavano non se·lli
daievano. Anco ce fu li signori de
Romagna.
Lo legato li teneva moito poveri. Nulla provisione li daieva. Quanno
ademannavano
alcuna grazia, responneva: "Bene. Faciemus ". Vedi que
doveano penzare
quelli
che suoglio essere signori e non haco cobelle! Drento in questa
Ferrara ionzero da doi
milia
varvute. Lo marchese Rainaldo non demorao. Su nell'ora della terza
essìo de Ferrara e
deose
sopra l'oste. L'oste pranzava. Ora vedese occidere de iente, vedese
fuire, vedese
strilla
e pianto. Lo conte Armeniac fu presone e revennuto LXXX milia
fiorini. Li signori de
Romagna
se lassaro prennere de loro spontanea voluntate. La moita iente fu
morta e presa.
Moita
robba fu guadagnata. Senza defesa fu guadagnato uno esmesurato
trabocco lo quale
aveva
nome asino. Lo puopolo de Bologna se recuverao in su lo ponte. Lo
ponte era legato
de
stroppe. Cadde in fiume. Quanta iente morìo bene puoi sapere.
Alcune perzone fuoro
che
se appennicaro alle funi delle mole e per l'acqua campavano. Venne
uno con una
accetta
e tagliao quella fune. Tutta quella iente, la quale campava, annegao
in Po. Vedi se
figlio
fu de demonio quello omo! Vinti milia perzone pericolaro nella rotta.
Lo carroccio tame
a
Bologna tornao. Quanno la novella fu ionta a Bologna, lo pianto fu
grannissimo e·lla
tristezze
granne. Lo legato non se dubitao niente. In prima scrisse lettere a
missore
Malatesta,
lo quale colli aitri tiranni era lassato. La sentenzia della lettera
era: perché se era
rebellato
alla Chiesia romana? Missore Malatesta rescrisse una lettera. Aitro
non conteneva
se
non questo: "Bene. Faciemus ". Po' questo lo legato se
apparecchiava de fare un'aitra
oste
moito più pericolosa. Fece venire da sio paiese cinqueciento
iannetti vestuti de giallo
con
longhe gamme, con garavellotti in mano. Puoi mise coite grannissime
per cogliere
moneta,
per l'oste fare. Quanno lo puopolo de Bologna se sentìo
agravato sì per le coite sì
per
la iente morta, forte ne mormorava. Uno dottore de leie - missore
Brandelisio delli
Gozadini
abbe nome - su nella piazza dello Communo se mosse con una spada in
mano.
Leva
puopolo e caccia dello palazzo della Biada lo menescalco dello legato
e occise
alquanti
e derobao. Ora fu puosto lo assedio allo bello e nobile castiello
dello legato, dello
quale
de sopra ditto ène. Lo assedio stette dìe quinnici.
L'acqua li fu toita, perché lo curzo li
fu
rotto. Dentro era fodero de pane, vino, carne inzalata e moite cose.
Li Bolognesi
traboccavano
lo sterco dentro dello castiello e valestravano. Vedenno lo legato
che tutto lo
munno
se·lli era rebellato, fu sollicito de campare soa perzona. Là
trasse lo vescovo de
Fiorenza.
Lo legato se mise in mano de Fiorentini. Li Fiorentini lo trassero
fòra allo castiello.
Canto
le mura ne iva la strada la quale vao alla porta de Fiorenza. Tutto
lo puopolo de
Bologna
li gridava e facevanolli le ficora e dicevanolli villania. Le
peccatrice li facevano le
ficora
e sì·lli gridavano dicennoli moita iniuria. Bene se
aizavano li panni dereto e
mostravanolli
lo primo delli Decretali e lo sesto delle Clementine. Moita onta li
fecero. Ben lo
àbberano
manicato a dienti se non fussi stato in balìa de Fiorentini.
Lo legato fece la via delle
Alpe
con povera compagnia e con poche some. Ionze a Pisa, da Pisa in
Avignone.
Bolognesi
derobaro tutta iente de Lengua de oca. Moiti ne occisero. Puoi
deruparo a terra
quello
nobile castiello de che ditto ène. Aitro non lassaro se non la
chiesia. Fi' dalli
fonnamenti
trassero le mura. Quanno questo fu, currevano anni Domini MCCCXXXIV,
de
mese
[...] La campana dello legato àbbero li Eremitani; la
nobilissima cona dello aitare li frati
predicatori
de santo Domenico, la quale ène de alabastro, opera pisana,
valore de X milia
fiorini.
La lampana cerchiata d'aoro, la quale ardeva nello coro dello legato,
àbbero li frati
menori.
Anco àbbero tutta la carne secca, tanto potessino deluviare.
In questo tiempo era in
Bologna
missore Ianni de Antrea, dottore de Decretali, omo de tanta
escellenzia de senno,
de
scienzia e cortesia, che passava. Questo fu quello lo quale fece lo
livro lo quale se dice
la
Novella.
Cap. VI
Como frate Venturino venne a Roma colle palommelle e dello campanile de Santo Pietro lo quale fu arzo.
Currevano
anni Domini MCCCXXXIIII, dello mese de marzo, in quaraiesima uno
frate
predicatore,
lo quale avea nome frate Venturino de Bergamo de Lommardia, dello
ordine de
santo
Domenico, commosse con soie predicazioni devote la maiure parte de
Lommardia a
devozione
e penitenza e connusse questa iente in Roma allo perdono. Erano
Bergamaschi,
Bresciani,
Comani, Milanesi, Mantovani. Una parte fuoro ientili e buoni, ma le
dieci parte
fuoro
delle vescovata. Questa iente, la quale venne con frate Venturino, fu
innumerabile. E
tanto
fu più cosa maravigliosa, quanto arrecavano abito. L'abito, lo
quale questo frate
Venturino
li avea dato, era che questi portavano una gonnella bianca, longa,
passata mesa
gamma.
Sopra la gonnella portavano uno tabarretto de biado corto fino allo
inuocchio. In
gamme
portavano caize de bianco. De sopra le caize portavano calzaroni de
corame fi' a
mesa
gamma. In capo portavano una capelluzza de panno de lino bianca e de
sopra
portavano
una capelluzza de panno de lana biada, nella quale dalla fronte
portavano uno tau.
La
parte de sopra era bianca, la parte de mieso era roscia. In pietto
portavano una palomma
bianca,
la quale teneva in vocca uno ramo de oliva in segno de pace. Nella
mano ritta
portavano
lo vordone, nella manca li paternostri. Con questa iente frate
Venturino descenne
per
Lommardia predicanno. Moita iente lo sequita. Veone in Fiorenza.
Fiorentini
graziosamente
recipiero cotale iente. Fuoro divisi per le case caritativamente e
dato a loro
da
magnare, buono lietto, lavati piedi, fatta moita caritate per tre dìe
senza premio. Puoi se
muossero
li moiti Fiorentini e presero quello medesimo abito e sequitano frate
Venturino.
Viengo
a Vitervo. Da Vitervo entrano in Roma. Ora la fama de frate Venturino
de Bergamo
forte
ventava a Roma. Dicevase ca voleva aconvertire Romani. Quanno fu
ionto, fu receputo
in
Santo Sisto. Là predicao. Soa iente moito pareva ordinata e
bona. La sera cantavano le
laode.
Bene ivano ad ordine. Uno confallone de zannato arrecavano, lo quale
donao alla
Minerva.
Allo dìe de presente penne nella voita della Minerva sopre la
cappella de missore
Latino.
Ène de zannato verde, luongo e ampio. Drento stao penta la
figura de santa Maria.
De·llà
e de cà staco penti agnili, li quali sonano viole, santo
Domenico e santo Pietro martire
e
aitri profeta. Quello segnale lassao. Puoi predicao in Santa Maria
Minerva lo dìe della
Annunziazione.
Puoi predicao in Campituoglio, nello parlatorio. Tutta Roma trasse
per odire
soa
predica. Forte tenevano mente Romani. Queti stavano. Ponevano cura se
peccava in
faizo
latino. Allora predicao e disse ca sciogliessino le calzamenta delli
piedi loro, ca la terra
dove
stavano era santa. E disse che Roma era terra de moita santitate per
le corpora le
quale
in essa iaccio. Ma Romani so' mala iente. Allora li Romani se ne
risero. Puoi se
domannao
una grazia e uno dono a Romani. Da vero che·llo ioco de Nagoni
non era fatto.
Disse
frate Venturino: "Signori, voi devete fare una vostra festa la
quale gosta moita moneta.
Non
vao né per Dio né per santi; anche se fao per
idolatria, in servizio de demonio. Questa
pecunia
datela a mi. Io la despenzaraio per Dio alli uomini necessitosi, li
quali non puoco
fornire
lo tiempo fi' allo sudario vedere". Allora li Romani se
comenzaro a fare gabe de esso
e
dissero ca era pascio. Così dicenno non più demoraro,
anche se levaro in pede e
partirose
e lassarolo solo. Puoi predicao in Santo Ianni. Romani non lo
volevano odire,
anche
ne facevano la caccia. Allora se desperava dell'ira e sì·lli
maledisse e disse ca mai
non
vidde più perverza iente. Non comparze più. Anche se
partìo de secreto e gìone fòra de
Roma.
Ionze in Avignone. Lo papa lo privao dello predicare. In questo
tiempo uno folgoro
ferìo
lo campanile de Santo Pietro e tutto lo cucurullo arze. Le campane
non toccao. Anche
in
questo tiempo morìo papa Ianni, dello quale ditto ène.
Quanno approssimao a morte,
revocao
lo errore de chi diceva ca·lle anime delli beati non veiono
Dio de faccia. E disse ca
ciò
che avea ditto avea ditto per disputazione fare.
Cap. VII
De papa Benedetto e dello tetto de Santo Pietro de Roma lo quale fu renovato.
Currevano
anni Domini MCCCXXXIIII quanno fu creato papa Benedetto. Fu
oitramontano,
vascone
e fu monaco bianco de l'ordine de Cistella de santo Bernardo. Avea
nome lo
cardinale
bianco quanno fu eletto. La soa elezzione fu più divina che
umana, perché li
cardinali
li diero la voce per lo quarto, sì che chi hao la voce per lo
quarto ène nella più infima
connizione.
Ora tutti li cardinali se concordavano in esso per lo quarto, sì
che tutti l'àbbero
per
desperato. Ma puoi che·lle voce fuoro tutte dello bianco, soa
elezzione fu divina, ca la
concordia
de tutti fu che fussi papa; lo quale essere papa ciascheuno
assemmotì: l'abbe per
desperato.
Questo abbe nome lo cardinale bianco e fu omo moito corpulento e
grasso e
gruosso,
roscio. La soa figura de ponto stao in Santo Pietro, dentro alla
chiesia, sopre la
porta
maiure della nave maiure. Questo papa fu omo santissimo e servao
questa
connizione,
che non voize mai despenzare nelli matrimonii li quali se faco intra
li parienti.
Moito
li despiaceva cutale parentezze. Mai non li voize consentire. Anche
fu omo moito
scarzo
e retenente dello tesauro della Chiesia; non solamente dello tesauro,
ma delle
beneficia.
Moito bene voleva vedere a chi le daieva e voleva vedere de que vita
fussi e
volevali
forte esaminare. Moiti ne esaminao esso medesimo. Non voleva idiote.
Quanno li
veniva
innanti alcuno prelato indegno overo idiota, de non convenevile fama,
li tolleva parte
delle
prebenne e sì·lle presentava alli sufficienti e buoni.
Moito iva cercanno li buoni chierichi
sufficienti.
Moito li onorava. E perché ne trovava pochi, destrenze le
grazie a sì e non voleva
provedere.
Denanti a questo papa Benedetto venne uno monaco de Santo Pavolo de
Roma
-
frate Manosella avea nome -, lo quale per la morte dello antecessore
sio era elietto abbate.
Questo
era omo lo quale se delettava de ire per Roma la notte facenno le
matinate,
sonanno
lo leguto, ca era bello sonatore e cantatore de ballate. E iva per le
corte alle nozze
e
per le vigne alle calate. Così dico Romani. Quanto ne poteva
essere tristo santo
Benedetto,
quanno lo sio monaco saitava e ballava! Quanno questo elietto fu
denanti alla
santitate
de papa Benedetto, disse: "Santo patre, io so' lo elietto de
Santo Pavolo de Roma".
Ora
lo papa sao tutte le connizioni de chi li veo denanti. Disse: "Sai
cantare?" Respuse lo
elietto:
"Saccio". Lo papa: "Io dico la cantilena". Disse
lo elietto: "Le canzoni saccio". Disse
lo
papa: "Sai sonare?" Disse lo eletto: "Saccio".
Disse lo papa: "Io dico se tu sai toccare
l'organi
e·llo leguto". Respuse quello: "Troppo bene".
Allora mutao favella lo papa e disse: "E
conveose
allo abbate dello venerabile monistero de Santo Pavolo essere
buffone? Va' per li
fatti
tuoi!" Così tornao collo capo lavato. Questo papa
Benedetto reconfermao tutto lo
prociesso
lo quale avea fatto lo antecessore sio contra lo Bavaro. Puoi fece
fornire tutto lo
tetto
de Santo Ianni de Laterani, lo quale fi' alla mitate era descopierto.
Puoi fece renovare
tutto
lo tetto de Santo Pietro Maiure de Roma de una bella opera nobile e
pulita. Currevano
anni
Domini MCCC[...], dello mese [...], quanno quella opera fornita fu.
Gustao LXXX milia
fiorini
d'aoro. Lo capomastro de tutta l'opera abbe nome mastro Ballo de
Colonna,
escellentissimo
falename, lo quale fu de tanta escellenzia, che sappe 'nanti dicere
lo dìe,
l'ora,
lo ponto nello quale quello tetto fu in tutto fornito. E per sio
sapere posava li travi viecchi
e
tirava li nuovi suso aito, più prestamente che se fussi uno
ciello. Uno omo stava cavalcato
nell'uno
capo, uno aitro nello aitro. Io non vòizera essere stato uno
de quelli. Quanno lo tetto
viecchio
se posava, fonce trovato uno esmesuratissimo trave de mirabile
grossezze. Io lo
viddi.
Dieci piedi era gruosso. Tutto era affasciato de funi per la moita
antiquitate. Per la
granne
grossezza era tanto durato questo trave. Era de abeto como li aitri.
E fonce trovato
scritto
de lettere cavate CON, quasi dica: "Questo ène de quelli
travi li quali puse in questo
tetto
lo buono Constantino". Era antiquo quanto che l'aleluia. Questo
trave ne fu posato e
dentro
de esso fuoro trovate caverne e cupaine, fatte sì per
l'antiquitate sì per fere le quale
avevano
rosicato e fatta drento avitazione; ca ce fuoro trovati drento sorici
esmesuratissimi
a
nidate e fuoronce trovate fi' alle martore e, che più ène,
golpi colli loro nidi. Chi lo vidde non
lo
poteva credere. Questo nobile trave fu spezzato e de esso fuoro fatte
tavole necessarie
per
la opera novella. E moiti ientili uomini de Roma ne àbbero
tavole da manicare. Una
maraviglia
voglio contare. Per fare questo tetto fuoro adunati tutti li savii
mastri li quali avere
se
potiero drento de Roma e fòra. Intra li quali fu uno delli
buoni dello munno, lo quale abbe
nome
Nicola de Agniletto de Vetralla. Questo stava suso in uno arcotrave a
lavorare. Lo
trave
era puosto su nello muro aito. Con uno secure in mano faceva questo
mastro lavorieri
lo
quale bisognava. Lo mastro stava in pede. Forza lo trave non stava
oguale, anche stava
pennente.
Lo peso era granne. Lo trave sbinchiao e nello sbinchiare aizaricao e
nello
aizaricare
se mosse de luoco e revoltaose. Poco fu che lo mastro non cadde a
terra. Deo
uno
adatto saito e remase puro in pede. Granne paura abbe lo mastro de
cadere a terra
esso
collo trave. E·lla soa paura non potéo nasconnere, ca
subitamente la mesa della varva
li
deventao canuta. Spesse voite da puoi se·lla radeva. Spesso
diceva ca quella canutezza
fu
per paura che abbe che non venisse a balle esso e·llo trave
aizaricato. Lo simigliante
avenne
a Corradino re. Da puoi che fu sconfitto alla vittoria e preso ad
Astura, lo re Carlo li
fece
tagliare la testa. Suoi capelli erano tanto belli che, quanno
crullava la testa, pareva che
fili
de aoro se movessino atorno ad una colonna d'ariento. In quella
notte, la quale demorao
in
presone, li capelli d'aoro fuoro deventati canuti. La dimane, quanno
fu decollato, moito
pareva
mutato de bionno in canuto. E questa mutazione fu in una notte.
Alcuno me pòtera
adimannare
perché per la paura se fao la canutezze. In questo responne
Avicenna e dice
ca,
quanno l'omo stao in luoco moito aito, tutta la virtute se reduce a
confortare la virtute
animale
dello cerebro, che non [...] E imperciò le membra tremano,
perché·sse denudano
della
virtute regitiva. Così, in simile caso, lo calore della cotica
se parte dalla circonferenzia
e
vao allo spesso de mieso per salvarese, così la cotica se
denuda de sio vigore in tale
muodo
che lo pelo non recipe la soa tentura. E segno de ciò ène
che sente omo quella parte
formicolare.
E questo moito incontra a quelli li quali usano per mare. Anco
adomannarao
alcuno
perché questo fu canuto più da uno lato che dall'aitro.
Dirraio ca quello movimento fu
subito
in quella subitezza. Quella parte che fu più presso allo
pericolo, quella recipéo la
impressione;
l'aitra fu più desposta a salute, perciò non fu canuta.
Cap. VIII
Della cometa la quale apparze nelle parte de Lommardia e della abassazione de missore Mastino tiranno per li Veneziani.
Currevano anni Domini MCCCXXXVII, dello mese de agosto, apparze nelle
parte de Lommardia una
cometa moito splennente e bella e durao dìe tre. In airo puoi
desparze. Questa cometa pareva che
fussi una stella lucentissima più delle aitre, e estenneva
dereto a sé una coma destinta, pezzuta a
muodo de una spada, e penneva la ponta sopra de Verona. Questa coma
stava da uno delli lati. Non
iva né su né io', ma ritta se stenneva como fossi una
fiamma de fuoco. Moito commosse la iente ad
ammirazione, que voleva dicere questa novitate. Dice Aristotile,
nella Metaora, ca questa non è verace
stella; anche ène una [...] fatta nella sovrana parte de
l'airo, e faose de materia umida e calla, la quale
salle su e accennese e dura tanto quanto la materia donne se fao.
Anche dice ca questa mai non
appare, che non significhi novitati granni, spezialmente sopra li
principi della terra, e commozioni de
reami e morte e caduta de potienti. In bona fe', ca così fu;
ca, como questa desparze, così per
Lommardia se destese la novella che Padova fu perduta. E sì·lla
àbbero Veneziani e presero drento
missore Alberto della Scala de Verona; e fu mannato in Venezia, in
presone. Anco sequitao la
destruzzione e·lla ruvina de missore Mastino della Scala, lo
quale fu tanto potente e tiranno che se
voize fare rege de corona. E puoi perdìo onne cosa e venne a
convenevile stato. La quale novitate fu
per questa via. Po' la morte de missore Cane della Scala remase un
sio nepote: missore Mastino abbe
nome. Questo missore Mastino della Scala fu delli maiuri tiranni de
Lommardia: quello che più citate
abbe, più potenzia, più castella, più
communanze, più grannia. Abbe Verona, Vicenza, Trevisi,
Padova,
Civitale, Crema, Brescia, Reggio, Parma. In Toscana abbe Lucca, la
Lunisciana. De XV grosse citate
fu signore. Parma venze a forza de guerra. Mentre che soa oste se
posava sopra alcuna citate,
derizzavali sopre quaranta trabocchi. Mai non se partiva, finente che
non era signore. Voleva essere
signore sì per forza sì per amore. Puoi mise pede in
Toscana. Abbe Lucca e ingannao Fiorentini,
donne Fiorentini li ordinaro quella ruvina la quale li venne de
sopra. Puoi menacciava de volere Ferrara
e Bologna. Una cosa faceva alli nuobili li quali li davano le citate,
che·lli teneva con seco e davali
granne provisione. Moiti erano li baroni, moiti erano li sollati da
pede e da cavallo, moiti li buffoni, moiti
so' li falconi, palafreni, pontani, destrieri da iostra. Granne era
lo armiare. Vedesi levare cappucci de
capo, vedesi Todeschi inchinare, conviti esmesurati; tromme e
cerammelle, cornamuse e naccare
sonare. Vedese tributi venire, muli con some scaricare, iostre e
tornii e bello armiare, cantare, danzare,
saitare, onne bello e doice deletto fare. Drappi franceschi,
tartareschi [...] velluti intagliare, panni
lavorati, smaitati, 'naorati portare. Quanno questo signore
cavalcava, tutta Verona crullava. Quanno
menacciava, tutta Lommardia tremava. Infra le aitre magnificenzie
soie se racconta che LXXX
taglieri de credenza abbe una voita che voize pranzare in cammora. E
onne tagliero abbe uno
deschetto, onne deschetto abbe doi baroni. Iudici, miedici,
letterati, virtuosi de onne connizione avea
provisione in soa terra. La soa fama sonava in corte de Roma. Non hao
simile in Italia. Ora se
mannifica missore Mastino. E considerannose essere tanto potente,
gloriavase, non conosce la
frailitate umana. Quanno se vidde in tanta aitezza, fece fare palazza
esmesurate in Verona. E per fare
le fonnamenta guastao una chiesia: Santo Salvato' abbe nome. Mai bene
non li prese da puoi. Puoi
comenzao a desprezzare li tiranni de Lommardia. Non curava de ire a
parlamento con essi. Puoi fece
fare una corona [...] tutta adornata de perne, zaffini, balasci,
robini e smaralli, valore de fiorini XX
milia. Questa corona fece fare, perché abbe intenzione de
farse incoronare re de Lommardia, e de
fierro la fece de fatto, per industria e per sagacitate de sio
pietto, a dare a intennere che per fierro de
arme avea guadagnato sio reame. Quanno questo abbe fatto, l'animi
delli tiranni de Lommardia furono
forte turvati: bene penzano via de non essere subietti a loro paro.
Questo missore Mastino fu cavaliero
dello Bavaro, e fu omo assai savio de testa e iusto signore. Per
tutto sio renno ivi securo con aoro in
mano. Granne iustizia faceva. Fu un omo bruno, peloso, varvuto, con
uno grannissimo ventre. Mastro
de guerra. Cinquanta palafreni avea da soa cossa. Onne dìe
mutava robba. Doi milia cavalieri
cavalcavano con esso, quanno cavalcava. Doi milia fanti da pede
armati, elietti, colle spade in mano
ivano intorno a soa perzona. Mentre che sequitao la vertute, crebbe.
Puoi che insuperbìo, comenzao a
deluviare, anche comenzao a corromperese de lussuria. Forte deventao
lussurioso. Che avesse
detoperate cinquanta poizelle in una quaraiesima se avantao. Questi
vizii lo fecero cadere de sio
onorato stato. Puoi manicava la carne lo venerdìe e·llo
sabato e·lla quaraiesima. Non curava de
scommunicazione. Lo muodo che cadde de soa aitezza fu questo. Avea un
sio frate, lo quale avea
nome missore Alberto della Scala. Questo missore Alberto fu mannato a
reiere Padova, ché·llo
mannao a muodo reale. Conti, baroni, sollati e aitra moita iente abbe
con seco. Bellissima fu soa
compagnia. Questo missore Alberto teneva questa via. Entrava nelle
monistera delle donne religiose.
Demoravance tre o quattro dìe. Puoi visitava l'aitro. Donqua
era alcuna bella monaca detuperava.
Puoi usava paravole laide sempre e detoperose. Missore Marsilio da
Carrara e missore Ubertiello da
Carrara erano li maiuri de Padova, quelli li quali li aveano data la
signoria, e suoi parienti erano. Questo
missore Ubertiello avea una soa bella donna. Per tutta dìe,
per tutte ore non finava missore Alberto de
spaziare e dicere: "O missore Ubertiello, mannuca bene, ca te
aio fatto doi voite revaglio questa notte".
Mai non finava. Ad onne tratto questo diceva. Missore Ubertiello
rideva. Collo riso passava. Lo ridere
non descegneva. Missore Alberto avea con seco una compagnia
desordinata, iente valorda e
sboccata. Ciarloni non guardavano que·sse facessino e
dicessino. Li simiglianti costumi conveniva che
avessi lo signore. Ora continua missore Alberto lo desordinato
favellare e non se ne sao remanere.
Tuttavia dice: "O missore Ubertiello, tre voite t'aio fatto
cocozzo in questa notte". Questa villania
dicere non lassava né per soa ientilezza né per soa
onoranza dello consorte né per parentezze né per
bene volere né per onestate né per alcuna via Missore
Ubertiello de ciò crepava. Più non poteva
sostenere [...] Marsilio fu un savio cavalieri e moito scaitrito e
secreto. De colpo cavalcao a Verona e
parlao con missore Mastino. E deoli ad intennere che poteva essere lo
più granne omo che fussi mai
nella contrada e che poteva domare lo regoglio e·lla grannezze
de Veneziani. E deoli lo muodo e
l'ordine per questa via: "Missore Mastino, tu hai nello tio
terreno de Padova una villa la quale se dice
Bovolenta. Questa Bovolenta se destenne nelli paludi canto la marina.
Antiquamente ce stavano fila e
facevacese lo sale. Tu, omo granne, se fai lo sale in tio terreno,
nullo te porrao vetare de usare toa
rascione. Quanno Veneziani vederanno che tu farrai lo sale, overo te
farraco tributo de moita moneta
overo lo loro sale non tanto valerao. E quella moneta, la quale hao
la Cammora de Venezia per lo sale,
l'averai, donne serrai maiure allo doppio e·lli puorci
veneziani verraco alla vostra mercede. Anche in
toa scusa manna là una ambasciata, dicenno che questo non
aiano Veneziani per iniuria: con ciò sia
cosa che voi usete vostra rascione nettamente, non volete perdire le
rascioni dello padovano. Non
esforzete alcuno. Nello luoco usato volete fare lo sale in vostro
terreno per avere la dovana e·lla
granne pecunia per le spese le quale occurreno per li sollati e aitre
grannezze fare". Questo uosso mise
in canna missore Marsilio a missore Mastino. Crese lo tiranno alli
fallaci ditti, credennose volare più
aito che Dio non consentiva. Allora incontinente commannao che nella
villa de Bovolenta, canto la
marina, alli staini fosse fatto uno bello castiello de lename, lo
quale dilientemente fosse guardiato per
guardia delli salinari. E fé fare le fila e mise li operari. E
liberamente fu comenzato a fare lo sale bello
e assai buono dello munno. Deh, como l'opera preziosa veniva! Li
fatti ivano de ponto. Intanto, como
ordinato era, ionze a Venezia missore Marsilio, informato dello
fatto, e gìo per ambasciatore, como
aveva demannato. Fu denanti allo duce e alli maiurienti, e disse
quella ambasciata in quelle paravole;
ma li mutao li ponti, ché·lli fece sonare de aitro
suono e deoli aitra sentenzia, e disse: "Signori veneziani,
missore Mastino intenne de fare lo sale nello sio terreno per avere
quella pecunia la quale voi avete e
tollereve de mano per signoriarve e per abassare vostre saline. Se
queste perdite, non site cobelle. Lo
frutto della Cammora de Venezia è lo sale. Moito bene operate
l'uocchi in li vostri fatti". Più non disse.
Assai abbe fatto e ditto, che abbe acceso lo fuoco tra Veneziani e
missore Mastino. Allora Veneziani
fecero una ambasciata preziosa, moito adorna. Dodici maiurienti de
Venezia fuoro, grannissimi
mercatanti e ricchissime perzone, savii e descreti, tutti vestuti de
una robba, panni devisati de scarlatti
e de velluti verdi, e aitri lavorieri forrati de vari, moito
assettati. La gonnella era longa fi' alli piedi, la
guarnaccia corta fi' a mesa gamma [...] corto fi' allo inuocchio, le
cappuccia con piccoli pizzi in capo,
la capella della seta de sotto, appistigliati de pistiglioni de
ariento 'naorati, correie smaitate in centa.
Ben pargo adornati de straniera devisanza. Con donzielli assai e
aitra famiglia passano lo mare, e in
terra ferma montano in loro piccoli palafrenotti e vengone a Verona.
Venivano trottanno l'uno dereto a
l'aitro como fussino miedici. Moita iente loro trasse a vedere.
Granne maraviglia se fao omo de così
nova devisanza. Parevate vedere lo ioco de Testaccia de Roma. Quanno
li ambasciatori fuoro entrati
in Verona, tutta Verona curre a vederli. Così li guardava omo
fitto como fussino lopi. E questo perché
l'abito loro era moito devisato dallo abito delli cortisciani;
imperciò che portavano cotte de nuobili panni,
strette alla catalana, forrate de frigolane endisine de sopra, cappe
alamanne forrate de vari, cappucci
alle gote con fresi de aoro intorno alle spalle, correie in centa con
spranche d'ariento 'naorato, in piedi
de caize. Moito vaco destri per la sala. Moito cavalcano adatti per
la citate. Puoi se ne iro li dodici
ambasciatori denanti a missore Mastino. Naturalmente la favella de
Veneziani è regogliosa, e così
regoglioso, senza umanitate, parlaro a missore Mastino e dissero:
"Missore Mastino, lo Communo de
Venezia te prega che non te vogli perdere Venezia per lo sale e non
vogli fare quello che tuoi
antecessori non fecero e quello che non è stato fatto in
nostri dìe. Lo sale ène de Veneziani, non ène
de Padovani. De fare cutale sale te conveo remanere, se non vòi
turbare li uomini de Venezia e se vòi
remanere nuostro amico". A questa ammasciata respuse lo Mastino
e disse: "Verrete crai a pranzare
in mea corte con meco e là averete la resposta". Lo
sequente dìe lo convito fu apparecchiato
grannissimo. In quella sala fu apparecchiato per più de
ottociento perzone. Alla prima tavola aitre
scudelle non ce fuoro, se non de buono ariento, né aitre
vascella. A questo convito Veneziani vennero,
li quali tutti a dodici fuoro puosti ad una tavola in pede della
sala, in veduta de tutta la corte per là
venuta. Lavate che àbbero le mano, non se despogliaro loro
larghi tabarretti, anche con essi se misero
a tavola. Granne era lo ridere che omo faceva de essi. Così
stavano assemmoti como fussino Patarini
overo scommunicati. Tutta la iente li resguardava como alocchi. Stava
missore Mastino in capo della
sala, più aito che tutta l'aitra baronia, servuto a tavola
como re. Tutta soa nobilitate de corte vedeva. A
soa veduta cosa nulla era celata. Ora vedesi vivanne venire.
Cavalieri a speroni de aoro servivano
denanti. Leguti, viole, cornamuse, ribeche e aitri instrumenti moito
facevano doice sonare. Bene
pareva in paradiso demorare. Po' le vivanne viengo buffoni riccamente
vestuti. Tal cantava, tal
ballava, tal mottiava. Onneuno se sforza [...] Non se lassano dallo
muro cacciare. Mustrano de avere
core. Non curano de valestra né de menacce. Lo romore era
granne. Lance e saiette volavano. Deh,
quanto ène cosa orribile! Allora missore Pietro Roscio con
soie belle masnate se tenne secreto e queto
de fòra ad una porta la quale se dice porta de ponte Cuorvo. E
là stette, mentre che la vattaglia era
alla porta de Santa Croce. Questa porta de ponte Cuorvo avea in
guardia missore Marsilio da Carrara.
Su nella mesa terza lo fattore de missore Marsilio operze la porta e
abassao li ponti, e mise drento
missore Pietro Roscio senza colpo de spada. Ora ne veo per la strada
alla piazza lo capitanio de
Veneziani con moita grossa pedonaglia e cavallaria. Ià l'ora
de terza era. In esso ponto missore
Alberto se era levato da dormire. Cavalcava uno bello palafreno,
vestuto con solo un guarnello,
accompagnato con solo missore Marsilio. Una vastoncella in mano
teneva. Per la terra iva
trastullanno. Omnis armatorum eius multitudo pugnans resistebat ad
portam. Como missore
Alberto accapitao in capo della strada, vidde che nella piazza
iogneva granne stuolo, granne masnate
de iente. Odìo tromme e ceramelle. Vidde lo grannissimo
confallone de Santo Marco de Venezia.
Maravigliaose forte e disse a missore Marsilio: "Que iente ène
questa?" A ciò respuse missore
Marsilio e disse: "Questo ène missore Pietro Roscio, lo
quale hao auta gola de vederte". Disse missore
Alberto: "Moreraio io?" Disse missore Marsilio: "No.
Torna in reto. Va' in la mea cammora". Così fu
fatto. Tornao missore Alberto e misese nella cammora de missore
Marsilio, e là fu enzerrato con una
chiave. Veneziani la piazza presero e toizero l'arme e·lli
cavalli a tutta la forestaria de missore Alberto.
E presero esso con soa baronia e sì·llo mannaro in
presone a Venezia. E là stette fi' che la guerra fu
finita. Allora apparze quella cometa della quale de sopra ditto ène.
E presero Veneziani guardia delle
porte de Padova. Sine mora iescono fòra e faco terribile
guerra a quello della Scala. Vao missore
Pietro Roscio ardenno e consumanno le terre. Prese per forza
Monsilice, e là fu occiso. Non per tanto
lassano Veneziani de fare la dura guerra. Allora perdìo la
citate de Brescia. Onne perzona se·lli
rebella. Nulla resistenzia fao. Missore Mastino consideranno la soa
desaventura, desperato, con soie
mano occise lo vescovo de Verona, lo quale era de soa iente, e
occiselo su sopra le scale dello
vescovato. Albuino, vastardo de missore Cane, lo scannao. Sotto lo
capitale dello lietto de questo
vescovo fu trovato uno spiecchio de acciaro con moite divise
carattere. Nello manico era una figura.
La lettera diceva: "Questo ène Fiorone". Puoi li fu
trovato un livricciuolo, nello quale stava pento un
nimico de Dio, lo quale abracciava uno omo, e un aitro demonio li
dava una cortellata in pietto, in quello
luoco nello quale esso relevata avea la feruta. Questo fece missore
Mastino avenno paura che·llo
vescovo non li togliessi la signoria. La guerra durao bene anni doi.
Uitimamente missore Mastino era
stanco né poteva più. Venne a pace con Veneziani e a
patti. Li patti fuoro questi: lo primo, che esso
fece refutanza della moneta la quale avea in Verona, la quale avevano
despesa Veneziani; lo secunno,
che mannao le robbe dello Communo de Venezia, le quale buttaro XXIIII
migliara de fiorini, per onne
robba fiorini doi milia; lo terzo, che Veneziani voizero Trevisi, sì
che convenne che per la fatica de
Veneziani missore Mastino li donassi Trevisi. Verona e Vicenza li
lassaro per l'amore de Dio e per
misericordia. Le aitre terre, como Padova e Civitale, remasero a
puopolo. Allora Veneziani li
remannaro missore Alberto, lo frate, con quelli nuobili li quali
tenevano presoni. A tutta questa guerra
Fiorentini tennero mano e fecero con loro denari quello aiutorio che
bastao. Ora è tornato lo Mastino
della Scala de granne aitezze ad umile stato. Non perciò in
tanta umilitate, che in soa veteranezza non
morisse granne signore de Verona e de Vicenza. Omo de guerra fece
fare in soa vita uno monimento
de marmo, dove fu sepellito, in casa de frati minori, là dove
posano le donne. In quello monimento non
ce stao inscritto né Dio né santi, anche ce stao
inscuite cacciascioni, cavalli, cani, astori e aitre
paganie. L'opera de Veneziani con questo tiranno fu como l'opera de
Romani, li quali mannaro la
ambasciata a Benevento. Beneventani sparzero aduosso alli
ambasciatori la orina. Per la quale cosa
Romani fuoro turbati, e per essi fu destrutta la provincia de Sannio
e fu suiugata allo Communo de
Roma, como Tito Livio dice.
Cap. IX
Della aspera e crudele fame e della vattaglia de Parabianco in Lommardia e delli novielli delle vestimenta muodi.
Po' questa cometa, della quale de sopra ditto ène, fu uno anno
moito umido, moito piovoso. Abunnaro
moite reume, moiti catarri nelle iente. E per tre vernate durao tanta
neve, che esmesuratamente
coperiva le citate. Moite case, moiti tetti in Bologna caddero per lo
granne peso che·lla neve faceva.
Anche le estate erano umide, sì che omo non poteva essire fòra
de casa a fare sio mestieri e
procaccio. Li campi non fuoro lavorati. Li grani e onne legume che
fuoro seminati fuoro perduti,
perché se affocavano per la soperchia umiditate, non se
potevano procurare. Donne sequitao sterilitate
e mala recoita. E per quella mala recoita sequitao la fame sì
orribile che forte cosa pare a contare, a
credere. Questa fame fu per tutto lo munno generale. Lo grano fu
vennuto in Roma XXI libre de
provesini lo ruio. Currevano anni Domini MCCCXXXVIII. Scrive Tito
Livio che nello tiempo fu una
fame nella contrada de Roma sì terribile che moita iente,
presure perzone, 'nanti volevano perdire la
vita, che vivere in fame. Donne abolveano lo cappuccio innanti delli
occhi per non vedere loro morte e
sì se iettavano nello fiume de Tevere e là affocati
perivano, e collo perire remediavano la fame. In
bona fe', questo non viddi avenire in quello tiempo. Ma infinite
femine fuoro le quale iettaro loro onore
per avere dello pane. Moita iente vennéo soa franchia per lo
pane. Fuoro vennute palazza, possessioni
de campi e vigne, e dati per poca cosa, per avere dello pane. Granne
era la pecunia che se numerava
per poca de annona avere. Moita iente manicava li cavoli cuotti senza
pane. La povera iente manicava
li cardi cuotti collo sale e l'erve porcine. Tagliavano la gramiccia
e·lle radicine delli cardi marini e
cocevanolle colla mentella e manicavanolle. Anche ivano per li campi
mennicanno le rape e
manicavanolle. Anche fu tale patre che onne dimane a ciascheduno
delli figli una rapa per manicare in
semmiante de pane daieva. Anche manicavano la carne, chi ne aveva,
senza pane. De vino fu bona
derrata. Incresceme de contare tante tristezze. Le donne pusero ioso
delle alegrezze e·lle cegnimenta
e·lle adornamenta, vedenno la fame la quale sì
terribilmente bussava. Chi abbe grano abbe tutte le
adornamenta delle donne. In quello tiempo io me retrovai in Bologna e
vedeva che quelli delle ville
venivano in citate a comparare dello pane della gabella. Deh, como
tornavano tristi, quanno non ne
portavano! Manicava la iente pera secche e tritate, misticate colla
farina, capora e vientri, anche lo
sangue delli animali. E moite perzone fuoro trovate morte de fame.
Moite perzone ivano gridanno de
notte: "Pane, pane". De notte ivano, consideranno che erano
perzone de alcuno lenaio; per la vergogna
non volevano apparere; de dìe non volevano essere conosciute.
Nella citate de Roma, se non fusse
stata una nave de grano la quale succurze - per mare da Pisa venne -,
tutta Roma periva. Doi miracoli
granni incontraro in tiempo de così fatta carestia. Innella
citate de Piacenza, in Lommardia, fu uno
nobile omo de casa delli Visconti de Castiello Nuovo lo quale se
trovava da vinti milia corve de grano.
Era lo tiempo de maio, che la fava dao suso. Lo lunedìe fue
che tutta Piacenza curze a soa casa,
domannanno dello grano. Respuse lo nobile: "Sei livre voglio
della corva". Lo martedìe venne la iente
con sei livre. Quello li remannao senza grano e disse: "Sette
livre ne voglio". Lo mercordìe tornao la
iente per grano con sette livre. Quello disse: "Otto livre ne
voglio". Lo iovedìe la iente veniva con otto
livre. Quello ne domannava nove. Lo venardìe quelli ne vennero
con nove livre de bolognini. Lo iniquo
omo favellao e disse così: "Tornete a casa, iente
molestiosa. Questo mio grano mai non venno, se de
esso non aio dieci livre". Con granne tristezze fé
tornare lo puopolo e·lla carovana a casa a sostenere
fame. Ma lo buono e cortese Dio non voize così, ché·llo
sabato ionze uno cavalieri, citatino de
Piacenza - missore Manfredo de Lando avea nome -, con una nave de
grano. Lo grano valeva livre
cinque. La fava comenzava ad ingranare. L'aitro dìe lo grano
fu a livre quattro. Lo terzo dìe fu a livre
tre. Quanno lo nobile delli Visconti vidde questo, forte fu turvato.
E incontinente tornao a casa e entrao
in quello luoco dove sio grano era. E considerao la moita moneta la
quale de quello grano àbbera auta,
se avessi allargata la mano alli necessitosi. Puro favellao e disse:
"Ahi grano mio, io so' destrutto". E
avenno la mente più a l'avarizia che alla pietate, iettao
nello trave de mieso dello tetto, sopra lo sio
grano, uno capestro e là, in mieso dello sio grano, se appese
per la canna. Nella contrada de Roma, in
uno castiello lo quale se dice Castiglione delli Alberteschi,
incontrao un aitro miracolo, como io intesi da
perzone fidedegne. Essenno questa terribile carestia, tutta la
poveraglia de Roma, femine e uomini e
zitielli, ne fuiro per le castella. Là se ne sparzero. In
questo Castiglione fu uno che abbe nome Ianni
Macellaro. E fu lo primo che a Santo Spirito de Roma donasse massaria
de vestiame. Questo fu ricco
massaro. Figlioli non avea, ricchezze moita: fanti, fantesche assai,
pecora, vuovi, iumente, campi
seminati, pozzi pieni de grano. Tutte queste cose Dio li consentìo.
Quanno venne lo tiempo che la fava
era verde in erva, onne massaro mannava uno vanno, che nulla perzona
montassi in soa fava. Questo
Ianni per contrario mannao lo vanno, che onne chivielli isse a sio
campo de fava, aitro non sparagnassi
che li fusti delle fave, manicassino allo piacere. Ora vedesi traiere
de iente affamata. Corvinam
servant pauperes famelici. L'oste pusero in quello campitiello. Per
tutto dìe là demoravano a
manicare. Lo patrone a cavallo in soa iumenta bene li visitava onne
dìe e sì·lli salutava. Puoi li diceva
che manicassino bene e portassino della fava a casa a loro piacere.
Puoi dava uno panetto per omo.
Allora tornava. In quello muodo consolava li bisognosi. Ora passao la
carestia e venne lo tiempo della
leta fertilitate. Li poveri a Roma tornaro. La fava de questo
castiello fu carpita. Puoi fu vattuta. Li
fusti della fava de questo buono omo fuoro puosti nella ara, nelli
quali cosa nulla de frutto era. Mentre
che li fusti se battevano, Dio immise la soa granne abunnanzia e
frutto in quelli fusti. Ora vedesi fava
abunnare. Tanta fu la fava, la quale da quelle gamme fu coita, che
parze veracemente che la fava delli
aitri castellani se partisse delle proprie are e venisse nella ara
dove li fusti se vattevano. Così Dio
liberamente mustrao che bene li piace la elemosina de buono core
nello bisuogno e che esso cortesia
fao a chi soveo alle necessitati aitrui e che per uno ne renne
ciento, como nello Vagnelio dice. In
questo tiempo, currevano anni Domini MCCCXXXVIII[I], dello mese de
frebaro, la prima domenica
de quaraiesima, quanno fu la orribile sconfitta in Lommardia, fra
Como e Milano, nelli campi de
Parabianco. La quale novitate fu per questa via. Puoi che Veneziani
àbbero ottenuta la vittoria sopra
missore Mastino della Scala de Verona e àbbero Trevisi e sì
cassaro tutti li sollati da pede e da
cavallo, questi sollati, partennose e non avenno suollo, fecero la
granne compagnia. Loro capo e
connuttore era uno famoso Todesco - Malerva avea nome -, prode de
perzona, saputo de guerra.
Cavalieri a speroni de aoro ce erano assai. Erance lo conte Olando e
lo conte Guarnieri, li quali da puoi
fuoro capora de compagnia. Erano da tre milia cavalieri e da quattro
milia pedoni, fanti, masnadieri,
senza aitra innumerabile iente la quale sequitava. Uno cacciato da
Milano - missore Lodrisi Visconte
avea nome - penzao de tornare in Milano, avenno questa compagnia e
aitro sio esfuorzo. Così fece.
Fece granne promissioni allo Malerva e quetamente mosse soie masnate.
Ordinatamente passa per lo
padovano, canto lo veronese, per mesa Lommardia. Nullo contradicente,
ne vennero fra Milano e
Brescia, puoi a Bergamo. E passaro ad uno luoco lo quale hao nome la
Colomma de Chiaravalle. Lo
luoco ène granne e ricco, luoco de frati bianchi de santo
Bennardo. Là se posaro. Là li trassero per
succurzo suoi amici, suoi benvoglienti. Là, de fòra
alli maiuri campi, stenne paviglioni. Currevano anni
Domini MCCCXXXVIII[I], dello mese de frebaro. Mentre questa granne
moititudine per la contrada
passava, forte tremavano le citati. Granne era la guardia la quale
dìe e notte se faceva. Puoi che là,
alla Colomma, fu ionta questa brigata, allora dechiarato fu che
missore Lodrisi voleva tornare in casa
per forza. Allora missore Azo Visconte era signore de Milano e della
casa delli Visconti. Questo
missore Azo subitamente sollicitao tutte le citati de Lommardia le
quale stavano suiette a Milano. Puoi
sollicitao tutti li suoi parienti. Puoi sollicitao tutti suoi amici.
Non fina de mannare lettere e
ambasciatori. Puoi sollicita lo puopolo de Milano. Puoi trasse fòra
sio granne esfuorzo de cavalieri e de
pedoni e puseli in campo. Là erano Bresciani, Trentini,
Bergamaschi, Comani, Lodesani. Granne era la
turba. La maiure parte erano villani. In campo iaccio doi uosti,
quella de missore Lodrisi e quella de
missore Azo Visconte. In mieso de questi doi uosti staco li campi de
una villa la quale se dice
Parabianco. Lo tiempo era de vierno e era quella neve granne con
quella umiditate della quale ditto
ène de sopra. E era sì esmesuratamente granne la neve,
che non lassava fare vattaglia ordinata. Fi'
allo inuocchio omo se affonnava nella neve. Granne era lo infango. Le
arme e le soprainsegne stavano
imbrattate. Spesse voite se battevano questi uosti insiemmora. Puoi
tornano a loro paviglioni. Tre dìe
duraro questi tumuiti. La banniera dell'una parte e dell'aitra era lo
campo bianco e·llo serpente nero, lo
quale aveva in canna uno omo nudo. Una notte fu tanta la stanchezze
delli uomini dell'oste de missore
Azo, che più de setteciento ne fuoro scannati dormenno. Allora
la dimane non fu demoranza nulla.
L'una parte e l'aitra se acconcia. Vedese tromme sonare, vedese
guarnire de capitanii. Ora se fiero
insiemmora. Tutto lo campo de Parabianco stao pieno de commattenti.
Tutto dìe durao la vattaglia.
Vedese ferire de lance, spade e mazze. Mortale ène quella
vattaglia. Granne suono fao. In quella
vattaglia fu sconfitto missore Lucchino, zio de missore Azo, capo
della iente, e preso per la perzona e
fu vincitore missore Lodrisi con sio capitanio, lo Malerva.
Quarantaquattro centinara de uomini fuoro
occisi, senza li affocati in fiume e nelli gorgi della neve:
Comasini, Trentini, Bergamaschi, iente de villa,
da pede la maiure parte, li quali per lo impedimento della neve non
potevano la voita dare. Trentasei
centinara de cavalli fuoro stempanati, senza li moiti feruti. Ora
vedi como succurze la ventura a
missore Lucchino! Stava drento da Milano missore Azo armato con tutto
lo puopolo. Per via nulla
voleva essire. Stava reservato alli bisuogni dereto un sio parente,
missore Ianni dello Fiesco de
Genova, sio quinato, con cinqueciento Borgognoni de bona taglia in
soa compagnia. Como la novella
ionze della sconfitta, così essìo fòra de Milano
con cinqueciento Borgognoni e con CCCC Todeschi e
ionze alli campi de Parabianco. La prima cosa, raccoize tutti quelli
li quali fuiti erano dello stormo. Così
li aionze ad uno, quelli che potéo. La secunna cosa, provise
como stava l'oste e vidde che la iente della
compagnia non stava ordinata, anche stava sparza per lo campo, chi de
qua, chi de là, sopra la
guadagna dello spogliare. La terza cosa, compusese con Malerva e
ordinao che non commattessi, e in
precio li donao dieci fiaschi pieni de ducati, in semmiante de
presentarli buono vino de Malvascia.
Granne capestro ène la moneta. Allora prestamente sonao soie
tromme e deose sopra ad essi. Poca
resistenzia abbe. E deo per terra lo confallone de missore Lodrisi e
de Malerva e prese missore
Lodrisi per la perzona. In quella resistenzia fu occiso missore Ianni
dello Fiesco de Genova. Puoi che
fu fatto presone missore Lodrisi e fu rotta soa schiera, tutto lo
campo fu vento senza aitra
contradizzione. Tornao in Milano con triomfo e granne danno; ca, como
ditto de sopra ène,
quarantaquattro centinara de perzone moriero, senza li aitri
pericolati delle ferute. Vedesi caricare
che·sse faceva. Avevano le carra piene de queste corpora morte
e sì·lle traievano dello campo e sì·lle
portavano a loro sepoiture. Missore Lodrisi la vita non perdìo,
ma fu renchiuso in perpetuo carcere in
un castiello lo quale se dice Santo Columbano. Là dato li fu
onne diletto lo quale demannava: de
sonare, cantare, magnare, de femine; salvo che essire non poteva de
presone. Quelli sollati della
compagnia fuoro tutti derobati. Perdiero arme e cavalli. Io ne viddi
venire de questi bene da doiciento
cinquanta a pede. Tale avea speroni alla correia, tale una targetta,
tale uno cimiero e alcuno menava
ronzino, secunno le connizione. Alli Borgognoni fu data paca doppia e
granni doni. Malerva fu lassato.
Pochi dìe stette che missore Azo Visconte, signore de Milano,
morìo e succedéo innella signoria
missore Lucchino, sio zio. Ora comenza a signoriare missore Lucchino
Visconte, lo quale abbe la
maiure parte de Lommardia: Parma, Piacenza, Lode, Bergamo, Brescia,
Milano, Crema e Civitale. E
visse in signoria anni [...] in tanta pace e iustizia, che non se
trovava in terreno chi se crullasse.
Coll'aoro in mano iva l'omo franco. Fu omo severo senza alcuna
pietate. Mai non perdonava. Secunno
lo peccato, secunno la fallenza puniva. Questo fu de tanta
crudelitate che fece manicare alli suoi cani
uno guarzone todesco lo quale li aveva presentate cerase, perché
aveva feruto un sio cane lo quale li
aveva abaiato. E non abbe remissione né per puerizia né
per caritate dello patre, lo quale era
conestavile, sio amico, né per moneta. Questo missore
Lucchino, benché guardie avessi de uomini da
pede e da cavallo a muodo regale, nientedemeno abbe una speziale e
nova guardia con seco. La
guardia soa erano doi cani alani granni e terribili, gruossi como
lioni, lanuti como pecora. L'uocchi
avevano rosci e terribili. Questi doi cani alani sempre lo
sequitavano per la corte, l'uno dalla parte ritta,
l'aitro dalla parte manca. In mieso dello palazzo avea una forte
torre. dentro dalla torre era una
spaziosa cammora. Quanno missore Lucchino se posava in quella
cammora, li cani staievano descioiti.
Sempre circondavano la torre. Nulla perzona a l'uscio se poteva
accostare. Denanti alla torre stava la
granne sala. Alla porta stava la guardia. L'aitra guardia stava alla
porta generale della corte nello
terrio. L'aitra guardia staieva nella piazza. Quanno missore Lucchino
manicava solo, staieva a tavola, li
cani tuttavia con esso, granni quarti de carne dao ora a l'uno, ora a
l'aitro. Quanno missore Lucchino
staieva in pede, la moita baronia li faceva intorno piazza con
silenzio per temenza delli cani. Nullo se
crulla, nullo parla; ca se per ventura lo signore un poco guardasse
alcuno con malo esguardo, sùbito li
cani li forano sopra in canna, derannolo per terra. De tale guardia
canina nullo se maravigli, ca questa
cosa nova non ène. Scrive Valerio Massimo che Massinissa fu
rege de Numidia e fu moito amico e
fidele serviziale dello puopolo de Roma. Questo re Massinissa sempre
avea in guardia de soa perzona
doi granni cani, granni mastini, e non se renneva securo senza essi,
benché avessi guardie de pedoni e
de cavalieri, avesse lo potente e ricco reame de Numidia, sopra tutto
questo avesse la bona amicizia
de Romani, per li quali era signore, era salvo, securo e temuto.
Alcuna voita fu demannato questo
perché faceva. Respuse e disse: "L'omo, che vole essere
libero naturalmente, non sao mantenere
fidelitate. Lo cane, lo quale non conosce libertate, è fidele
a sio patrone". Anche questo missore
Lucchino fu omo moito iusto. Né per aoro né per ariento
lassava de fare iustizia, sì che soa terra era
franca. Abbe uno sio figlio vastardo: missore Bruzo avea nome. A
questo missore Bruzo donao la
signoria de Lodi. A quella citatella lo mannao a regnare. Accadde che
uno ientile omo occise un aitro.
Fu preso e devease decollare. Li parienti de questo malefattore
parlaro con missore Bruzo e dissero
così: "Missore Bruzo, a ti bisognano denari. Non perda la
perzona lo presonieri vuostro. Ecco quinnici
milia fiorini apparecchiati". Questo odenno missore Bruzo de
colpo fu mollato. Cavalcao da Lode a
Milano. Fu denanti allo patre, sì se inninocchiao e domannao
grazia, perché esso era povero cavalieri.
Poteva guadagnare quinnici milia fiorini, se allo malefattore salvava
la vita. Questo odenno lo patre,
missore Lucchino, deo de cenno a un sio donziello, che li portassi
dalla cammora un sio elmo. L'elmo
era moito forbito e relucente. De sopre era uno bello cimiero, de
velluto vermiglio copierto. Eranonce
scritte lettere de aoro. Quanno l'elmo fu venuto, disse: "Bruzo,
lieii queste lettere". Le lettere fuoro
lesse. Dicevano: "Iustizia". Disse: "Dunqua noi in
apparenzia la iustizia portemo, in effetto no? Che vòi
che quinnici milia fiorini pesino più che·llo elmo mio,
lo quale pesa più che·lla mea signoria? Va' e torna
a Lode e fa' la iustizia. E se questa non fai, io la farraio de ti".
Moito voleva che issi omo netto in sio
terreno. Moito amao lo puopolo menuto. Resse anni [...] e in soa
signoria morìo e rassenao la
bacchetta megliore e maiure che non la prese. In questo tiempo
comenzao la iente esmesuratamente a
mutare abito, sì de vestimenta sì della perzona.
Comenzaro a fare li pizzi delli cappucci luonghi [...]
comenzaro a portare panni stretti alla catalana e collati, portare
scarzelle alle correie e in capo portare
capelletti sopre lo cappuccio. Puoi portavano varve granne e foite,
como bene iannetti e Spagnuoli
voco sequitare. Denanti a questo tiempo queste cose non erano, anche
se radevano le perzone la
varva e portavano vestimenta larghe e oneste. E se alcuna perzona
avessi portata varva, fora stato
auto in sospietto de essere omo de pessima rascione, salvo non fusse
Spagnuolo overo omo de
penitenza. Ora ène mutata connizione, che a deletto portano
capelletto in capo per granne autoritate,
varva foita a muodo de eremitano, scarzella a muodo de pellegrino.
Vedi nova devisanza! E che più
ène, chi non portassi capelletto in capo, varva foita,
scarzella in centa, non ène tenuto cobelle, overo
poco, overo cosa nulla. Granne capitagna ène la varva. Chi
porta varva ène temuto. Qui me voglio un
poco stennere. In uno paiese fu uno rege lo quale moito onorava li
filosofi e l'uomini li quali soco savii e
dico bone paravole. Questo re moito cercava de avere compagnia de
uomini virtuosi. In soa corte
accadde un granne filosofo. Moito fu alegro lo re della presenzia de
questo buono omo e tanto
maiuremente quanto questo filosofo aveva buono aspietto e pienamente
responneva ad onne questione
che ad esso se faceva. Ora vole lo re onorare la bontate, la
scienzia, la vertute, la quale in questo
filosofo se trovava. Invitaolo ad uno solenne convito de diverzi civi
delicati e buoni, allo quale convito
fu tutta soa baronia. La sala, dove lo magnare se faceva, fu granne e
larga. Le tavole messe atorno
atorno. Tutto lo palmento della sala era copierto de tappiti, li
quali tappiti erano de pura e netta seta. Le
mura intorno erano ammantate de celoni riccamente lavorati a babuini
messi a seta ed aoro filato. Lo
cielo de sopra era de cortina, fatto a stelle d'aoro. Moiti panni
tartareschi là sparzi erano. Voleva lo re
che quello convito solenne fussi. In capo della sala stava una tavola
piccola. A questa tavola sedevano
lo re e lo filosofo soli. Viengo li serviziali, delicato portano
manicare. Mentre che·sse manicava, lo re
non perdeva tiempo, anche dilientemente domannava lo filosofo che li
rennessi rascione de certi dubii.
Lo filosofo, como prudente perzona, sufficientemente responneva. Soie
resposte fortemente cadevano
nello animo dello re, ca·sse accostavano allo vero. Donne lo
re spesse fiate diceva: "Bene dicesti.
Piaceme". Infra tanto allo filosofo venne voluntate de sputare.
Teneva in vocca una granne spurgata
una ora grossa. Più tenere non lo poteva. Fore conveniva che
uscissi. Guardava lo filosofo intorno allo
muro e per terra, cercava lo luoco dove potessi sputare. Non vede
luoco da ciò; ca, como ditto ène,
onne cosa era coperta de nuobili tappiti. Allora voize lo filosofo lo
capo e abbe veduta la faccia dello
re. Lo re aveva una varva moito nera, granne e larga; la longhezza
fi' a mieso lo pietto, le banne fi'
nelle ionte delle spalle. Pareva uno varvassore. Considerao lo
filosofo che quella varva fussi lo più
brutto luoco de quella sala e più atto a recipere lo sio
sputo. Fermaose lo savio filosofo e sputao in
mieso della varva dello re. Quanno lo re se sentìo ciò,
fortemente stette turbato e regoglioso e disse:
"Questo perché hai fatto?" Respuse lo filosofo e
disse: "De sotto, da lato, de sopre, da onne canto me
staco panni messi ad aoro. Non ce ène luoco alcuno laido da
sputare potere, salvo questa toa varva: è
lo più laido luoco che nce sia. Perciò ce aio sputato,
ca omo deo sputare nello più laido luoco". A
queste paravole lo re non responneva, ma stava muto. Allora lo
filosofo lo toccava in la spalla e disse:
"Di' ca bene dico. Di' ca te piace". Ora se questi, li
quali portano la varva, staiessino a lato a questo
filosofo, recìperano quello che recipéo lo re.
Cap. X
Della morte dello re Ruberto e della venuta che fece la reina de Ongaria a Roma.
Anni Domini currevano MCCCXLII[I] quanno finìo li suoi dìe
lo inclito e glorioso omo Ruberto rege
de Cecilia e de Ierusalem. E fu sotterrato onorabilemente nella
citate de Napoli, in Santa Chiara. Iace
nello luoco dove duormo suoi antecessori. Per la cui morte lo renno
de Puglia fu desolato, como ioso
se dicerao. Questo re Ruberto fu omo moito savio, e tanto savio che
per sio sapere acquistao la
corona, ca non dovea essere re. Esso anche ordinao che Carlo sio
frate consobrino, a chi spettava la
corona, fussi chiamato re de Ongaria; e così fu, donne puoi fu
coronato esso. Questo re Ruberto fu
omo che mantenne sio reame in tanta pace, che per tutta Puglia, tutta
Terra de Lavoro, tutta Calavria
e Abruzzo la iente delle ville arme non portava, né
conoscevano arme. Anche portavano in mano una
mazza de leno per defennerse dalli cani. Anche questa tale usanza in
parte se serva. Questo re,
quanno li iogneva la novella che diceva: "Cinqueciento dell'oste
toa soco perduti nella vattaglia",
responneva e diceva: "Cinqueciento carlini so' perduti".
Questo re fu tanto industrioso che forza de
imperio in soa vita non se potéo accostare a sio renno. Doi
imperatori consumao drento le mura de
Roma: como fu Errigo conte de Luzoinborgo e Lodovico duce de Baviera,
como de sopra ditto ène.
Anche questo re fu conte de Provenza e fu omo granne litterato, e
spezialmente fu espierto nella arte
della medicina. Granne fisico fone e filosofo fone. Alcuna cosa avaro
voleva vedere como soa moneta
despenneva. E che più, le pene perzonale convertiva in
pecuniarie. Abbe questo re un sio figlio lo
quale fu duca de Calavria. Fu omo moito iustiziale e diceva: "Lo
re Carlo, nuostro visavo, acquistao e
mantenne questo reame per prodezze, mio avo per larghezze, mio patre
per sapienzia. Dunqua io lo
voglio mantenere per iustizia". Forte se studiava lo duca de
servare somma iustizia. Accadde che uno
barone dello renno occise uno cavalieri. Fu citato a corte dello re
in Napoli. Là fu tenuto in presone e
fu connannato alla testa. Puoi lo re commutao la sentenzia in pecunia
de perzonale, ché lo connannao
in quinnici milia once. La moneta pacata fu. L'omo tratto dallo
dubioso luoco e fu messo in un aitro
libero e largo. Quanno lo duca questo sentìo, incontinente
entrao quella presone donne questo era stato
essito. Li fierri se fece mettere alle gamme. Miserabilemente stava
como volessi perdere la perzona.
De là non vole iessire. Quanno lo patre sentìo questo,
conoscenno la voluntate dello figlio, condescese
alla iustizia contra soa voluntate. L'omicidiario la testa perdìo.
Da puoi se fece venire denanti lo duca
sio figlio, allo quale disse queste paravole: "Duca, noi simo
condescesi a toa voluntate a bona fede;
ché·lla troppo granne iustizia, dove non se trova
remissione, ène pessima crudelitate". Questo re
sempre teneva galea apparecchiata per fuire in Provenza, se faceva
mestieri; la quale galea se
chiamava la galea roscia. Questo re, como abbe receputa la corona,
voize reacquistare la Cecilia, la
quale sio patre per lussuria perduta avea. Granne esfuorzo de iente
fece. Ciento milia perzone abbe.
Armao sio navilio per passare a recuperare la Cecilia. 'Nanti che
issi, iettao suoi arti, la sorte della
geomanzia. Fuolli respuosto che dovea prennere la Cecilia. Ora ne vao
lo navilio, e·llo stuolo se calao a
Trapani. Là a Trapani, facennose alcuna curreria, fu
subitamente presa una donna la quale ne iva a
marito. Fu demannata como avessi nome. Respuse: "Io so' la
triste Cecilia". Questo odenno lo re fu
forte turvato. Disse ca era ingannato dalli suoi arti. La promessa
adempita era. Sio stare non era utile.
Procacciava dello tornare; ma tornare non poteva, né avere
fodero poteva, perché lo mare era turvato.
Granne bussa, granne tempestate faceva. La fortuna no·lli
lassava partire, non li lassava portare
foraggio. In terra de nemici li conveniva morire de fame. Vedi
crudelitate che li convenne usare per
scampare con soa oste. Lo pane aveano poco. Davase a mesura. Penzao
de mancare iente, perché·lli
bastasse più lo pane che avea. Eadem actio prava fuit et
studiosa, como Aristotile dice. Era drento,
fra mare, una isoletta con selve, forza da longa dall'oste miglia
dieci. Abbe galee e mise in esse forza
da sei milia perzone, e deoli ferramenta da tagliare lena, accette e
ronche, e mannaoli a quella isola
sotto spezie de lena fare. Puoi che li sei milia fuoro portati là,
fuoro lassati. Li legni tornaro. Là li
lassaro senza pane. Là moriero de pura fame. Vedi crudelitate!
Per passare tiempo sei milia perzone
moriero de fame. Nullo li visitao, nullo li confortao. A questi fora
stato de bisuogno la cappa de santo
Alberto, la quale se li faceva tavola, per tornare a casa. Mancata
che abbe lo re questa soa oste de
queste perzone, esso cercava de tornare. Como le navi fuoro
descioite, subitamente la tempestate
desiettao lo navilio là e cà. Tutta notte viddero li
pericoli de mare. Dodici legni, dove lo re stava, per
violenzia de fortuna vennero in puorto de Messina. Era l'aurora, lo
dìe se faceva. Lo romore delli
marinari era granne. Don Federico, cunato de re Ruberto, excitato per
tale romore, lo quale non
mustrava opera de mercatanti, se levao da lietto e fecese alli
balconi e guardanno vidde insegne
regale. Conubbe ca re Ruberto, sio cunato, era iettato per la
fortuna, lo quale venne per la Cecilia
recuperare. La reina sequitao lo re e, ciò conoscenno, disse:
"Ahi re, que farrete a mio frate?" Lo re
abbe misericordia e non curao ca quelle dodici galee erano perdute.
De soie mano non potevano
campare. In quello stante, in su la mesa terza, acquetao la fortuna.
Lo re con soie galee se trasse
alquanto a reto, puoi tanto più che tornao a Napoli. In sio
palazzo entrao. Mai non gìo più in armata, né
per mare né per terra. Avea un sio ogliardino allato dello
palazzo e là sempre stava a valestrare.
Mentre che valestrava, penzava li fatti de sio reame. Mentre che iva
de segnale a segnale, dava le
resposte e·lle odienzie alle iente, commetteva li fatti e·lle
cose le quali devea. In questo tiempo,
currevano anni Domini MCCCXLIII, venne a Roma a visitare le corpora
delli santi e·lle basiliche
sante la reina de Ongaria, matre de Lodovico re de Ongaria e de
Antrea re de Puglia, sio frate. Stette
dìe tre in Roma e visitao tutte le santuarie e fece granni
doni a tutte le chiesie. Frate Acuto, uno
fraticiello de Ascisci lo quale fece lo spidale della Croce a Santa
Maria Rotonna, fu lo primo che·lli
domannassi elemosina per acconciare ponte Muolli, lo quale era per
terra. La reina li donao tanta
moneta, che lo ponte se refaceva con alcuno aiuto. Donne fuoro fatte
le cosse nove e·lla torre e
forano fatte le arcora, se non avessi auto impedimento. Puoi
incomenzao a muitiplicare la poveraglia
de Roma e tanto era lo petire, che non bastava lo sio dare. Per la
importunitate delli petitori se
abivacciao la reina e convenneli partire. Nam pauperes habent mores
corvinos. Rustici montani
mores habent lupinos. Moito la onoraro le donne de Roma. Moito
ammirava l'abito de Romane.
Partìose e gìo a Napoli a visitare sio figlio re
Antrea, e visitaolo e là recipéo per la reina Iuvanna e
per
li conti dello renno quelle onoranze le quale diceraio là dove
se tocca della morte de re Antrea. Questa
reina veniva sopra una carretta. Quattro palafreni tiravano quella.
Otto contesse sedevano con essa.
Tutte guardavano ad essa. Nella aitra carretta venivano aitre
damiscelle con veli ongareschi e con
coronette d'aoro puro in capo. Cinquanta cavalieri a speroni d'aoro
intorno, e aitri serviziali. Questa
donna avea mozze quattro deta della soa mano ritta. E mozzaolille uno
barone de Ongaria: Feliciano
abbe nome. La novella fu così. Feliciano abbe una figlia, nome
Elisabetta, la quale per compagnia della
reina usava in corte regale. Lo cunato dello re carnaliter illam
mediante regina cognovit. Venne lo
tiempo che·llo patre la retrasse dallo servizio della reina e
disse ca·lla voleva maritare. Disse
Elisabetta: "Non se conveo che marito aia quella a chi sotto
ombra de re è tuoito sio onore". Questo
odenno Feliciano fu turbato. Più non disse. Anche ne gìo
con un sio iovinetto figlio, cavalieri, a parlare
collo re. Lo re era in una oste. Entra Feliciano l'oste e passa onne
iente. Passa lo steccato intorno allo
re e ionze allo paviglione regale. Là, 'nanti la porta dello
paviglione, trovao uno frate, lo quale era
confessore dello re, piecaose in terra e sì se confessao e
disse: "Io dego condescennere ad uno caso
collo megliore cavalieri dello munno, donne è pericolo de
morte de doi perzone. Pregote che me
assolvi". Lo frate no·llo intese. Imbrattao la porta,
fece soa croce, sio miserere, e abbe assoluto de
quello che non intenneva. Intra tanto le guardie nunziaro allo re che
Feliciano era venuto. Lo re stava a
tavola e pranzava esso e·lla reina e sio figlio Lodovico, mode
re, lo quale era in etate de infanzia. Deo
licenzia lo re che Feliciano entrasse. Feliciano, auto commiato,
disse allo figlio: "Sta' qui. Non entrare.
Se odissi romore, cavalca e vattene. Lo cavallo bene te portarao".
Entra Feliciano. Quanno lo re lo
vidde, aizao la voce e disse: "Ahi pazzo, haime trovata drento
la Boemia quella bona spada la quale me
promettesti?" Respuse Feliciano e disse: "No. Io la
trovaraio. Volete che aia tale fierro, tale tagliare,
quale hao questa mea cortellessa?" E ditto questo, aizao la
cortellessa sopra lo capo dello re più de doi
piedi.
Lo re levao l'uocchi per guardare alla accia de questo fierro. Allora
Feliciano abassava la mano e
lassao cadere de fortuna. Ìo lo colpo per partire la testa
dello re in doi parte. Lo re, temenno e
tremanno, sùbito se mise sotto la tavola. La reina parao la
mano. Lo fierro coize quattro deta, le quale
sùbito caddero in terra. La cosa era nova. Lo romore granne.
Li donzielli, li quali servivano, colle
cortella da servire occisero Feliciano. Puoi curzero sopra lo figlio
e sì·llo occisero. Patre e figlio morìo
in uno ponto per la lengua de Elisabetta. La reina ne perdìo
mesa mano.
Cap. XI
Della sconfitta de Spagna e della toita della Zinzera e dello assedio de Iubaltare.
MCCC[...] anni Domini currevano, de mese de [...], quanno fu fatta la
granne e orribile vattaglia infra
Cristiani e Saracini. Duce Deo Cristiani fuoro vincitori. Saracini
fuoro sconfitti in Spagna in uno
campo lo quale se dice Cornacervina, nello terreno della citate de
Sibilia, dove moriero sessanta milia
Mori. La quale novitate fu per questa via. Uno nobile e glorioso re
fu in Spagna. A nostri dìi megliore
non fu. Abbe nome donno Alfonzo, figlio dello re Duranno re de
Castelle. Questo re Alfonzo fu moito
vittorioso. Continuamente resse la frontiera contra delli Saracini.
In una rotta sconfisse uno
grannissimo duca de Saracini, lo quale avea nome Picazzo, e sì·llo
prese per la perzona. Questo
Picazzo avea uno uocchio. Non più consideranno lo re Alfonso
la nobilitate e·lla potenzia de Picazzo,
deliverao de perdonarli la vita, se voleva recipere lo battesimo e
prennere soa figlia per moglie. Le
cose fuoro promesse e venivano ad effetto. Quanno Picazzo venne alla
fonte dello battesimo, fu
pentuto. Desprezzanno lo battesimo e lo cristianesimo sputao
orribilmente nella conca. Questo
vedenno lo buono re Alfonzo fu turvato. Niente tarda. Impuina mano a
soa spada e senza misericordia
li partìo la testa dallo vusto. Quello cuorpo fu iettato fra
li cani. Questo iovine Picazzo avea una sia
matre reina: la Ricciaferra avea nome. La Ricciaferra avea un re per
marito, lo quale avea nome
Salim re de Bellamarina, nato de una citate che se dice Trebesten.
Questa Ricciaferra, sentenno
occiso lo bello sio figlio Picazzo per la mano dello re Alfonzo,
penzao de fare la vennetta sopre li
Cristiani e sopra lo re Alfonzo. E perché ciò fare non
se poteva senza granne esfuorzo, penzao de fare
lo passaio sopre la Cristianitate, e così fece. Abbe ordinato
collo loro papa, lo quale in quello tiempo
avea nome Galiffa de Baldali, soldano de Babillonia, che fecessi uno
commannamento generale e
indulgenzia per tutta Saracinia - Partia, Media, Turchia - a fare lo
passaio e·lla granne armata per
prennere terre de Cristiani e occupare e destruiere le chiesie de
Cristo e relevare tiempi a Macometto.
Così fu fatto. Per tutta Saracinia vanno predicanno li
alfaquecqui, cioène prieiti, e portano lettere
espresse da parte de Galiffa loro papa che·sse faccia lo passo
sopra Cristiani. La iente fu adunata
grannissima da pede e da cavallo. Fuoro da quattrociento milia
perzone da vattaglia. Fuoro tutte con
mazze in mano e fionne: Perziani, Arabi, Saracini neri, Parti,
Dulciani. Queste fuoro le ienerazioni
commosse a questa adunanza per lo passo fare de cà da mare.
Quattro fuoro li regi de corona li quali
questa iente guidavano. Lo primo fu lo re dello Garbo, lo re de
Marocco, lo re de Bellamarina, in aitro
nome de Trebesten, e lo re de Granata. Questi fuoro li regi de
Saracinia. Vero ène che·llo re de
Granata non venne con questi, ché sio reame ène drento
della Spagna; ma quanno sentìo la forza
passata de Saracini, sì se rebellao e mosse, guerra drento
nella Spagna. Questi quattro regi con tanta
iente muossero e passaro lo mare e liberamente se posaro in terra
ferma. Sei iornate de terreno
occuparo de Cristiani con cavalli, asini, muli, camielli, femine
infinite, siervi, arme, fodero de pane e
aitro arnese da guerra. Francamente passano e pono l'oste sopra una
citate de Spagna la quale se dice
Taliffa, e dicono che quella ène cammora loro. Nelli lati e
spaziosi campi destienno li paviglioni e iaccio
in campo. Per fermo assedio fare portano ignegni e trabocchetta.
Grossa era la iente. Non dubitano.
Alquanto magnano, bevo. Loro tammuri sonano. Deh, como granne romore
faco! Haco ignegni da
aizare scale, da iettare macine. Loro campo, dove posaro, avea nome
Cornacervina, campo spazioso,
abunnevole de acqua, lena e erva, anche forte, ca·llo
fortificava uno fiume lo quale se dice Rigo
Salato. Questo fiume desparte Taliffa da Sibilia. Da vero che in
questo campo non forano venuti né
potuti venire per la stretta valle la quale passaro canto la costa,
se non fussi che nella entrata dello
paiese se pattiaro con un granne e potente barone dello reame: don
Ianni Manuelle avea nome. Questo
don Ianni Manuelle era delle più potente colonne de Spagna. La
montagna era in sia balìa. Era questo
don Ianni in errore collo re Alfonzo, ché no·lli
favellava e derobare faceva, perché reprenneva lo re, lo
quale con soa reina stare non voleva, anche stava con una badascia -
madonna Leonora avea nome -,
como io' diceremo. A questo don Ianni Manuello donaro li Saracini
granne quantitate de doppie de
aoro, perché·lli concedessi lo passo; e così fu.
De licenzia dello re Alfonzo don Ianni Manuello
concedéo lo passo a Saracini, e vennero nelli campi de
Cornacervina, como ditto ène, e là stavano ad
oste a fermo assedio. Derizzaro trabocchi e fecero ignegni da ponere
scale, con rote e funi. L'oste
stette ben mesi tre. Taliffa se perdeva in tutto, se non se
succurreva. Non se poteva recuperare.
Quanno lo buono re Alfonzo se sentìo sopre l'oste e·llo
esfuorzo granne, non dottao, anche se puse alla
frontiera in Sibilia, la citate reale. Dicese che madonna santa Maria
fussi nata in questa citate. Ora
non dorme lo re Alfonzo. Manna per succurzo allo papa. Manna alli
regi li quali staco intorno ad esso,
cioène a sio zio, don Dionisi de Lisvona canto mare, re de
Puortogallo, allo re de Navarra, allo re de
Aragona. Manna commannamenta espresse a tutti suoi baroni che
sequitinolo. A don Ianni Manuello
fao commannamento tanto che non se parta, anche stea e chiuda la
essuta e fera dereto, quanno lo
stormo oderao. Ben se sollicita lo re. Ben chiama tutta la Spagna.
Questi regi non fecero resposta, ma
cavalcaro de sùbito con loro espediti cavalieri e pedoni.
Mustrano lo loro buono volere e forza. Lo
primo aiutorio fu quello de papa Benedetto: setteciento uomini d'arme
de buono apparecchio, Todeschi
e Franceschi, cavalli gruossi, bene armati, vennero crociati,
assoluti de pena e de colpa. Lo secunno
aiutorio fu lo re de Navarra con quelli de Pampalona, con cinque
milia cavalieri adorni, buono capiello
de acciaro in testa, bona targia in vraccio, tagliente guisarina da
lato, lucente zagaglia in mano. Anche
venne con pedoni vinti milia. Lo terzo aiutorio fu lo re de Aragona
con cinque milia cavalieri fra
Provenzani e Franceschi. Con esso fuoro quelli de Tolosa. Anche menao
pedoni vinti milia. Anche ce
fu don Dionisi sio zio con quelli della citate de Lisvona. Lo quarto
aiutorio fu lo re de Puortogallo con
quinnici milia cavalieri spagnuoli, currienti cavalli e dardi in
mano. Lo quinto fu esso re Alfonzo, re de
Castiello, con trenta milia cavalieri buoni, adorni, con cavalli
spagnuoli de quelli de Castiglia, li quali se
contano li più nuobili destrieri che siano, pedoni senza fine.
Mentre che lo assedio era sopra Taliffa, lo
re Alfonzo era in Sibilia con soa baronia. La fame e·llo caro
era granne in Sibilia. La iente, la quale era
venuta a servire, non poteva tanto demorare. La moneta non bastava.
Forte se mormorava la iente de
tanta tardanza. Allora lo re Alfonzo, represo da suoi baroni,
deliverao iessire fòra alla vattaglia e
cercare soa ventura. Spene abbe in Dio, lo quale non li fallìo.
Esse fòra vigorosamente. In questa
forma soa iente conestavilìo. Trenta milia cavalieri abbe de
buono guarnimento, non più, ciento milia de
pedoni. Era in mieso, fra soa iente e l'oste de Saracini, lo fiume lo
quale se dice Salato. De·llà da
Salato stao Cornacervina, dove staco trabacche e paviglioni,
alfaniche e confalloni, iente assai, como
ditto ène, con moiti tammuri. Da lo lato ritto de l'oste
stavano le montagne de Ilerda, la veglia terra.
Dallo lato manco stavano le pianure spaziose. Dereto li stava una
stretta valle, la quale avevano
passata per forza de moneta, como ditto ène. De sopre dalla
valle staievano le montagne le quale
teneva don Ianni Manuello. Denanti aveano lo fiume e·lli
nimici. Lo passo dello fiume curatamente se
guardava. Lo re Alfonzo tenne questa via. Imprimamente mannao li
setteciento cavalieri papali
crociati a passare lo fiume. Treciento rompessino lo passo e
commattessino colle guardie. Doiciento se
ponessino dallo lato della currente dell'acqua a sostenere la forza
dello fiume, che·lla pedonaglia
potessi passare; li doiciento remanessino a guardare lo passo, aitro
non facessino. Non era piccolo
pericolo passare lo fiume, lo guado rompere. Tutti fuoro destrieri
eletti. A questa iente aitro confallone
dato non fu, se non uno confallone collo campo bianco e·lla
croce vermiglia. Su la croce era lo
crucifisso. Po' li setteciento crociati sequitao esso re Alfonzo a
cavallo in uno cavallo ferrante liardo.
Dicese che fussi lo più bello e megliore dello munno. In soa
compagnia abbe cavalieri dieci milia, che,
rotto lo passo, fossi lo primo lo re con soa iente alla vattaglia.
Po' lo re Alfonzo sequitao lo re de
Aragona con cinque milia cavalieri e pedoni vinti milia. Questo ìo
dallo lato della montagna a ponere li
impedimenti e occupare li passi e·lle selle, le entrate e·lle
descese, perché Saracini per la montagna
non avessino valore né redutto né fuga. Dallo lato
manco, innella pianura, fu mannato lo re de Navarra
con dieci milia cavalieri, con cinque milia pedoni, perché lo
Saracino non potessi dare la fuga né
destennersi per li campi. Po' queste iente sequitao lo re de
Puortogallo con quaranta milia pedoni e
tutto l'aitro esfuorzo a sostenere le spalle. Questa fu la schiera
grossa. Dallo aitro lato dereto don Ianni
Manuelle devea ferire colli montanari. Questa fu loro bella
conestavilia. Così ne venne la lettera a
Roma a missore Stefano della Colonna berbentana, a gran pena intesa.
Dato l'ordine e·llo nome, li
setteciento cavalieri ionzero allo fiume. Rompo l'acqua e passano.
Non vaize reparo. Tre cavalieri, li
quali erano sopranamente a cavallo, fuoro li primi che l'acqua
passaro: uno arcivescovo e doi cavalieri
a speroni de aoro, donzielli dello re Alfonzo, uomini li quali
sapevano la contrada, usati dello passo.
Questi fuoro li primi 'nanti all'aitra iente. Là nello passare
fuoro presi dalli perfidi Saracini e
prestamente loro teste dallo vusto fuoro troncate. Là in
quello passo fuoro martiri gloriosi de Cristo.
Ora iogne la cavallaria. Passa uno, passa l'aitro. Poco vale lo
reparo. A una forza tutto lo stuolo de
Cristiani fu puosto de·llà dallo fiume. Nullo ce
pericolao nello passo, se non l'arcivescovo e li doi
cavalieri, li quali lo glorioso martirio recipiero. Passato lo
stuolo, Saracini, la perfida iente, non dottava
per la granne loro moititudine. Anche stavano canto l'acqua e
manicavano e godevano, loro cembali
sonavano, granne stormo facevano. Alla fine se levano su. Prienno
loro arme, arcora, mazze e fionne,
e resisto forte e pienamente. L'ora era su la terza. Ora vedesi
tromme e instrumenti sonare. Odese
romore da parte in parte. Tamanto è lo strillare, che voce
umana nulla se intenneva. Su in quelle coste
rembombava lo crudele romore. Dieci miglia da longa fu odito. Odi
pianto, odi gridare. A cuorpo a
cuorpo se affrontano. Alle mano soco. Chi dao, chi tolle."Dae,
dae, dae" odivi; aitro no, per granne
ferire su nelle teste armate. Vedese iettare de lance, aizare de
spade, saiette volare. Le prete, vrecce
de fiume, de piena mano fioccavano como neve. Là erano la
maiure parte Turchi, li quali aitro non
aveano se non fionne e prete. Moita iente pericolaro. Io ademannai
uno pellegrino spagnuolo se de
questa rotta alcuna cosa sapeva. Quello disse ca nce fu, e trassese
sio capiello de capo e scoperze la
fronte e mustrao una sanice rotonna in mieso della fronte, e disse ca
quello fu colpo de preta. Un aitro,
lo quale similemente adimannai, scoperze lo capo de sio cappuccio e
mustraome tre sanici de colpo de
spada e una nella fronte de preta. Puoi bene sapere ca se maniavano
Saracini, ca·sse aiutavano.
Vedese travoccare da cavallo, teste fennere, saiette e sbiedi pietti
passare. Passano li cavalli sopra le
corpora. Granne ène lo pianto e·llo guamentare. Così
curre lo sangue como rigo de acqua. Là se pare
chi ène figlio de bona mamma. Ora vedesi lo bello commattere
e·llo delettevole armiare che·lli iannetti
facevano. Currevano per lo campo commattenno, ferenno e lancianno.
Non era chi li potessi adetare,
tanta era la loro velocitate e leierezze. Una targetta in vraccio
portavano longa doi piedi, lata uno,
coperta de lino, so·lla quale da capo a pede se coperivano,
staffe corte [...] vestimento de lino incerato,
in capo scuffia de fierro. In mano portavano dardi. Questi dardi
lanciavano. Chi ne leva uno piùne non
ne vole. Quanno li dardi mancavano, lo iannetto currenno con sio
curzieri se piecava fino a terra.
Coglie sio dardo e destramente lo lancia denanti, dereto, abasso, in
aito secunno soa voluntate. Granne
ène loro leierezze. Questo ène lo iocare della
iannettia. Questi iannetti soco li scoperitori regali. Durao
la vattaglia fi' alla nona, più no, perché la iente
saracina sentìo don Ianni Manuello, lo quale della
montagna descenneva per ferire dereto e per lo passo parare. Quanno
fu questo sentuto e conubbero
la fumiera, lo splennore delle lance e delle insegne, subitamente li
venne meno lo core e·lla vertute.
Tutti fuoro rotti. Non puoco resistere. Ora se voitano, dacose alla
fuga. Terribile cosa è loro fuire.
Fugo senza alcuna remissione. Non è speranza se non nelle
gamme. Ora vedesi occidere, ora vedesi
maciello fare. Granne tagliare se fao de quella canaglia della iente
saracina. Questa sì ène la nobile
sconfitta de Spagna, infra moite poche memorabile. LX milia corpora
de Saracini fuoro morte, XL
milia li presoni. A queste cose lo re non fu, né·lle
sentìo, per lo poco dubio lo quale avea nella soa forte
schiera. Commattéo puoi che la novitate pervenne alla forte
schiera e·llo dubio fu palesato. Stava in
guardia della porta dello regale paviglione uno omo - Serafin avea
nome - più granne che li aitri tre
piedi, macro, tutto nervoso, longhe le gamme, nero lo voito, vestuto
de uno perponto de iuba de seta. In
mano teo una mazza de fierro 'naorata. Questo Serafin, a cui era
fidata la perzona dello re, dubitao de
nunziare la mala novella. Puro la manifestao alla reina. Mossese la
reina: Ricciaferra avea nome.
Passa denanti allo re. Delli suoi uocchi fontana de lacrime
descenneva. E disse: "Su re, ca·lla ventura
ène de donno Alfonzo". Lo re iocava a scacchi. Questo
odenno fu turbato. Più non disse, più non odìo.
Bastaro doi paravole. Vestuto de una [...] de aoro longa fi' alli
piedi, barretta de aoro in capo con prete
preziose, bacchetta d'aoro in mano, salle a cavallo, prenne lo camino
de casa soa. Era intorno
affasciato da sette milia Turchi con vastoni de fierro inaorati in
mano, vestuti de iube de sannato sopre
ponte de ballacchino, armati alla imperiale. Anche ivano aitri
cavalieri con lance, con fierri lati, lucienti.
Denanti a questi ivano assai cembali sonanti e aitri strumenti senza
fine. Regale pareva la forza e lo
suono. Più denanti vaco dieci milia iannetti currenno e
sparienno da onne lato dardi, como fao la
spinosa alli cani. Nulla perzona ad essi se accosta, sì granne
ène lo fioccare delli dardi. E moita aitra
iente da pede e da cavallo con granne fortezze, con sole armature lo
sequita. A questo muodo ne vao
fuienno dello stormo Salim, lo re de Bellamarina. Rompe e passa onne
para per forza della nobilitate
de soa cavallaria. Lassao Ricciaferra, la soa donna, la reina. Lassao
onne cosa desperata. Sei dìe
durao la fuga. Sei dìe durao la incaiza. Così iace
seminata la iente morta como le pecora. Po' la
partenza dello re la reina fece destennere panni bianchi de seta in
terra. Là fece ponere tutta la
moneta e·lle gioie regale. Là essa sedeva con cinquanta
soie soffragane concubine dello sio re. Uno
cavalieri spagnuolo - Arcilasso avea nome -, armato e bene a cavallo
con una lancia in mano curreva
per lo campo. In sio furore entrao lo Alfanic, cioène lo
paviglione dello re. Occurzeli la reina. Quanno
questo Spagnuolo vidde la reina sedere in figura de tristizia (puro
la soa vista dignitate mustrava),
lassase e deoli de una lancia. Da oitra in parte la passao. De colpo
l'abbe morta. Torna in reto e per lo
campo fao granne male. Una maraviglia fu, che·llo ferrante
dello re Alfonzo, della cui bellezza alcuna
cosa ditto ène, da puoi che fune in quello campo, mai non
posao, mai non fu potuto tenere. Contra
voluntate delli circustanti allo freno portao lo re nello paviglione
dello re de Bellamarina e là restette de
furiare. Così fece como avessi auto senno umano. Quanno lo re
Alfonzo allo paviglione regale fu ionto,
trovao la reina, la quale morta iaceva e in mieso de soie soffragane
stava, le quale piagnevano e
guardavano quello cuorpo. Erance una la quale era cristiana - avea
nome Maria -, nata de una villa la
quale hao nome Obeda. Questa Maria fu schiava, e per soa bellezza e
suoi costumi era concubina de
re. Parlao e disse allo re che avessi mercede; Arcilasso la donna
avea esmattata. Quanno lo re intese
che·lla reina era morta per le mano de Arcilasso, fu forte
dolente e disse: "Ahi Arcilasso, como non te
temperasti a tio furore? La mea vittoria era doppia". Puoi fece
atti de tristezze sopre la donna. Era la
donna grassa e grossa. Credere non se pò. Nelle gamme, nelle
vraccia e in canna avea cierchi de aoro
purissimo smaitati, ornati de prete preziose. Questa donna de
commannamento dello re fu operta. Puoi
fu inzalata e messa in una cassa piena de aloè e fu posta per
dignitate in una aita torre. Puoi lo cuorpo
de questa donna revennéo allo marito infinita quantitate de
moneta. Po' questo lo re Alfonzo fece
tollere lo tesauro dello re fuito, lo quale fu doppie [...], che
milli muli ne fuoro fatigati a portare arme e
aitro arnese, como se dicerao. Maria de Obeda, guardiana della reina,
fu liberata. Disse ca quelle
doppie non erano la quarta parte, le tre parte ne erano furate per la
iente. Ora tornemo alla incaiza de
Saracini. La incaiza durao dìe sei. Non era muodo allo
macellare. Lo sesto dìe trovaro una citate canto
mare che·lli recipéo: Ziziria hao nome. Quella Ziziria
fisse lo Cristiano. Intanto daose la iente alla
guadagna dello robare. LX milia fuoro le corpora delli Saracini
morte. Quelle loro ossa fuoro adunate
in uno campo e de esse fatta fu una grannissima montagna. Fine allo
dìe de oie dura. Anche più, ché
oie in questi dìe vao lo aratore e ara lo campo, e aranno
trova teste, gamme, vraccia e ossa assai.
No·lle poco capare. Anche più, che durao alcuno spazio
de dìe che·lli viannanti sequitavano per loro
mestieri, per le selve trovavano a pede delli arbori ossa iacere in
forma de omo lo quale dormissi.
Questo era che·lli feruti essivano dallo stormo e posavanose a
pede delli arbori per accogliere lena, ca
stanchi erano, e, como se posavano, lo spirito e·lla vita in
un tiempo li abannonava. Così remanevano
quelle ossa senza carne. Infra le gote vedeva omo resplennere aoro.
Questo era ché Mori se metto le
monete e loro doppie d'aoro in vocca. Queste doppie lucevano como
aoro. Allora chi questo trovava
percoteva la zucca dello capo con preta e bastoni, sì che
spartiva le ganghe, e·lla coccia volava in
terra. Lo viannante alegro la moneta prenneva. Granne fu lo guadagno
de questo stormo. XL milia
corpora de Saracini fuoro presi, maschi e femine, li quali fine nello
dìe de oie staco siervi de Spagnuoli.
Zappano, arano, filano, tiesso, cucinano e aitri mestieri secunno le
connizioni. Onne artificio faco.
Infiniti ne fuoro vennuti como se venno le crape. Per tutta Spagna
fuoro vennuti colla corona in capo.
Anche ce soco de quelli siervi. Onne servizio faco a Spagnuoli loro
signori. Hortos et vineas colunt
dominorum precepto solo victu contenti. Anco ce fu guadagnata la
moita robba: denari, arnesi,
arme, vestimenta, vascella de metallo de rame, cavalli, muli, somari,
camielli, paviglioni, trabacche,
tanto forag[g]io, tanto arnese. Estima quanta fu la iente! Lo re
Alfonzo abbe lo paviglione regale con
tutto quello drento. Lo paviglione avea nome Alfanic. Treciento
cammore avea. Era de panno de lino
attorniato de corame roscio con corde de seta invernicate d'aoro. Mai
non vedesti più mirabile né più
bella cosa. Nello fastigio de sopre, dalla parte de fòra,
tutto stava puosto a lune, drento de diverzi
colori. Non se pote quello lavoriero contare. Drento dallo Alfanic fu
trovata la Ricciaferra, la reina
morta per Arcilasso, como ditto ène, la quale fu vennuta a sio
marito moito aoro inzalata in una cassa.
Puoi ce fuoro trovati li tesauri regali, la quarta parte; le tre
furate erano. Milli e doiciento muli portaro
quelle, e fuoro doppie. Disseme chi le vidde, chi le despese che
quelle doppie erano d'aoro e erano in
forma de piattielli de ariento, poca cosa meno che·lle patelle
dello calice dello aitare. Anche fra quello
tesauro fu trovata la lettera della indulgenzia, la quale li avea
conceduta lo loro granne papa - Galiffa
de Baldali aveva nome -, nella quale prometteva a chi moriva in
questo passo la resurezzione a terzo
dìe. Puoi prometteva sette mogliere vergine nello santo
paradiso. Puoi li prometteva de farli stare
abbracciati con santo Macometto e con santo Elinason. Puoi li
prometteva de satollareli de latte e de
caso e lagane e vuturo e mele. Queste erano le promissioni dello
soldano Galiffa de Baldali in soa
lettera. Puoi li commannava che tutta Cristianitate sterminassino e
occupassino lo munno. Anche ce fu
trovato in quello Alfanic arme assai, guarnimenti regali de panni
tartareschi e ballacchini ornati con
aoro e prete preziose. De questo tesauro lo buono re Alfonzo mannao
in Avignone a papa Benedetto,
lo quale era vivo allora, la decima parte de queste doppie d'aoro.
Vaize da ciento sessanta milia fiorini.
Anche li mannao lo confallone reale collo quale abbe la vittoria, lo
quale portao nello stormo. Anche li
mannao lo bello cavallo ferrante lo quale lo re cavalcao nella
vattaglia, lo quale ferrante papa
Chimento, sio successore, lo donao e mannao a Filippo de Valosi re de
Francia per lo moito bene che li
voize. Anche li mannao vinti de quelli Saracini presonieri con quelle
arme, con quello abito, con quelli
cavalli colli quali fuoro presi. Così ionzero in Avignone
questi vinti Mori. Per la mutazione dello paiese
e per la perduta licenzia tutti moriero, salvo uno solo, lo quale se
fece devoto cristiano, donziello dello
papa. Fi' alli dìe nuostri vive. Anche li mannao vinti
confalloni presi nella rotta de Turchi e Medi, li quali
confalloni una collo granne confallone sio regale fuoro appesi nella
cappella de papa Benedetto dello
palazzo papale de Avignone. Allo dìe de mo' non ce staco.
Fatta che fu questa sconfitta, lo re de
Granata per tema de sio reame deventao tributario a re de Castelle.
Io pozzo dicere in bona fede con
veritate, ché delle arme de questi io viddi per questa via.
Nella citate de Tivoli venne Carlo imperatore,
anno Domini MCCC [...], como se dicerao. La iente era moita. Io stava
in una pontica, là dove venne
uno a comparare cannele de cera e confietti e spezie. Questo teneva
una spada sotto vraccio. Lo
pomo era tutto inaorato e lavorato a igli e fiori. Dissi io: "Vòi
tu vennere questa spada?", e trassila fòra
dello fodero. Era la spada como le nostre soco, in forma de mieso
stuocco, mesa spada. Non era
troppo granne né troppo lata, ma, como le nostre, bene
convenevile, fatta allo muodo genovese. Lo
pomo era luongo como uno prungo piano, l'ilzo como mesa luna, e era
la maiure parte 'naorato lo
fierro, l'ilzo e·llo pomo tutto. La vaina era curata con
tenere de fierro bene lavorato e·llo caspiello con
correie moito adorne. Parevame che·lla spada non era sempia
como le nostre. Respuse lo buono omo
e disse: "Io non la voglio vennere, né la dera per
cinquanta fiorini". E ciò fermao con sacramento. La
iente che intorno stava disse: "Perché?" Respuse e
disse: "Questa spada fu guadagnata nella rotta de
Spagna, nello granne stormo quanno fu sconfitto lo re de Bellamarina
dallo re de Castiglia. Io me nce
retrovai. Dunque, benché assai bona sia, aiola cara troppo.
Non la dera per moneta alcuna". Fatta
questa sconfitta e raccuoito lo campo e licenziati li regi e li aitri
aiutorii, lo re Alfonzo non posa. Anche
fece iente de sio reame e de crociata e sequitao la iniqua iente
perfida. Moito li molesta. De loro
terreno vole. Intanto morìo papa Benedetto, lo bianco, e fu
creato papa Chimento, lo monaco nero. Era
una nobile citate canto mare, nelli confini de Saracinia, la quale
avea nome la Ginzera. Lo paese hao
nome Gigizia. Questa era delle megliori e delle più nobile e
più ricche de speziaria, seta e panni de
Tuniso che in Saracinia fussi. Questa citate assediao lo buono re
Alfonzo per mare e per terra. Lo
assedio fu durissimo. Ciento trentacinque galee abbe per mare e per
terra iente infinita da pede e da
cavallo. Durao lo assedio mesi diciotto e fu auta per fame. In quella
citate entrao lo re Alfonzo e soa
iente. Prese chi voize, occise chi·lli parze e cacciaone tutta
la perfida iente. Toize tutto loro arnese, lo
quale fu tanto che ène inestimabile. Quella citate empìo
de Cristiani. E fuoronce edificate chiesie,
locora de religiosi e fonne fatte doi vescovata. Quella citate fi'
allo dìe de oie serve a Cristo glorioso e
benedetto. Ora poni cura alla novella. Puoi che·llo re abbe
venta la Ginzera, non abbe bisuogno de
tanta moititudine de iente. Licenziao li sollati. Granne spesa avea
fatta. Fra li aitri licenziati fuoro trenta
cuorpi de galee de Genovesi, le quale li aveano bene servuto. Queste
galee tornaro a Genova. Quanno
fuoro nello entrare dello puorto, como usanza ène, sonaro
tromme e naccari e ceramelle. Troppo
imperiale faco suono e alegrezze. Puoi entraro lo puorto e puserose
ad ordine. Moito letamente dao in
terra tutto lo stuolo, bene vestuti, bene adobati e riccamente. Forte
aveano guadagnato. Fra le aitre
cose per novitate pusero nello puorto, su lo passo dello puorto, sei
de quelli Mori, li quali erano male
vestuti. De gialle schiavine loro cuorpo era ammantato. Fierri
tenevano in gamma. Mustravano ca
erano presonieri. Tutta Genova curre e descegne allo puorto a vedere
le galee venute. La moita iente
se foice. La moita iente fao intorno rota a questi mori. Desidera omo
vedere la iente della strania fede.
Staievano li sei Mori miserabilemente timorosi fra tanta iente. Moito
moito favellavano e po' lo
favellare voitavano loro capora, aizavano la faccia e resguardavano,
como ammaravigliassino, le belle
edificia e palazza aitissime le quale staco intorno allo puorto de
Genova. No·lli intenneva la iente. Era
là uno siervo de Genovesi lo quale fu saracino. Era cristiano
e nutricato in Genova. Latina lengua
sapeva. Diceva la iente: "Que dico questi?" Responneva:
"Questi dico così:"Non è maraviglia se noi
Saracini simo sconfitti e perdienti, ca nce ène stata sopre
tutta Cristianitate e Genova"". Quanno
aiognevano Genova, allora volveano le facce maravigliannose a quelle
palazza dello puorto de Genova.
Credevano che Genova fussi tutta la fortezze e bellezze de Cristiani,
non se ne trovassi simile. In
questo potemo conoscere che loro avitazioni non soco così
delicati como li nuostri. Anche ne venne
della Gizera lo vescovo de Peroscia, lo quale fu delli crociati, e
menao con seco otto de quelli Turchi.
Fuoro da cavallo, fuoro uomini bianchi e belli como noi; calzamenta
como noi, ronzini como noi. In
capo portavano uno capiello fi' alle recchie como mitra de papa. Vero
è che in mieso avea uno pizzo
ritto, luongo, sottile como fussi cuollo de gruva, copierto de panno
de lino bianco. Aduosso portavano
uno farsetto de panno de lino bianco como noi. Vero è che·lle
maniche erano longhe fi' alle deta della
mano. Sopre lo farsetto portavano uno manto de panno de lino como
piviale da preite. La ponta dello
lato ritto se iettava dalla spalla manca e quella della manca se
iettava dalla spalla ritta. Po' questo
donno Alfonzo non posa. Anco fao iente de sio paiese, e abbe
assediato lo bello e nobile castiello,
uitima fortezze de Saracini. Iubaltare lo castiello hao nome. Lo
paiese hao nome Alcacuc. In questo
castiello Macometto scrisse la soa leie e deola a Saracini e fece lo
livro lo quale se dice Alcorano.
Sopre de questo castiello puse l'oste lo re e iurao per la maiestate
de sio reame e per l'aitezza de soa
corona mai da quello assedio non partire finente che quello castiello
non avea. Ficcao sio stennardo in
terra. Serrato era allo torno. Lì puse l'oste e guardie
credennosello prennere per fame. Ène lo castiello
bellissimo e fortissimo. Hao nome Iubaltare. Stao in una penna de
preta viva aitissima. Su in quella
preta l'aquile faco lo nido. Puoi l'aitezza veo abassanno alla piana.
Là, canto la pianura, ène menato
uno muro fortissimo con spessi torricielli. Picazzo, de chi ditto
ène, lo fece fare su lo vivo sasso.
Drento dallo muro hao una fontana de moita abunnanzia. Nella destesa
della pianura hao la meschita.
Haoce arbori de onne rascione. Mai non fu veduta sì piacevole
fortezza. Cristiani per loro negligenzia
la perdiero. Questa fortezze se crese recuperare donno Alfonzo per
assedio; ma non li venne fatto, ca
sopravenne la granne e orribile mortalitate, della quale se dicerao,
e ferìolo con una iannuglia nella
inguinaglia. Donne li convenne, levato campo, morire nello tiempo
della granne mortalitate in Sibilia, la
citate regale. Questo re donno Alfonzo fu lo più nobile, lo
più glorioso, più iusto, più pietoso re che mai
fusse in Spagna. Sempre mai Spagnuoli lo piagneraco. Onne vertute
abbe. Non abbe defetto alcuno.
Una sola cosa abbe reprensibile, ca esso non amava la soa reina, né
con essa voleva stare, benché
uno figlio ne abbe. Anche teneva una soa badascia - donna Leonora
aveva nome - la quale amava
sopra tutte cose, la quale era sio confuorto, della quale avea
figlioli e figlie. Senza essa non poteva
stare. Per moite voite lo papa sì·llo ammonìo e
sì·llo scommunicao. Voleva che questa soa badascia,
donna Leonora, iettasse via. E·llo re per la epistola li
respuse doicemente, anche per una ambasciata, e
disse: "Santo patre, se piace a voi che io mora e non viva più,
io lasso stare; tutta fiata che io staiessi
senza essa io non pòtera vivere". Così lo santo
patre non lo molestava. Non voleva che soa vita fine
breve avessi. Io demorava nella citate de Bologna allo Studio e
imprenneva lo quarto della fisica,
quanno odìo questa novella contare nella stazzone dello
rettore de medicina da uno delli bidielli.
Cap. XII
Como fu cacciato de Fiorenza lo duca de Atena, e como morìo papa Benedetto e fu creato papa Chimento.
Anni Domini MCCCXLII, uno fulguro nello campanile de Santo Pietro
Maiure de Roma deo e arze
tutto lo cucurullo. Fu nell'ora de vespero, quanno li calonici in
coro cantavano lo offizio. Currevano
anni Domini MCCCXLII quanno papa Benedetto lo bianco morìo e
fu elietto papa Chimento sesto.
Questo papa Chimento fu monaco nero e fu perzona de tanta
sufficienzia che non avea paro. Era
grannissimo teologo e fu bellissimo sermocinatore. Quanno esso teneva
catreda per sermocinare overo
desputare, tutto Parisci concurreva a vedere esso. Deh, como bello fu
sermocinatore! Omo gallico
moito largifluo, da si' che in Studio fu era tanta soa larghezza, che
allo despennere no·lli iognevano soie
prevenne. Questo abbe tutti li gradi de dignitate. In prima fu monaco
nero de santo Benedetto,
conventuale, sottopriore; puoi fu decano; puoi fu priore; puoi fu
fatto abbate; puoi fu fatto vescovo;
puoi arcivescovo de Ruen; puoi cardinale de titolo de santo Nereo e
Achilleo; puoi, uitimo, fu creato
papa. Que abbe a dicere? Ca se grado se trovasse alcuno maiure, anche
l'àbbera desiderato. Como
questo papa creato fu, così lo cucurullo dello campanile de
Santo Pietro Maiure fu abrusciato, como
ditto ène. A questo papa venne l'ambasciata de Roma moito
onorabile, dodici perzone: sei secolari, sei
clerici. Capo loro fu Stefano della Colonna e·llo commannatore
de Santo Spirito. Questi dodici
ambasciatori lo pregaro, da parte de Dio e dello puopolo de Roma,
che·lli piacessi de venire a visitare
la sede dello sio vescovato de Roma. Anche lo pregaro che·lli
concedessi la indulgenzia generale dello
iubileo, che tornassi ciento anni a numero de cinquanta; perché
la etate ène breve, pochi ne viengo a
numero de ciento. A questi ambasciatori a po' dìe lo papa
respuse. E imprimamente provao che·lla
petizione loro era iusta, e provao per dodici rascioni che esso era
tenuto de venire a visitare lo sio
vescovato, la citate romana. Quanto allo secunno, concedéo lo
quinquagesimo iubileo in Roma,
generale remissione de peccati, pena e colpa alli pentuti e
confiessi; delle connizioni dello quale iubileo
infra se dicerao. In tiempo de questo papa, anni Domini MCCCXLII[I],
in dìe de santa Anna, fu
cacciato de Fiorenza missore Gottifredo, conte de Brenna, duca de
Atena, signore perpetuale de
Fiorenza; e folli fatta moita onta e moito despiacere e detuperio e
danno; e fuoro muorti uomini e loro
carne fu manicata. La quale novitate fu per questa via. Fiorentini
compararo Lucca da missore
Mastino della Scala e entraro in possessione. Pisani, turbati de
questo mercato, fecero intorno a Lucca
uno esmesurato e memorabile assedio; iente da cavallo numero [...],
iente da pede numero [...] Intorno
all'oste fecero fossati e steccata, torri de lename spessi. Anche
carvoniaro e stecconiaro la strada la
quale vao da Pisa a Lucca; dura miglia dieci. E questo fecero perché
liberamente omo isse a l'oste con
fodero e con arnese, senza impedimento. Durao lo assedio mesi [...]
Allora, per mantenere lo assedio,
fecero la gabella che se chiama Seca. In breve sconfissero Fiorentini
e levaroli de campo, e non
lassaro succurrere missore Malatesta, capitanio de Fiorentini, con
grascia. Anche fecero una cosa
notabile; ché missore Malatesta ionze la sera con fodero e con
granne iente ad uno fiume, lo quale se
dice Serchio, appresso a Lucca. De notte Pisani fecero uno fossato
esmesuratamente luongo e largo
fra lo Serchio e·lla citate de Lucca, longhezze [...], latezze
[...] Tutto questo lavoriero fu espedito in
notte una. Quanno la matina missore Malatesta, paratis omnibus copiis
tam ad pugnam quam etiam
ad grasciam, transivit aquam diluculo, non potens transire ex
impedimento valli, miratus
stupefactusque retrocessit meavitque, per ripam fluminis ascendens,
deditque circuitum
miliaribus decem ferme, ibique improvise pisanum exercitum invasit.
Tum vero, facta resistenzia
factoque ingenti Florentinorum impetu, fessi Florentini terga
dederunt. Multi cadunt, multi
capiuntur. Vix Malatesta cum aliquibus evasit. Omnis eorum copia
militibus preda fuit. Alla fine
Pisani venzero Lucca per forza de fame. Fi' allo dìe presente
la tiengo. Fiorentini, vedennosi così
confusi, chiamaro per capitanio de guerra e signore missore
Gottifredo, conte de Brenna, duca de
Atena; imperciò che era omo savio e potente, della casa de
Francia. Quanno missore Gottifredo abbe
recepute lettere, forte fu alegro. Sallìo a cavallo con soa
iente, da cinqueciento cavalieri, con salmaria
e granne arnese. Ritto per lo camino ne veo. Entra nella citate de
Fiorenza e a pacifico [...] senza
tumuito, de concordia dello Consiglio, recipéo la signoria
perpetuale. Ora comenza a reiere lo duca.
Fortemente guida. La prima cosa che fecessi fu che esso trasse de
presone missore Pietro Zaccone
delli Tarlati, signore de Arezzo, e sì·llo liberao de
cattivitate, là dove era perpetualmente deputato. Ora
vedesi le granne e ricche ambasciate che li venivano per tutta
Toscana. In Arezzo mise la signoria.
Abbe Pistoia, San Miniato, Vulterra e Prato. Apparecchiavase tutta
Toscana avere, duca essere
voleva de Toscana. Con Pisani stette queto, sì che molesta
de·llà non se sentiva. Resse assai aspero e
bona spene a Fiorentini daieva. Puoi che abbe receputa la signoria,
liberamente significao in diverzi
paesi la soa gloria. Fra li quali mannao uno vescovo de Francia a
Filippo re in Parisci, sio parente. Lo
vescovo disse como lo duca avea la signoria de Fiorenza. A ciò
respuse lo re Filippo e disse: "Piaceme
assai". Puoi domannao e disse: "Hao fat